2012. THE ARTIST: NON SEMPRE SERVONO PAROLE

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83 anni dopo l’ultimo muto (Ali), 51 dopo l’ultimo b/n (L’appartamento) trionfa come Miglior Film The Artist, film francese del quasi esordiente Michael Hazanavicius, che aveva diretto solo una spy story/commedia in patria (ottima). Ambientato nella Hollywood a cavallo tra gli anni 20 e i 30, racconta delle rispettive parabole artistiche di due attori del periodo in rapporto alla grande novità del sonoro: discendente quella del grande George Valentin (Jean Dujardin), celebrità del muto, senza lavoro nel nuovo cinema; in continua ascesa quella di Peppy Miller (Berenice Bejo), ballerina lanciata da Valentin e nuova star hollywoodiana col sonoro. Evidente il rimando a Viale del tramonto (conferma ne sono i tre ringraziamenti a Billy Wilder di Hazanavicius durante la premiazione come Miglior regista), con Valentin che come Norma Desmond si rifiuta di considerare il sonoro come arte, The Artist è un omaggio al cinema che fu, ai grandi artisti del passato sintetizzati nella figura del protagonista (i nomi sono tanti, da Rodolfo Valentino a Gene Kelly, da William Powell a Douglas Fairbanks, fino ad arrivare a John Glbert, partner della Garbo, morto giovane e dimenticato). Un gioiello quasi completamente muto (sfrutta il sonoro in maniera impeccabile come nella bellissima scena del bicchiere) che rivela al mondo il talento di Dujardin, capace di emozionare e divertire con le sole espressioni facciali. Berenice Bejo è un’ottima spalla, le piccole parti dell’onnipresente John Goodman, James Cromwell e Malcom McDowell dilettano, ma è il piccolo Jack Russel a rubare la scena. 5 Oscar, numerosi premi in tutto il mondo (che lo rendono il film francese più premiato di sempre) e la macchia del mancato premio alla Bejo come non protagonista (???). La scena di ballo finale è degna delle grandi coreografie musicali di Kelly. Ha vinto The Artist, ma io tifavo The Tree of Life di Malick.

Matteo Chessa

2011. IL DISCORSO DEL RE: QUANDO L’ACADEMY IGNORO’ INCEPTION

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Ci sono anni in cui la cerimonia degli Oscar mi ha fatto sorridere, anni in cui mi ha fatto commuovere ma soprattutto anni in cui mi ha fatto incazzare e indiscutibilmente quella del 2011 è stata la premiazione che più mi ha fatto roteare i cosiddetti. Prendete questi due film in concorso: Il discorso del re di Tom Hooper e Inception di Christopher Nolan. Cos’hanno in comune? Assolutamente niente! Il primo è una commediola modesta ma ben curata sulla nobiltà inglese, il secondo è un’opera (seppur debitrice del Paprika di Satoshi Kon) affascinante e complessa che analizza i misteri onirici dell’inconscio. Ora, se avete letto il titolo dell’articolo o se anche voi come me stavate a mangiarvi le falangi davanti al televisore, sapete chi ha vinto. Ispirato a una storia reale, Il discorso del re (dodici nomination!) ruota attorno ai problemi di balbuzie di re Giorgio VI (Colin Firth) e del suo tentativo di risolverli. Unanimemente acclamato da pubblico e critica, il film del britannico Hooper è un prodotto storicamente accurato, fotograficamente apprezzabile ma in ogni caso privo di quel quid che gli conferirebbe lo spessore necessario per diventare un film immortale. Unica vera nota di merito l’incredibile interpretazione del mostro sacro Geoffrey Rush (che ovviamente non vince l’Oscar) nel ruolo dell’eccentrico logopedista Lionel Logue. Tra un ringraziamento e l’altro durante la notte del 27 febbraio, Il discorso del re si porta a casa immeritatamente quattro statuette mentre io dopo quattro anni mi sto ancora chiedendo se la trottola cade o no. Misteri  della vita.

Francesco Pierucci

2010. THE HURT LOCKER: LA GUERRA COME DROGA

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Ci si aspettava Avatar di James Cameron, si sperava Bastardi senza gloria di Tarantino, si sognava Tra le nuvole di Reitman o Up, prodotto Pixar firmato Docter- Peterson; a vincere la statuetta per il Miglior Film del 2010, primo anno in cui il numero di nominati cambia da 5 a 9 (anche se nel 2011 saranno 10), è The Hurt Locker, war movie di Kathryn Bigelow ambientato in Iraq. A pochi mesi dal suo concedo, il capo- artificiere della Bravo Company, unità speciale dell’esercito USA specializzata nel disinnescare bombe, perde la vita in seguito ad un’esplosione. Lo sostituisce il sergente James (Jeremy Renner), esperto, impulsivo e sprezzante della (sua) vita. La Bigelow riprende la guerra in Iraq dopo Redected di De Palma e Nella valle di Elah di Paul Haggis, ma si capisce immediatamente quanto il suo intento non sia di mostrarci “quella” guerra (data l’ambientazione e le riprese ci potremmo trovare in ogni parte del mondo) quanto di evidenziare come essa sia da sempre una droga per i soldati, spaesati senza di lei e impossibilitati a vivere lontani dall’azione. La scenografia (le magnifiche ambientazioni polverose di Karl Juliusson), la sceneggiatura del giornalista Mark Boal e le interpretazioni del cast (su tutti Jeremy Renner, bisognerà aspettare America Hustle per rivederlo così in forma) convincono, così come la regia attenta e dettagliata della Bigelow, lontana anni luce dai zigoviaggi di Strange Days e finalmente distante dall’ombra ingombrante dell’ex marito James Cameron, come dimostrano le perfette scene di tensione, preparate al millesimo . L’hurt locker è la “cassetta del dolore”, dove vengono chiusi i corpi dei soldati morti. Sei Oscar, tra cui la regia storica a Kathryn Bigelow, prima donna nella storia.

