LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE: IL COMMOVENTE ESORDIO ALLA REGIA DI PIF

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La vita di Arturo, bambino siciliano di Palermo, è da sempre legata indirettamente al mondo della mafia: dal momento del suo concepimento durante la strage di Viale Lazio (grazie alla sparatoria è riuscito a fecondare l’ovulo prima degli altri), passando per gli idoli d’infanzia (l’amico degli amici Andreotti) fino ad arrivare all’amore della sua vita, la compagna di classe Flora, che cerca di conquistare ricevendo consigli da esponenti della lotta alla criminalità organizzata siciliana, da Boris Giuliano al giudice Chinnici. L’ennesimo omicidio ai danni dei giudici Falcone e Borsellino risveglia le coscienze assopiti dei palermitani, e Arturo, cresciuto, decide di rivelare i suoi sentimenti a Flora.

L’esordio alla regia di Pierfrancesco Diliberto in arte Pif, conosciuto ai più per programmi televisivi come Le Iene e Il Testimone (ma è stato anche aiuto-regista di M.T Giordana per I Cento Passi), sorprende e commuove. Oltre alla bellissima sceneggiatura, scritta con Marco Martani e Michele Astori, e all’interpretazione degli attori, tra cui spiccano l’Arturo bambino Alex Bisconti e il giornalista/affittuario Claudio Gioè, il punto di forza maggiore risulta essere la capacità del regista di trasmettere alla sua pellicola la “necessità” che aveva (da palermitano che quegli anni li ha vissuti in prima persona) di raccontare questa storia, conosciuta da tutti ma molto spesso dimenticata o, peggio ancora, sintetizzata, cosa che permette di confondere i giusti e i cattivi. Nel film La Mafia uccide solo d’Estate la distinzione è evidente, i malvagi sono riconoscibilissimi (Arturo in ospedale affianco a Totò Riina) e vengono mostrati in stralci di vita mondana tra codici d’onore ossimorici (non ci si deve sposare con figli di divorziati, salvo poi far saltare in aria un’intera autostrada) e problemi tecnologici (il telecomando del condizionatore); ancor più riconoscibili, però, sono i buoni, che accompagnano l’infanzia di Arturo con consigli e delucidazioni (Boris Giuliano in pasticceria gli fa assaggiare l’iris alla ricotta, il giudice Chinnici gli dà suggerimenti per conquistate Flora, il generale Dalla Chiesa concede un’intervista per il giornalino scolastico).

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Alex Bisconti e Claudio Gioè in una scena del film

Evidente il tema del rapporto tra morte e amore, tra Eros e Thanatos, più volte ripreso nel film: la strage di viale Lazio durante l’atto sessuale che ha permesso ad Arturo di nascere, il Ti Amo scritto con i gessetti rossi per Flora ma letto dal giudice Chinnici un attimo prima che una bomba lo uccida, o ancora la dichiarazione d’amore in cimitero, motivo scatenante della sua ammirazione per Andreotti. La contrapposizione di due termini così antitetici sintetizza quello che è lo stile del film: una storia romantica e divertente, che ti fa ridere e sospirare, salvo improvvisamente spiazzarti tragicamente con sparatorie, bombe, assassinii. Questo discosta l’opera di Pif dalle altre pellicole sulla mafia, o drammatiche o caricaturali (tolti i documentari ovviamente): la sua è una favola che aiuta a ragionare, e nel suo essere favola rimanda ad un altro tema importante trattato, l’omertà, l’atteggiamento di assoluto silenzio che rende “favole” dei fatti reali. Solo alla fine, con la morte dei due giudici, la realtà prende il sopravvento e diventa la nuova favola, una storia da raccontare ai figli per far sapere la verità, non nasconderla.

Infine una obiezione va mossa contro quelli che scrivono che in questo film Pif si limita a trattare i fatti senza giudicare nessuno, rimanendo un passo indietro rispetto alla storia: la morte dei buoni non viene mai mostrata, ma la sparatoria di viale Lazio in cui perde la vita il boss Michele Cavataio o l’assassinio a sangue freddo dell’onorevole Salvo Lima, che aveva rapporti con Cosa Nostra , vengono ripresi chiaramente. Questo film giudica eccome. Se non vi basta, riguardate la scena del funerale di Dalla Chiesa e quello che si dice su Andreotti.

 

Matteo Chessa

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