LAURENCE ANYWAYS: DOLAN E IL FUTURO DEL CINEMA

125997-mdQuando ho visto Mommy per la prima volta ne sono rimasto letteralmente folgorato. E’ stato quindi inevitabile recuperare i film precedenti di Xavier Dolan per saziare il mio appetito cinefilo. Sebbene l’esordio di J’ai tuè ma mère lasci ben sperare per il futuro, è con questo Laurence Anyways che il giovanissimo regista canadese scopre le carte e mostra al mondo intero il suo straordinario talento.

Quelli di Laurence Anyways sono 159 minuti che scivolano via naturalmente come la maschera sociale del protagonista e che racchiudono tutte le principali caratteristiche della poetica di Dolan: l’amore tragico e quasi impossibile, la voglia di cambiamento che necessita di dolore e sofferenza, l’incomunicabilità tra i personaggi, il giudizio moralista della società, ecc.

E se il contenuto rispecchia la poetica di Dolan, il comparto tecnico non è da meno: basti pensare all’uso degli spazi chiusi di fassbinderiana memoria, alla sapiente composizione delle inquadrature, alla gestione degli attori (qui abbiamo una Suzanne Clement in stato di grazia) all’utilizzo consapevole delle cromie, fino all’intervento salvifico delle varie hit musicali (splendida la scena in automobile con Bette Davis Eyes in sottofondo).

Io sinceramente non ricordo tanti registi che alla sua età hanno segnato in modo così evidente la cinematografia mondiale. 

Questo talentuoso ragazzo per quanto mi riguarda è l’unico filmmaker, assieme a Sion Sono e Nicolas Winding Refn, che riesce a stupirmi in ogni singola inquadratura e che mi ricorda che il cinema è soprattutto, meravigliosamente, immagine.

 

Francesco Pierucci

TOP 5 – AL CAPONE AL CINEMA

 

Figura iconica, emblema del gangster americano, capo della malavita di Chicago nell’epoca del proibizionismo, piaga sociale fautore e autore di numerosi omicidi, Al Capone ha molto influito l’immaginario cinematografico del genere gangsteristico, ispirando personaggi divenuti leggendari come Arthur Cody Jarret (James Cagney) de La Furia Umana. Di seguito i cinque film migliori sulla sua vita.

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JACKIE – L’ELABORAZIONE DEL LUTTO COME MISSIONE POLITICA

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Al terzo lavoro nel giro di due anni, il regista cileno Pablo Larraìn firma la sua prima pellicola hollywoodiana eleggendo come protagonista una delle figure femminili più celebri e influenti del secolo scorso, Jacqueline Kennedy (interpretata dal Premio Oscar per Il cigno nero, Natalie Portman), moglie del 35° Presidente degli USA, John Fitzgerald Kennedy (che appare di rado nel film, interpretato da un incredibilmente somigliante Caspar Phillipson). Tra i molti spunti che una figura del genere avrebbe potuto offrire, anche successive alla morte di JFK, come il chiacchierato matrimonio con l’armatore greco Aristotele Onassis, Larraìn sceglie i giorni immediatamente successivi al tragico assassinio del Presidente, avvenuto a Dallas il 22 novembre 1963.

All’indomani della morte del marito, Jackie rilascia un’intervista per raccontare il presidente e per consolidarne il mito. L’intervista è l’occasione per esplorare, attraverso il sapiente uso di flashback, sia l’esposizione mediatica della First Lady sia gli strazianti istanti precedenti, concomitanti e successivi alla morte di JFK, aspetti che finiscono per intrecciarsi. È quindi l’occasione per ripercorrere la celebre visita guidata alla Casa Bianca organizzata da Jacqueline e trasmessa in TV, che fu l’occasione per avvicinare gli Americani alla residenza presidenziale e per mostrare come la First Lady avesse curato personalmente la ristrutturazione degli interni. Nel film tale evento mediatico non viene trasposto riciclando i filmati televisivi dell’epoca ma mostrando con nuove immagini in bianco e nero la stessa Natalie Portman alle prese con il tour della Casa Bianca. Queste sequenze riescono nell’intento di illustrare come la moglie di Kennedy fu un personaggio postmoderno, uno dei primi artefici di quella commistione tra spettacolo e politica che oggi raggiunge livelli considerevoli.

