1942. COM’ERA VERDE LA MIA VALLE: JOHN FORD ABBANDONA IL WEST PER LE MINIERE DEL GALLES

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Nell’anno di uno dei più grandi capolavori cinematografici di sempre, Quarto Potere di Orson Welles, e del fantastico noir firmato John Huston Il mistero del falco, con un Humprey Bogart ad altissimi livelli, vince l’Oscar per il Miglior Film un’atipica pellicola del regista statunitense John Ford, che continua la sua analisi sulle difficoltà della vita familiare dopo Furore dell’anno prima, con cui sfiorò la statuetta. Com’era verde la mia valle, tratto da un romanzo di Richard Llewellyn, narra dei ricordi d’infanzia di un minatore gallese costretto a lasciare la sua terra, ormai abbandonata, che ripercorre la sua vita tra i lavori in miniera dei suoi familiari, il padre Gwilym Morgan, la madre Beth, i fratelli,  Angharad, unica figlia femmina, i movimenti operai, l’emigrazione. Il film più nostalgico del regista, fa rabbrividire e commuove per la delicatezza e l’eleganza con cui tratta il tema del cambiamento degli usi e costumi di un mondo che, con l’avanzare del progresso, non può più rimanere ancorato al passato; l’unione e l’amore familiare, la religiosità del quotidiano (tema centrale di un altro capolavoro, nostrano, del cinema L’albero degli zoccoli  di Ermanno Olmi), il lavoro massacrante, la possibilità di cambiare a discapito dell’unione. Un intreccio tra vite diverse ma comuni di una valle gallese dove l’unica possibilità sembra essere lavorare in miniera oppure scappare lontano. Il sermone finale di Mr. Gruffydd, protagonista della pellicola, in chiesa merita, da solo, più di molti film interi. Ottime interpretazioni degli attori, tra cui spicca per simpatia e tenerezza il giovane Roddy McDowall nella parte del piccolo Huw Morgan, che da grande ricorderà com’era verde la sua valle. Oltre al miglior Film altre quattro statuette: regia, attore non protagonista Donald Crips nella parte di Gwilym Morgan, fotografia e scenografia.

Matteo Chessa

1941. REBECCA LA PRIMA MOGLIE, L’UNICO RICONOSCIMENTO AL MAESTRO DEL BRIVIDO

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Scelto come film d’apertura al primo Festival del Cinema di Berlino, Rebecca, la prima moglie fu incredibilmente il solo capolavoro di Hitchcock a ricevere l’ambita statuetta (il regista inglese ottenne diverse altre nomination ma nessuna vittoria fino all’Oscar alla Memoria nel 1968). Tratto dal’omonimo romanzo di Daphne du Maurier, questo thriller psicologico è costruito principalmente sull’ingombrante presenza/assenza spettrale della prima coniuge dell’aristocratico De Winter (un enigmatico Laurence Olivier), che fotogramma dopo fotogramma finisce col fondersi sempre di più con il volto e le fattezze della splendida Joan Fontaine (il cui personaggio è sapientemente privo di nome, proprio per sottolineare l’annullamento identitario della protagonista) e che andrà ad edificare quel particolare topos del maestro del brivido che analizza l’incombente e minaccioso passato che ritorna come accadrà successivamente ne La Donna che visse due volte e ne Il peccato di Lady Constantine.

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Cucù!

Nel condurre lo spettatore alla ricerca della verità riguardo l’assassinio di Rebecca (che non si vede mai in volto!), Hitchcock elabora un intricato labirinto di sospetti e bugie, di soggettività estreme e di illusioni oniriche, volte ad aumentare la suspense e la confusione spettatoriale a dismisura anche grazie al ruolo della Signora Danvers, uno dei personaggi più inquietanti di sempre. Scena finale da antologia del cinema.

CURIOSITA’: Come da tradizione, Hitchcock appare per un istante in un cameo. Lo si può individuare dietro la cabina telefonica dove c’è Jack Favell.

 

