1936. LA TRAGEDIA DEL BOUNTY: CAPOLAVORO DI FOTOGRAFIA E INTERPRETAZIONE

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Due anni dopo Cavalcata il regista Frank Lloyd dirige un altro film premio Oscar, stavolta tratto non da un’opera teatrale ma da un capolavoro della letteratura inglese, Mutiny of the Bounty di Charles Nordhoff e James Norman Hall. C’è poco da dire, siamo di fronte ad uno dei più grandi capolavori della storia del cinema, sicuramente l’Oscar più meritato degli anni 30. La trama è famosissima e racconta del viaggio verso Tahiti del vascello britannico Bounty, con a capo il capitano William Blight, e dell’ammutinamento ai danni di questo da parte degli uomini, capeggiati dal secondo ufficiale Christian. La bellezza della pellicola sconfina su più fronti: la fotografia perfetta di Arthur Ederson, capace di rendere “colorato” il B/n del film con inquadrature del mare e dei paesaggi esotici dell’America del Sud, e di giocare con le luci e le ombre del B/n per approfondire psicologicamente i personaggi e farci distinguere più semplicemente vittime e carnefici  (gioco da ragazzi per il DoP di capolavori del periodo quali ll Mistero del Falco, Casablanca o l’horror Frankenstein); l’interpretazione degli attori, da Clark Gable nelle vesti del tenente Christian a, soprattutto, Charles Laughton (conosciuto dai più per Spartacus di Kubrick) in quelle del capitano Blight, che rende alla perfezione la coesistenza tra dittatore feroce e perfetto gentleman inglese che non perde l’aplomb. Raro caso di film con 8 nomination e 1 sola statuetta vinta (incredibile quella per il migliore attore, con tre interpreti su quattro nel cast di questo film che vengono beffati da Victor McLaglen per Il Traditore), vanta due sequel, Gli ammutinati del Bounty del  1962 con Marlon Brando (nella parte che fu di Gable) e Il Bounty, brutto remake del 1984 con la coppia Gibson/Hopkins. Due anni di lavorazione, due milioni spesi, cinquemila indigeni di Tahiti di sei tribù diverse scritturati per le riprese; difficile da reperire in Italia. Consigliata la visione in lingua originale per non perdersi la fiera voce “paffuta” di Charles Laughton, in profondo contrasto con le parole che pronuncia.

Matteo Chessa

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