Queste immagini si alternano, grazie all’espediente narrativo dell’intervista, ai momenti del lutto con scene iconiche quale quella in cui Jackie/Portman, che tenne addosso per tutto il viaggio di ritorno a Washington il suo tailleur sporco di sangue (“devono vedere che cosa hanno fatto”), pulisce il volto in lacrime dagli schizzi di sangue davanti allo specchio. I due filoni si intrecciano quando è il momento di organizzare la processione funebre: l’ormai ex First Lady vorrebbe un evento in grande stile con i due figli al suo fianco a piedi fino al Campidoglio in barba alle esigenze di sicurezza: il suo fine è creare una nuova regalità proseguendo così quell’opera di mitizzazione della figura del defunto marito che Jackie sente come una propria missione politica (“sto solo facendo il mio lavoro”). Il fratello di JFK, Bob Kennedy (anche lui morirà assassinato, nel 1968), invece si interroga sull’incompiutezza della parabola kennediana e sul fatto che saranno altri (a partire dal nuovo Presidente Lyndon Johnson) a prendersi il merito dei risultati della politica del Presidente appena deceduto.

Elegante nella regia, nella fotografia e soprattutto nei costumi (questi ultimi candidati agli Oscar, insieme alla Portman e alla colonna sonora) e sorprendente per la bravura degli interpreti, tra tutti un’eccelsa Natalie Portman, il film pare solo apparentemente il più lontano dai tracciati larrainiani. In realtà prosegue il discorso del regista cileno sul potere, la verità e i media iniziato con NO e maturato con Neruda. È interessante in questo senso l’accostamento tra la narrazione dell’epopea di JFK e il musical Camelot.

Presentato in concorso alla 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, veniva descritto fino a qualche mese fa come uno dei grandi favoriti alla cerimonia degli Oscar tenutasi la scorsa domenica ma alla fine ha visto scemare le proprie chances di vittoria una volta presentati gli altri film protagonisti della stagione.

Michael Cirigliano

UN REGISTA TRE FILM – FRANK CAPRA

Tirato in ballo in molti articoli degli ultimi giorni che ricordano la sua gaffe alla notte degli Oscar del 1934, quando, candidato per Signora per un giorno  , salì sul palco al posto del premiato Frank Lloyd (che si portò a casa molte statuette per il suo Cavalcata, QUI la nostra recensione), Frank Capra è sicuramente uno dei registi più importanti del cinema classico hollywoodiano, autore di molte pietre miliari della settima arte. Pioniere del genere screwball comedy che tanto bene fece al cinema di quegli anni e che gettò le basi per le commedie che seguirono, ha realizzato una quantità innumerevole di capolavori; di seguito i tre secondo noi più meritevoli

 

ACCADDE UNA  NOTTE

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Da molti considerato il primo film del genere screwball, è una commedia brillante, incalzante, romantica e commovente, con uno straordinario Clark Gable e una irresistibile Claudette Colbert. Vinse l’Oscar al miglior film. QUI la nostra recensione estesa.

 

ARSENICO E VECCHI MERLETTI

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Cary Grant scapolo d’oro neosposo, due vecchiette assassine, un fratello serial killer identico a Boris Karloff, un fratello tocco che si crede presidente Teddy Roosevelt. Con delle premesse così non si può non innamorarsi di questo film, sicuramente il più divertente della sterminata filmografia di Capra.

 

È ARRIVATA LA FELICITÀ

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Molti avrebbero scelto altri film (La vita è meravigliosa, La donna di platino, Arriva John Doe) ma io non posso fare a meno di inserire questa stupenda commedia che a tratti fa piangere e in molti altri fa sbellicar dalle risate. Gary Cooper al suo apice, regala uno sguardo (quando scopre la vera natura di Jean Artur) da far vedere a chi vuol dare un volto alla delusione.

 

Matteo Chessa

OFF TOPIC: “IL PASSO IN PIÙ” DI FRANCESCO PIERUCCI

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Buongiorno cari Disoccupati,

oggi vado offtopic per promuovere un libro che mi è piaciuto tantissimo: il mio.