Matteo Chessa

2009. THE MILLIONAIRE: LA PICCOLA FAVOLA DI DANNY BOYLE

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La cerimonia dell’Academy del 2009 è ricca di tensione perché forse per la prima volta nella storia non c’è un vero favorito in grado di surclassare gli avversari. The Millionaire di Danny Boyle, Milk di Gus Van Sant, Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher, Frost/Nixon-Il duello di Ron Howard sono tutti buoni film che però in annate meno fortunate non avrebbero mai potuto lottare per aggiudicarsi la statuetta più importante. A trionfare come sappiamo è The Millionaire (in originale Slumdog Millionaire), ottavo film del regista inglese, che decide di trasportare la policromatica suggestività delle sue inquadrature nella sua ambientazione ideale ovvero l’India. Tratto dal romanzo di Vikas Swarup Le dodici domande, il film racconta la storia di Jamal, un ragazzo povero di Mumbai e delle sue vicissitudini che lo porteranno a partecipare al Chi vuol essere milionario indiano per poter riscattare la sua amata Latika da un pericoloso criminale. Dopo aver raccontato l’esistenza dei tossici scozzesi di Trainspotting e dell’epidemia con zombie annessi di 28 giorni dopo, Boyle si confronta con la Bollywood moderna, prima industria cinematografica nel mondo che, dopo il periodo d’oro incarnato dalle gesta di Amitabh Bathchan, ha bisogno di trovare una nuova collocazione nell’universo della settima arte. Non potendo contare su uno stampo narrativo innovativo, l’opera scorre piacevole ma senza regalare eccessivi sussulti. Ciò che più resta nella mente di chi guarda, oltre all’infinita povertà delle baraccopoli, è forse l’orecchiabile canzone  Jai Ho (vincitrice dell’Oscar) cantata dalle Pussycat Dolls con Allah Rahman. Troppo poco per un film che si porta a casa ben otto statuette.

CURIOSITA’: Nel maggio 2009, nonostante gli Oscar, le case delle famiglie di due degli attori bambini, quella di Azharuddin Mohammed Ismail che rappresenta il giovane Salim e quella di Rubina Ali che rappresenta Latika nel film, furono demolite a colpi di ruspa dalle autorità indiane senza alcun preavviso. Nel corso della demolizione il ragazzo e il padre della ragazza furono bastonati dalla polizia.

Francesco Pierucci

2008. NON È UN PAESE PER VECCHI: I COEN FILMANO LE PAGINE ASCIUTTE DI MCCARTHY

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Llewelyn Moss (Josh Brolin), saldatore texano, si imbatte per caso nelle conseguenze di uno scontro a fuoco causato dallo scambio di una partita di droga e recupera (e tiene) un’abbondante somma di denaro che permetterebbe a lui e alla moglie Carla Jean (Kelly MacDonald) di vivere agiatamente. Il gesto sprovveduto lo catapulta in un incubo di violenza e inseguimenti, braccato dal sicario Anton Chigurh (Javier Bardem) che vuole recuperare i soldi. Anche il vecchio sceriffo Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones) è sulle tracce di Moss, e spera di trovarlo prima del killer per garantirgli protezione. Tratto dall’omonimo romanzo di Cormac McCarthy (dai cui libri son stati tratti altri film celebri come The Road di Hillcoat e i recenti The counselor di Ridley Scott e Child of God di James Franco), segna il ritorno alle origini dei Coen, che vengono da due film leggeri come Prima ti sposo poi ti rovino  e il remake Ladykillers, con una nuova storia che parte dall’avidità umana e ne analizza le conseguenze dando diverse chiavi di lettura a seconda dei personaggi della vicenda (ci si sposta dai ghiacci al deserto ma il paragone con Fargo è doveroso). Con uno stile secco e asciutto ripreso dalle pagine del libro di McCarthy, interpretazioni attoriali da incorniciare (sottolineata spesso quella di Bardem, premio Osca non protagonista, da ricordare anche il buon Josh Brolin) e scene storiche (Chigur assassino con l’aria compressa), la vicenda suggerisce tre chiavi di lettura, tre modi di giudicare le azioni che si vedono: una spaventata e incredula di quello che accade (Moss), una fredda e spietata (Chigur) e l’ultima (secondo me la visione dei Coen) distaccata, nostalgica e consapevole dell’impossibilità di fermare le cose (Bell). Un ritorno ad alti livelli che non permette di raggiungere capolavori passati (Il grande Lebowski, Fargo, L’uomo che non c’era) ma nemmeno li lascia nella palude creativa in cui si erano impantanati. Un consiglio: leggete prima il libro. Quattro Oscar, tra cui Miglior Regia, successo globale e la soddisfazione di aver eclissato un film come Il petroliere. Mica male.

