FILM BRUTTI 01: MAN OF STEEL

Ammettiamolo. Fare un film su Superman è molto difficile.  Ne sanno qualcosa Richard Donner e Christopher Reeve: si dice infatti che quest’ultimo dopo aver visto la Trilogia dell’Uomo d’Acciaio da lui recitata sia rimasto paralizzato dalla bruttezza assieme al suo storico compagno di Pong, Stephen Hawking. Fare un film su Superman diventa ancora più difficile quando un promettente regista del Wisconsin (ho adorato 300 e Sucker Punch), ossequioso delle mode attuali, decide di conferirgli un’inesistente sfumatura dark (alla Iron Man 3 per capirci…). Se poi ci aggiungiamo attori che recitano come cani affetti da leishmaniosi:

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personaggi inutili e una sceneggiatura scritta con i trillici e ricolma di buchi neri (Stephen ne sa qualcosa), allora si può comprendere come Man of Steel sia uno dei cinecomic più ridicoli mai realizzati (a mio avviso batte addirittura il pessimo The Amazing Spiderman). Ma per riassumere tutto il mio disgusto, mi vorrei soffermare su due scene simboliche: la morte di Kevin Costner e l’epilogo.

Per quanto riguarda la prima, non ricordo una morte così stupida dai tempi del padre di Dawson.

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(Gelato al cioccolato dolce e un po’ salato…)

Per chi non avesse visto il film: nel bel mezzo di un tornado, la famiglia Kent si dimentica il cane in macchina. Qual è il problema, direte voi, ci mando Superman e in due secondi mi riporta il cane vivo e la macchina senza neanche un’ammaccatura! Col cazzo, risponde Snyder! Ci mando Kevin Costner  che crede di essere ancora Mariner e lo faccio morire da pirla e senza alcuna logica!  La cosa che più mi irrita è che non solo Superman non fa niente mentre la tromba d’aria sta per dilaniare quella mummia del padre (su Russell Crowe manco mi soffermo) ma blocca pure il tentativo della madre di salvare suo marito.

La scena finale invece è un tenero elogio alla demenza senile e al morbo d’Alzeihmer: dopo sette ore di film in cui tutti sanno chi diavolo è Superman, quest’ultimo si presenta al Daily Planet con un abito decente al posto delle mutande rosse e con un paio d’occhiali da nerd e…magia: manco fosse Arturo Brachetti, il giovane Clark Kent appare come uno sconosciuto a chi gli aveva parlato appena 5 minuti prima. Degno di Falcoman…

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Francesco Pierucci

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