1948. BARRIERA INVISIBILE: IL PRIMO FILM AMERICANO CHE TRATTA DI ANTISEMITISMO

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Philip Schuyler Green (Gregory Peck), importante giornalista dell’America del secondo dopoguerra, riceve l’incarico di scrivere un articolo sull’antisemitismo e decide di fingersi ebreo per alcune settimana e verificare la reazione delle persone. Tolte alcuni esiti positivi, gli effetti del suo esperimento portano ad offese, porte in faccia e allontanamenti dei conoscenti, tra cui quello della partner Kathy (Dorothy McGuire), ma gli consentono di distinguere i veri amici da quelli finti.

Nell’anno di Il miracolo della 34a strada, Elia Kazan, al suo quarto film, trionfa agli Oscar con una pellicola (titolo originale Gentleman’s Agreement) tratta dal romanzo di Laura Z. Hobson. Primo american movie a trattare di antisemitismo e analizzare il razzismo dell’americano medio, che ha questa piaga insita dentro di sé, non riesce a convincere del tutto lo spettatore (quello moderno sicuramente perché il film è invecchiato male e si sentono gli anni trascorsi) a causa di alcuni limiti dati dai parametri hollywoodiani del tempo che imponevano recitazioni fatte con lo stampino e, purtroppo, l’happy ending. Inutili i tentativi del regista di approcciarsi, come succede negli altri paesi, alla vita mondana dei cittadini del dopoguerra scendendo con la camera in strada per riprendere il reale (neorealismo italiano), vani gli sforzi per convincere Gregory Peck a recitare con più enfasi e trasporto, con la star (in quel momento all’apice del successo) che offre una prova solida e impostata ma per niente travolgente. Meglio Dorothy McGuire, candidata all’Oscar, in una delle sue interpretazioni migliori. Nonostante la tematica forte e i tre Oscar portati a casa (oltre al film anche la regia e la attrice non protagonista Celeste Holm che interpreta Anne Dettrey, collega che accetta Philip anche se ebreo), resta comunque un film medio che non riesce a scrollarsi di dosso la rigidità degli schemi americani del tempo,sfociando in un lieto fine ridicolo con una riappacificazione improbabile. Da vedere, ma non da ricordare.

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Celeste Holm alla premiazione degli Oscar

 

Matteo Chessa

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