1958. IL PONTE SUL FIUME KWAI: FILM CONTRO LA GUERRA TRA UOMINI D’ONORE

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La contesa è storica, nel 1958 a giocarsi l’ambita statuetta per il Miglior Film sono nominati due dei più grandi capolavori della storia della cinematografia: La parola ai giurati (Twelve Angry Men), sbalorditiva opera prima di Sidney Lumet girata (quasi) completamente in una sola location con prove attoriali da incorniciare; Il ponte sul fiume Kwai (The Bridge on the River Kwai) del britannico David Lean (Lawrence d’Arabia, Il dottor Zivago). La spunta, complice anche la tematica della pellicola, quest’ultimo portando a casa ben sette Oscar, inclusi regia, attore protagonista e fotografia. Più che di un film sulla guerra si dovrebbe parlare di film contro la guerra, una denuncia ironico-drammatica sulla sua utilità e sull’incoerenza di chi la fa. La trama è nota: prigionieri di guerra inglesi in Birmania vengono costretti dai giapponesi, loro aguzzini, a costruire un ponte sul fiume Kwai, molto importante strategicamente per poter trasportare uomini e munizioni più velocemente. Con orgoglio e patriottismo il colonnello britannico Nicholson (Alec Guinness, premiato giustamente con l’Oscar per l’ottima prestazione) guida i suoi uomini nel lavoro. Intanto un commando alleato si prepara a distruggere la loro creatura.

Da un romanzo (1952) del francese Pierre Boulle, ispirato liberamente alla vera storia della costruzione di un ponte sul fiume Mae Klong nel 1943 da parte di prigionieri del Commonwealth, tralascia tutti gli stereotipati temi del film bellico (battaglie, trincee, azione) e abbandona la vera guerra per parlare degli scontri tra uomini, tra chi la guerra la combatte, sottolineando crudamente come il patriottismo che guida il film non sia legato alla nazione ma all’ego personale, al dover sconfiggere per forza il rivale per non sentirsi nullo; è questo il caso dei due occidentali Nicholson, che costruisce un ponte importante per i nemici per dimostrare la sua superiorità al colonnello Saito (Seusse Hayakawa) tanto da attaccare una targa dimostrativa a lavoro finito, e Shears (William Holden), americano che fugge e chiede ripetutamente di tornare a casa salvo guidare la distruzione del ponte e dare una lezione all’inglese. Il tutto sfocia nell’irrazionalità di massa, nella “Pazzia” gridata nel finale, che porta a scontri inutili, a morti evitabili motivate solo dall’orgoglio; questo è sintetizzato, ironicamente (anche se il lato tragico è evidente), nella figura del colonnello Saito, pronto al suicidio nel caso la missione fallisse (morte inutile guidata dall’orgoglio patriottico). Film rifiutato da molti (il regista Howard Hawks, gli attori Cary Grant e David Niven), ebbe grande successo di pubblico e critica. Un plauso va fatto al produttore indipendente Sam Spiegel, che con orgoglio ha accontentato tutte le bizzarre (e costose) richieste del regista, non ultima la costruzione reale del ponte per poi farlo veramente esplodere per dare effetto di realismo (occorsero 12 mesi, la scena dura 40 secondi).  Cenno a parte merita la famosissima colonna sonora del film, Colonel Bogey March, fischiettata, che entrò subito nella testa degli spettatori e divenne un successo. Film sicuramente da vedere.

CURIOSITA‘: L’oscar alla sceneggiatura venne assegnato erroneamente allo scrittore Pierre Boulle e non ai due sceneggiatori  originali Carl Foreman e Michael Wilson nel frattempo esiliati dai bandi anticomunisti hollywoodiani ed esclusi dagli accrediti. I loro nomi compariranno nella versione restaurata del 1985. In questa versione non venne però corretta la notevole svista dei titoli di testa, con il nome dell’attore Alec Guinness scritto a caratteri cubitali con una sola “S”.

Matteo Chessa

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