IL PASSATO: LA NUOVA PERLA DI ASGHAR FARHADI

Immagine

Come una macchia. È questa l’immagine che il regista Asghar Farhadi dà del passato nella sua ultima fatica, Il Passato (Le passè), nelle sale italiane in questi giorni. Come una macchia in un vestito portato in tintoria, chiave di volta su cui poggia la trama, o come le varie macchie sulla coscienza dei personaggi: Marie (Bérénice Bejo) che vuole vendicare il matrimonio fallito con Ahmad (Ali Mosaffa), ancora legato sentimentalmente alla donna che non ha avuto il coraggio di amare; Samir (Tahar Rahim) combattuto tra il coma della moglie (ha tentato il suicidio ingerendo del detersivo) e la relazione con Marie, che aspetta un figlio da lui; Lucie (Pauline Burlet) primogenita di Marie che, avvilita dal senso di colpa per un errore commesso, non accetta la nuova relazione della mamma; infine Fouad, il piccolo figlio di Samir, scalmanato e irascibile per il passato difficile, ma l’unico a credere in un futuro migliore. Presentato all’ultimo festival di Cannes, questa perla dell’iraniano Farhadi (già noto al grande pubblico per Una separazione, vincitore di numerosi premi tra cui Oscar Miglior Film straniero) parte come un dramma familiare, si evolve come un giallo per poi tornare, nel suo epilogo, al dramma; come per il film precedente del regista si parla di divorzio, ma se in Una separazione si analizzano le sue conseguenze, ne Il Passato si cerca di portarne alla luce i motivi. Il tutto si basa sull’incomunicabilità, sul non detto, sui segreti trattenuti che, col tempo, si aggravano (la prima scena del film con Marie e Ahmad che comunicano a gesti da due capi differenti di un vetro sottolinea questa chiave di lettura); al contrario i dialoghi che si scambiano i protagonisti, quasi sempre pungenti e carichi d’odio. La coralità è gestita con grazia ed equilibrio dal regista, capace di regalare il giusto tempo sullo schermo a tutti gli interpreti (Ahmad, fino a quel momento protagonista indiscusso, sparisce improvvisamente da metà film in poi per rientrare alla fine), ma grande merito va dato agli attori, una brava Bejo, premiata come migliore attrice a Cannes, un compassato Mosaffa, l’ottimo Tahar Rahim ambiguo e combattuto interiormente, e la rivelazione Elyes Agus nel ruolo del piccolo Fouad, che con alcune espressioni da attore navigato sorprende ed emoziona.

Immagine

La stretta di mano rifiutata

Un film sul passato e sulla difficoltà di lasciarselo alle spalle che viene sintetizzato dalle sue strette di mano del film, che ribaltano un po’ quello che si vede per 130 minuti; la prima è cercata da Marie, che stringe la mano di Samir che, mentre guida, prontamente evita il contatto; la seconda è quella dell’uomo con la moglie in coma, per cercare una reazione. Se credi, dopo il film, che sia lei a non aver chiuso completamente col passato, ti sbagli di grosso.

Matteo Chessa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...