Scusate se approfitto di questo spazio ma essendo io il Fondatore Illustre me lo posso permettere e voi non potete farci niente (gnègnè).

“Il passo in più” è un romanzo di (de)formazione on the road che gli amanti di cinema non potranno non apprezzare.

MA DI COSA PARLA “IL PASSO IN PIÙ”?

Dopo il successo del suo primo romanzo Il passo in più, uno scrittore non riesce più a ritrovare l’ispirazione. Decide così di partire per un disperato viaggio on the road con la sua fidata Underwood Standard in cerca della creatività perduta. Durante il percorso a bordo della sua auto sgangherata incontrerà suo malgrado una serie di personaggi decisamente grotteschi tra cui uno sceneggiatore obeso, un falacrofobico con manie di grandezza e una pescivendola napoletana senza scrupoli. Tra fughe, risate, arresti e incidenti di ogni tipo, il protagonista vivrà un’avventura surreale dalle forti tinte cinematografiche che sarà difficile dimenticare.

DOVE COMPRARE IL LIBRO

IBS

E per non farci mancare nulla vi aggiungo un book teaser alla Lynch dove non si capisce una ceppa:

Per domande, obiezioni, perplessità, chiedete pure. Intanto un  caloroso saluto a tutti dal Fondatore Illustre.

FILM IN SALA – LA LA LAND

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Basta poco per innamorarsi di La La Land, nuova fatica del regista di Whiplash Damien Chazelle plurinominata alla prossima serata degli Oscar (hanno tenuto fuori Silence di Scorsese quindi lasciano il tempo che trovano). Basta il lungo piano sequenza ballato iniziale (sei minuti, in realtà con tre stacchi abilmente montati), con i pendolari di Los Angeles che, imbottigliati nel traffico, cantano e danzano funambolicamente a ritmo di Another Day of Sun e ci danno il benvenuto nella città dei sogni. Alla fine dell’incipit rimani catturato ed estasiato, pronto a vedere un film divertente e, soprattutto, elegante.

La trama è semplice e già vista: aspirante attrice e pianista di jazz sognano di poter realizzare i rispettivi progetti; la prima di sfondare ad Hollywood, il secondo di aprire un locale Jazz in cui poter far rivivere un genere che sta lentamente morendo. Si conosceranno, si ameranno, si sproneranno e, per inseguire i sogni, si divideranno. Ma il loro amore resterà.

Canto d’amore al cinema diviso in quattro stagioni, gioia per gli occhi prima che per le orecchie, conferma lo straordinario momento dei film sulla musica, dopo il gioiellino Sing Street, Whiplash dello stesso regista e gli acclamati (e un po’ più anzianotti) Les Miserables, Mouline Rouge e Chicago. Ogni inquadratura è un omaggio all’arte, che sia essa musicale o cinematografica, dalle carrellate sui muri di Los Angeles che celebrano i divi (Chaplin, Keaton, Hepburn) ai feticci del cinema del passato (il balcone di Casablanca, l’osservatorio astronomico Griffith presente in Gioventù Bruciata), dallo sgabello su cui si è seduto Hoagy Carmichael alle fantastiche scene dei concerti jazz, degne dei film evento sui migliori gruppi musicali.

Tutto è intertestualità, nostalgia di un tempo cinematografico passato e da far rivivere; è presente il melò di Douglas Sirk, con una scena riproposta di Come le foglie al vento, i dialoghi serrati delle migliori screwball con i formidabili Ryan Gosling ed Emma Stone (amabilmente goffi nei balli) che si completano alla perfezione e che a tratti suggeriscono la stessa energia amorosa che legava Spencer Tracy e Katharine Hepburn. E poi c’è tanto, tanto musical, da Cantando sotto la pioggia, omaggiato in più salse fino al mitico lampione, a All that Jazz, da Un americano a Parigi (la camminata lungo Senna) a Cappello a cilindro fino ai balli corali di West Side Story con tanto di fuochi d’artificio finali.

Un sogno in immagini, una storia d’amore che vi farà ridere, ballare, pensare e commuovere, fino allo stupendo sguardo finale. E che lascia una domanda: sogni e ambizioni sono sinonimi? E può l’ambizione scavalcare il sogno?