Matteo Chessa

DETROIT METAL CITY – L’IRONICO SGUARDO GIAPPONESE SUL MONDO METAL

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Fedelissimi accoliti di Morfeo, sono qui oggi per proporvi uno dei manga più demenziali che mi siano mai finiti tra le mani. L’opera di Wakasugi Kiminori, edita in Italia da Planeta DeAgostini, segue le vicende di Negishi Soichi, un timido e innocente ragazzo di campagna trasferitosi a Tokyo con il sogno di diventare un cantante neomelodico (più o meno), che si trova ad essere il leader del gruppo death metal “Detroit Metal City”. Una volta indossato il costume modello Kiss, lo sfigatissimo protagonista si trasforma nel temibile Krauzer II, un mostro che inneggia allo stupro, all’incesto, all’omicidio e alla carneficina, venerato dai fans come un vero e proprio demonio. Tutta l’opera si basa sul contrasto morale del protagonista, sui suoi colpi di testa, sulle battaglie con gli altri gruppi, tutto coronato dal fanatismo dei fans che lo costringono a compiere azioni grottesche e ridicole che diventano poi assurde leggende. Lo vedremo cimentarsi nelle cose più demenziali, dallo scatarrare in gola al proprio “nemico”, al gridare “lurida scrofa ti apro di cazzi” alla ragazza che ama in un momento di confusione mentale, fino allo scoparsi la Tokyo Tower sotto le grida dei fans che vedranno il monumento venire e bagnarsi (in realtà si metterà semplicemente a piovere), il tutto sotto il controllo costante della manager folle dei DMC, una feticista che studia esibizioni talmente marce da farla venire. Ma questa, amici miei, non è solo un’opera goliardicamente demenziale ma un’importante testimonianza del fatto che i metallari giapponesi sono come quelli occidentali, degli sfigati, timidi, patetici e frustrati che inneggiano alla violenza, strillano come inchiapettati a freddo, per nascondere al mondo il loro disagio e la loro inadeguatezza sociale. Perciò vi invito ad arricchire la vostra collezione con quest’opera umoristica che oltre che farvi ridere, vi farà capire quanto siete fortunati a non essere come loro! Un abbraccio

L’obeso barbuto

Ps: se sei un metallaro e ti sei offeso non comprendendo l’ironia dell’articolo, sappi che scherzo e che non ti giudico. Ci tengo inoltre a farti sapere che puoi cambiare, perché sotto tutti quegli strati di felpe sudate e capelli unti anche tu, dovresti essere umano.

2007. THE DEPARTED: QUANDO L’ACADEMY SI RICORDO’ DI MR. SCORSESE

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Esiste un momento nella storia in un anno particolare, in cui improvvisamente l’Academy rinsavisce e si accorge di aver ignorato per anni un maestro della settima arte che meriterebbe ogni anno l’Oscar alla carriera: così come era successo con John Wayne per Il Grinta, l’allegra congrega si ricorda di dover premiare un signorotto italoamericano di nome Martin Charles Scorsese, che avrebbe già dovuto omaggiare per una serie infinita di capolavori (o perlomeno per l’incredibile lavoro registico relativo a L’età dell’innocenza) ma che invece attribuisce a un film Minore (con la M maiuscola). The Departed (nell’anno dello splendido Little Miss Sunshine) porta a casa oltre il premio della regia, anche miglior film, sceneggiatura non originale e montaggio all’incredibile Thelma Schoonmaker. L’opera del regista di Quei Bravi Ragazzi è un remake del film hongkonghese Infernal Affairs che lo ricorda nella trama ma si differenzia per alcune sfumature stilistiche (l’atmosfera generale, le scene di violenza, le scenografie urbane).  Al centro tra poliziotti e criminali, tra spionaggio e controspionaggio, si staglia il tema dell’identità e soprattutto della sua perdita, che influenza inevitabilmente le azioni del trio magico di protagonisti (DiCaprio, Demon, Nicholson).  Da segnalare l’energetica Shipping up to Boston dei Dropkick Murphys nella sequenza dell’allenamento in prigione in cui Scorsese si autocita per il lavoro di Capefear- Il promontorio della paura. Scorsese non fa mai brutti film.

CURIOSITA’ 1: Nel film, Scorsese pone una ‘X’ nei pressi di chiunque stia per morire, un riferimento a Scarface – Lo sfregiato di Howard Hawks.

CURIOSITA’ 2: Al termine del film, dopo il funerale di Costigan, Madolyn passa davanti a Sullivan che le parla senza degnarlo di uno sguardo, come Alida Valli nel finale de Il terzo uomo di Carol Reed.

 

Francesco Pierucci