PRISONERS: THRILLER A SFONDO RELIGIOSO IN CUI SI PREGA CHE ARRIVI LA FINE

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Pennsylvania, giorno del ringraziamento. Una tranquilla cittadina viene scossa dal rapimento di due bambine. Si occupa del ritrovamento il detective Lockee (Jake Gyllenhaal), che subito ferma il presunto rapitore Alex Jones (Paul Dano) salvo rilasciarlo per mancanza di prove. Il padre di una delle bambine, Keller Dover (Hugh Jackman), falegname credente e padre modello, abbandona i panni da buono, rapisce e tortura il possibile colpevole con la speranza di riavere indietro la figlia. Intanto il detective scopre altri collegamenti con la vicenda. Diretto da Denis Villeneuve (La donna che canta, candidato all’Oscar per il Miglior Film straniero 2011) e interpretato da un cast stellare che, oltre i tre citati, vanta la presenza di Melissa Leo (premio Oscar attrice non protagonista per The Fighter) e Terrence Howard, Prisoners è un thriller con tanti difetti evidenti, il primo dei quali è la troppa durata, 159 minuti inutili quasi quanto le scene che ne sono causa. Oltre ciò anche la trattazione di tematiche comuni al genere, come lo scontro tra giustizia privata e ordinaria o la ricerca di prove in un labirinto intricato di indizi, non dà nessuna marcia in più alla pellicola, anzi la banalizza e la appesantisce. In più la tanto agognata suspense, ossigeno per certi film, è assente ingiustificata, e con delle torture nella trama non è il massimo.

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Hugh Jackman titubante al telefono mentre riceve la proposta di girare il film.

Infine il peccato, fil rouge che unisce tutti i personaggi (Lockee, detective che combatte il male ma disposto senza rimorsi a farne pur di raggiungere il suo scopo; Dover, padre di famiglia che si affida alla fede per torturare il suo nemico), costantemente rimarcato sia in fase di fotografia (la pioggia che bagna i personaggi peccatori come se volesse purificarli, già visto in Seven ma lì aveva senso) che in fase di colonna sonora (le musiche clericali che sottolineano l’aria di religiosità che si respira per tutte le due ore). Il film non convince per niente, la trama è scontata, i personaggi piatti e non approfonditi e anche il titolo è poco chiaro e lascia aperte teorie che, in fin dei conti, non aggiungono nulla al senso della pellicola. Chi sono i prigionieri??? Le due bambine, il presunto colpevole torturato, il padre ottenebrato dalla sete di giustizia, il poliziotto che non ha mai sbagliato un caso e non vorrebbe iniziare ora, o ancora la società, prigioniera di credenze e fedi che si ritorcono contro nei momenti del bisogno. Oppure i prigionieri siamo noi spettatori, costretti per più di due ore a sorbirci le urla di un poco convincente Jackman (doveva farlo Christian Bale ma ha rifiutato, mica scemo) e le lunghe passeggiate di Gyllenhaal che procede senza meta e un po’ a casaccio. Keller Dover per tutto il film ripete la frase “Pregare per il meglio, prepararsi per il peggio”, ricordatevi la seconda parte prima di entrare in sala.

 

Matteo Chessa

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