GODZILLA: STORIA DI UN LUCERTOLONE

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Il 10 dicembre 2013 è stato diffuso, tramite YouTube, il trailer di un nuovissimo film su Godzilla, e tra la redazione c’è stato qualcuno che si è messo a urlare per la gioia… Questo articolo è stato scritto per condividere il grande amore del sottoscritto per le lucertole giganti. Il primo film con protagonista Godzilla è datato 1954, e il mostro nasce come conseguenza delle esplosioni atomiche in Giappone; il produttore aveva ben in mente Hiroshima e Nagasaki quando pensò alle origini del personaggio. Come si è arrivati al nome? Negli studi cinematografici che lavoravano al progetto si racconta che ci fosse un tecnico con la corporatura tale da meritarsi il nomignolo “Gojira”, unione delle parole “gorilla” e “kujira” (che in giapponese vuole dire “balena”), ai produttori piacque la cosa e il vezzeggiativo divenne il titolo della pellicola, che all’estero venne storpiato in “Godzilla”. Il Dinosauro radioattivo è opera del mago degli effetti visivi Eiji Tsubura (il papà di tante altre creature del cinema nipponico) ed è impersonato da un collaboratore che indossava una pesante tuta di gomma. L’alito radioattivo, un vero e proprio raggio disgregatore non è altro che un ritocco della pellicola impressionata (come le prime Spade Laser) e tutte le scene di distruzione con Godzilla inquadrato, furono girate senza colonna sonora, aggiunta però molto dopo. Il mostro è un chiaro simbolo, lo accennavo qualche riga sopra, degli orrori conseguenti alle esplosioni atomiche, eventi storici ben radicati nel immaginario giapponese e rielaborati nella produzione artistica giapponese se pensiamo al mondo in cui si muove Kenshiro, il futuro di disperazione che vuole evitare Capitan Harlock, o anche certi capitoli del ‘Sogni’ di Kurosawa, per citare gli esempi più famosi.

Tutti i film, a parte il primo che vede il Lucertolone in solitari contro l’esercito giapponese, hanno sempre un coprotagonista, un secondo mostro che aiuta il genere umano a combattere Godzilla: c’è stato Biollante, un enorme pianta carnivora, King Ghidorah, un maestoso drago a tre teste tutto d’oro, Mothra, simile a una grossa falena, ma Godzilla ha anche fronteggiato invasori spaziali e robot giganti con le sue sembianze; addirittura in un film del 1967 nasce il figlio di Godzilla chiamato Minilla, la rimpatriata dura poco e i due finiscono ibernati in una tempesta di neve. Proseguendo l’excursus nella mitologia di Godzilla possiamo distinguere tre fasi che raggruppano i film usciti: l’Era Showa ragruppa i primissimi film fino al 1975; poi abbiamo l’Era Heisei a cui fanno riferimento i remake, con effetti visivi migliorati, dei classici della prima era; poi l’Era Millenium ha portato i mostri negli anni 2000 con un aspetto rinnovato e più minaccioso, altra caratteristica di questi film l’umanità si trova nel fuoco incrociato di Gojira e una razza aliena battezzatasi Millenian che per conquistare il pianeta deve prima eliminare il suo abitante più potente. Un altro antefatto nella nascita del mostro giapponese, lo si più trovare nel film del 1933 ‘King Kong’ che ritrae il famoso scimmione distruggere New York e nel filone della fantascienza americana. Nel 1953 si assisteva a ‘Il Risveglio del dinosauro’ poi l’anno dopo era uscito ‘Assalto Alla Terra’… e volete che i produttori giapponesi non ne sapessero nulla? Visto che siamo in argomento mi soffermerei anche sui 2 contributi americani al mito di Godzilla, ma sono entrambe pellicole davvero penose.

Pietro Micheli

1936. LA TRAGEDIA DEL BOUNTY: CAPOLAVORO DI FOTOGRAFIA E INTERPRETAZIONE

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Due anni dopo Cavalcata il regista Frank Lloyd dirige un altro film premio Oscar, stavolta tratto non da un’opera teatrale ma da un capolavoro della letteratura inglese, Mutiny of the Bounty di Charles Nordhoff e James Norman Hall. C’è poco da dire, siamo di fronte ad uno dei più grandi capolavori della storia del cinema, sicuramente l’Oscar più meritato degli anni 30. La trama è famosissima e racconta del viaggio verso Tahiti del vascello britannico Bounty, con a capo il capitano William Blight, e dell’ammutinamento ai danni di questo da parte degli uomini, capeggiati dal secondo ufficiale Christian. La bellezza della pellicola sconfina su più fronti: la fotografia perfetta di Arthur Ederson, capace di rendere “colorato” il B/n del film con inquadrature del mare e dei paesaggi esotici dell’America del Sud, e di giocare con le luci e le ombre del B/n per approfondire psicologicamente i personaggi e farci distinguere più semplicemente vittime e carnefici  (gioco da ragazzi per il DoP di capolavori del periodo quali ll Mistero del Falco, Casablanca o l’horror Frankenstein); l’interpretazione degli attori, da Clark Gable nelle vesti del tenente Christian a, soprattutto, Charles Laughton (conosciuto dai più per Spartacus di Kubrick) in quelle del capitano Blight, che rende alla perfezione la coesistenza tra dittatore feroce e perfetto gentleman inglese che non perde l’aplomb. Raro caso di film con 8 nomination e 1 sola statuetta vinta (incredibile quella per il migliore attore, con tre interpreti su quattro nel cast di questo film che vengono beffati da Victor McLaglen per Il Traditore), vanta due sequel, Gli ammutinati del Bounty del  1962 con Marlon Brando (nella parte che fu di Gable) e Il Bounty, brutto remake del 1984 con la coppia Gibson/Hopkins. Due anni di lavorazione, due milioni spesi, cinquemila indigeni di Tahiti di sei tribù diverse scritturati per le riprese; difficile da reperire in Italia. Consigliata la visione in lingua originale per non perdersi la fiera voce “paffuta” di Charles Laughton, in profondo contrasto con le parole che pronuncia.

Matteo Chessa