Regia sicura, fotografia illuminata (nonostante il livello enorme di difficoltà di alcune scene), montaggio convincente. Ma sono le musiche e canzoni bellissime a convincere maggiormente.

Almeno tre scene da regalare agli annali della storia del cinema: scelgo il loro ballo tra le stelle. Magnifico.

 

Matteo Chessa

FILM IN SALA: LION – LA STRADA VERSO CASA

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Dopo essersi fatto le ossa nella regia pubblicitaria, Garth Davis debutta nel mondo della regia cinematografica con Lion, basato sul libro di memorie La lunga strada per tornare a casa, che narra la vera storia di Saroo Brierley, e già accolto con reazione pressoché positive dalla critica americana facendosi notare anche nel primo grande appuntamento di questa award season, i Golden Globes, con quattro candidature.

Il film racconta infatti la storia di Saroo Brierley, che a soli cinque anni si è perso in una stazione vicina al suo villaggio indiano di Ganesh Tilai e poi sopravvissuto in solitudine a Calcutta venendo infine adottato da una famiglia australiana che l’ha educato e cresciuto. In età adulta si accorge che la sua vita non è completa senza la riscoperta delle sue radici e allora grazie a Google Earth si mette alla ricerca del villaggio in cui aveva passato l’infanzia.

Il film è nettamente diviso in due parti. Nella prima parte (che dura un’ora) siamo di fronte soprattutto ad un racconto avventuroso. Il regista, attraverso le peripezie del piccolo Saroo, interpretato da Sunny Pawar, ci sbatte in faccia un dipinto dell’India denso di pericoli, miseria e degrado. Una cornice molto spietata soprattutto se deve essere affrontata da un bambino di cinque anni in balia della solitudine e dell’indifferenza in una metropoli sovrappopolata come Calcutta. Questo primo segmento della pellicola termina con l’adozione di Saroo da Sue e John Brierley, interpretati da due attori realmente australiani: Nicole Kidman, premio Oscar per The Hours nel 2003 e il meno celebre (e anche meno centrale nel film) David Wenham di cui si ricordano il ruolo di Faramir ne Il Signore degli anelli e di Delios in 300.

La seconda parte vede Saroo, ormai venticinquenne e interpretato da Dev Patel, il cui unico ruolo di rilievo finora era stato in quel fenomeno globale che fu The Millionaire, vincitore di 8 Oscar nel 2009. Oltre ai tre attori già menzionati, fa la sua comparsa anche Rooney Mara che interpreta, Lucy, la ragazza di Saroo, conosciuto durante gli studi a Melbourne. Se nella prima parte l’attenzione viene posta sull’avventura in grandi ambientazioni, nella seconda gli eventi si concentrano sul tormento di Saroo che percepisce la propria esistenza come incompiuta perché incapace di ristabilire un contatto con le proprie origini delle quali ha un lontano ricordo.

Entrambe le parti del film peccano però di un’eccessiva durata rispetto a quanto hanno da raccontare, il film dura quasi 130’, con alcune scene smisuratamente prolungate, su tutte la scena in cui Saroo localizza il proprio villaggio natio su Google Earth, che consta di svariati stucchevoli minuti in cui il protagonista scorre l’indicatore del mouse sulle mappe.

Forse è questo il principale difetto di Lion che rimane comunque un’opera apprezzabile in grado di regalare allo spettatore uno spaccato realista dell’India contemporanea insieme alla trasposizione  di una storia strappalacrime veramente accaduta. Da sottolineare l’ottima interpretazione della Kidman, candidata come migliore attrice non protagonista ai Globes, che finalmente torna a farsi ammirare per le sue abilità attoriali dopo qualche anno di partecipazioni in film non all’altezza della sua fama.

Candidato anche come miglior film drammatico ai Golden Globes (categoria in cui ha trionfato Moonlight), difficilmente si ripeterà agli Oscar. Ma, almeno fino alle celebri uscite cinematografiche di metà gennaio (Silence ed Arrival per citarne alcuni), rimane comunque una visione consigliata, soprattutto se confrontata con gli altisonanti quanto deludenti Passengers e Assassin’s Creed.

 

Michael Cirigliano