Francesco Pierucci

1940. VIA COL VENTO: IL FILM CHE SEGNO’ UN’EPOCA

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Sono importanti le opere che si contendono la statuetta per il Miglior Film nel 1940: Mister Smith va a Washington di Frank Capra, Ombre Rosse, manifesto western di John Ford, Ninotchka di Ernst Lubitsch, penultima apparizione della “divina” Greta Garbo, Il mago di Oz di Victor Fleming. Queste grandi pellicole vengono completamente schiacciate dalla potenza di Via col vento, megaproduzione della MGM prodotta da David O Selznick (vero autore del film dato che ha supervisionato la sceneggiatura, il montaggio e ha scelto personalmente buona parte del cast) e diretta da Victor Fleming, traghettatore finale di un film che ha visto dietro la cinepresa anche George Cukor e Sam Wood (e lo scenografo Menzies),silurati per diatribe con la produzione (Fleming stesso si allontanò dal set per una crisi nervosa dovuta alle liti con Selznick salvo poi tornare verso la fine delle riprese giusto per mettere in calce il suo nome nella storia del cinema). Considerato il più famoso film mai realizzato, è un monumentale melodramma a sfondo bellico la cui trama è talmente famosa e conosciuta che è inutile scriverla; tratto dal romanzo omonimo di Margaret Mitchell, è un’opera che prende spunto dalla vita dei suoi personaggi per parlare dell’amore faticoso e quello non riconosciuto, delle circostanze che implicano cambi di rotta inattesi, della vita vissuta con l’ombra della morte e della sua paura, dell’afasia, della guerra, dell’amicizia vera e di quella sfruttata, l’attaccamento alla terra natia e il ricominciare dalle cose piccole. Il fiore all’occhiello sono i personaggi, approfonditi magnificamente e tutti con le loro (fragili) personalità che non cambiano mai durante lo svolgimento del film; spiccano, per forza di cose, Rossella (interpretata dalla semi-sconosciuta Vivien Leigh, che per tutto il film splende di luce propria) e Rhett (Clark Gable, su gentile concessione di Gary Cooper che rifiutò la parte considerando il film un flop). Max Steiner, autore della famosissima colonna sonora, è stato fortemente voluto da Selznick nonostante fosse sotto contratto con una major rivale, la Warner (tanto da pagare una multa salata, come per tenere invariata la battuta Franly, my dear, I don’t give a damn, considerata una bestemmia). Otto premi Oscar (al tempo un record): Film, regia (mah), Vivien Leigh, Hattie McDaniel (prima attrice di colore a vincere la statuetta con l’interpretazione della serva Mami), sceneggiatura, fotografia, scenografia e montaggio. Clark Gable, nominato, viene beffato da Robert Donat di Addio Mr Chips (quasi ai livelli di Art Carney e Al Pacino). Tra le tante scene consegnate alle annali del cinema, la migliore è forse il primo incontro tra Rhett e Rossella, dopo che questa s’è dichiarata al suo grande amore Ashley, in cui si evince il carattere dei due: viziata e gigionesca la prima, simpatico, pungente e già profondamente innamorato il secondo.

CURIOSITA’: E’ stato il primo film a colori a vincere l’Oscar per il Miglior Film

Matteo Chessa

NATALE A FUMETTI

A Natale ogni anno fioccano avventure a tema natalizio degli eroi dei fumetti e ricordo con grande affetto una di queste storie, con protagonisti gli X-Men… era il lontano 2005.

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‘X-Men #165’ usciva a febbraio e allora i mutanti vivevano un periodo quasi d’oro: la scuola aveva appena riaperto, i due storici amici Xavier e Magneto lavoravano assieme per la convivenza tra umani e mutanti e il clima tra gli Uomini X era molto disteso, quale occasione migliore per smettere i panni dei super eroi e indossare quelli delle feste. Chris Claremont scriveva i frizzanti testi di ‘Jingle Bells’ in cui vediamo studenti con super poteri distribuire regali giù in paese o servire alla mensa dei poveri, Uomo Ghiaccio lancia palle di neve contro l’odiosa Emma Frost e Bestia che si veste da Babbo Natale. Disegni caldi e vivaci della coppia Larroca/Ro che sono un piacere per gli occhi. MI  CORREGGO cè una missione di salvataggio in pieno stile supereroico! Questo filone apre e chiude il numero, e le vittime salvate, al inizio, da un tremendo incidente si recano in ciusura dagli odiati mutanti per ringraziarli dell’assistenza. Una storia che molti hanno giudicato futile ma che scalda il cuore, rilassa e lascia sapore di Natale e feste, consiglio la lettura sotto un abete illuminato e con una tazza di cioccolata a fianco.

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Di tutt’altra pasta una recentissima storia dei Vendicatori. Su ‘Avengers Annual’ di questo dicembre Kathryn Immonem fa una pessimo lavoro con una brutta storia di Natale, e il disegnatore David Lafuente fa un ennesima brutta figura dopo contributi in storie su super eroi teenager per altri mensili. È la Vigilia di Natale e IronMan si rilassa  in piscina, Banner/Hulk si fa un bagno rilassante, Vedova Nera guarda un porno in cameretta e Capitan America fa volontariato alla mensa per poveri (pare vada di moda), poi un albero pieno di addobbi cade rumorosamente e un intruso mette a soqquadro la base degli Avengers. Un tempo questi ‘Annuals’ erano storie si extra ma che davano un contributo serio alle trame degli eroi Marvel; col tempo questa usanza si è persa e le “tredicesime” uscite annuali si sono trasformate in meri esercizi di stile. Le Feste danno spesso alla testa e Babbo Natale si è intromesso in fin troppi lavori a fumetti.

Pietro Micheli

1939. L’ETERNA ILLUSIONE: QUANDO IL DENARO NON FA LA FELICITA’

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L’Eterna Illusione è il capolavoro di Frank Capra del 1938, ispirato ad una commedia, vincitrice del Premio Pulitzer scritta da George S. Kaufman e Moss Hart. Due famiglie a confronto: i Kirby, ricchi banchieri e i Sycamore-Vanderhof, artisti piuttosto bizzarri. Le tematiche sono sempre quelle più care al regista, in particolare il rigetto di ogni tipo d’avidità e soprattutto la conferma di una forte impronta anticapitalista, già echeggiata dal titolo originale (“You can’t take it with you“) che si riferisce esplicitamente all’inutilità del denaro dopo il trapasso. Il film, probabilmente il più complesso dal punto di vista della messa in scena, frutta a Capra il suo terzo (meritatissimo) Oscar: memorabile la sequenza in cui a casa Sycamore-Vanderhof si muovono armonicamente una dozzina di personaggi. Ulteriore merito della pellicola è quello di lanciare il grande James Stewart nell’Olimpo degli attori di Hollywood. Il denaro non fa la felicità, Capra si. Imperdibile.

 

CURIOSITA’: L’infermità di Lionel Barrymore era reale e gli sceneggiatori furono così costretti a giustificarla all’interno della trama.

 

Francesco Pierucci

 

 

1938. EMILIO ZOLA: BIOPIC SULLA VITA DELLO SCRITTORE FRANCESE

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Già dal titolo (anche dalla sua fascistizzazione italiana) si evince che la pellicola prende in esame la figura dello scrittore francese Emilè Zola, e si concentra totalmente sulla sua battaglia per “l’Affare Dreyfus”  e sul conseguente esilio in Inghilterra, che non placa la voglia di battersi per l’ingiusta condanna afflitta al comandante Alfred Dreyfus (accusato dalla Terza Repubblica francese di operazioni di spionaggio in favore dell’impero Tedesco e condannato ai lavori forzati con un processo a porte chiuse, degradato in pubblico e esiliato nell’isola del Diavolo, nella Guyana francese). Diretto dal tedesco William Deterle e interpretato da Paul Muni (attore feticcio del regista, già presente in un altro biopic su Pasteur ma conosciuto al grande pubblico per Scarface), ha il pregio di narrare i fatti attenendosi alla storia senza romanzarla né prendendosi troppe libertà. L’unica, costretta dal periodo, è l’eliminazione del forte carattere antisemita della condanna a Dreyfus, originario ebreo, che nella pellicola non viene mai nominata. Onde evitare movimenti popolari la proiezione del film venne vietata in Italia, Germania e Francia, dove arrivò nel 1952 (doveva partecipare alla Mostra del cinema di Venezia ma venne cancellato all’ultimo dalla programmazione). Il famoso J’Accuse, titolo della lettera al presidente della Repubblica francese Felix Faure che Zola scrisse pro-Dreyfus nella prima pagina del quotidiano Aurore, è presente nel film ma colpisce poco. Tre oscar: film, attore non protagonista Joseph Schildkraut (nel ruolo di Dreyfus), sceneggiatura non originale.

Matteo Chessa

1937. IL PARADISO DELLE FANCIULLE: IL FASCINO DI BROADWAY E DELLE SUE BALLERINE

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Diretto da Robert Z. Leonard, Il Paradiso delle Fanciulle (titolo originale The Great Ziegfeld) alla cerimonia del 1937 si porta a casa tre (eccessivi) Oscar per Miglior Film, Miglior Attrice Protagonista (Luise Rainer) e Miglior Coreografia. La pellicola ricostruisce in maniera romanzata la mirabolante biografia del famoso impresario Florenz Ziegfeld che, grazie ai suoi strabilianti spettacoli  che prevedevano numerose passerelle di affascinanti ragazze e coreografie pirotecniche, diventerà ben presto uno dei nomi più rinomati delle notti newyorkesi. La pellicola, una classica parabola narrativa che prevede un insperato successo e un amaro declino finale, si sofferma soprattutto sulle storie d’amore tra Ziegfeld (interpretato da William Powell anche nel successivo Ziegfeld Follies) e le sue donne: dalla prima moglie Anna Held alla seconda coniuge, passando per le liaison fugaci con le sue ballerine. Lo sfarzo e il lusso sono evidentemente i protagonisti indiscussi dell’opera assieme alle ottime coreografie corali. Inspiegabile invece  la durata di quasi tre ore che rende una buona parte del film decisamente noiosa. Uno degli Oscar meno meritati della storia.

 

CURIOSITA‘: il personaggio di Audrey Dane, interpretato da Virginia Bruce, è ispirato a quello Lillian Lorraine, una delle Ziegfeld Girl più note.

Francesco Pierucci