1978. IO E ANNIE: IL FILM-SVOLTA DI ALLEN

Immagine

Alvy Singer (Woody Allen) è un attore comico della tv e della radio, si è lasciato da oltre un anno con Annie Hall (Diane Keaton) e cerca di spiegarci quali sono i problemi (partendo dalla sua infanzia) che hanno portato alla rottura con la bella intellettuale con la quale condivideva interessi professionali e instabilità emotiva. Uno dei film più importanti dell’attore-regista, segna una svolta nella sua carriera lanciando la nervous romance, il dramma mascherato da commedia, che si differenzia da tutte le opere realizzate fino a quel momento. È un’autobiografia con cui analizza la fine del suo rapporto con Diane Keaton, la sua più grande musa ispiratrice (Annie Hall si riferisce al vero cognome e al nomignolo dell’attrice), le sue più gravi patologie psichiche, dall’egocentrismo alla collezione rara di ossessioni, che lo portano a passare molto del suo tempo dallo psicologo (“15 anni, gli do un altro anno poi vado a Lourdes”). Fedele alla comicità delle opere precedenti (non mancano le battute su ebrei e dittatori) sfrutta al meglio la miglior sceneggiatura di una commedia mai scritta per trattare del tema del doppio, del rapporto uomo-donna, dialoghi incessanti e alcune trovate visive come lo split-screen e la rottura della quarta parete che permette ad Allen di parlare direttamente allo spettatore (celebre la diatriba con il critico cinematografico che parla di Fellini o ancora la scena della fila con il cameo di Marshall McLuhan). Complesso, innovativo, divertente, deve molto anche alla fotografia di Gordon Willis (“Il Padrino I e II“) grigiastra per gli esterni di New York, abbagliante per la California e dorata per i ricordi dell’infanzia. Tanti i camei e gli esordi, dal già citato McLuhan a Shelly Duvall (Shining), da Jeff Goldblum in età quasi adolescenziale a una quasi-esordiente Sigourney Weaver. Vinse 4 premi Oscar: film, regia, sceneggiatura originale e attrice protagonista Diane Keaton.

CURIOSITA’: Inizialmente doveva intitolarsi Anedonia (in psicologia l’incapacità del paziente di provare piacere anche in situazioni come mangiare, bere, dormire) e durava 4 ore e mezza. Allen in fase di montaggio l’ha ridotto a 93 minuti, cambiando così anche il senso iniziale della storia, più incentrata sul suo personaggio.

 

Matteo Chessa

1977. ROCKY: IL SUCCESSO DEL LOW BUDGET

Immagine

Molto spesso si è scritto del 1977 come dell’anno delle sorprese, con i nominati Taxi Driver di Scorsese, Quinto Potere di Sidney Lumet e Tutti gli uomini del presidente di Pakula che vengono fregati dal “più leggero” Rocky di John G. Avildsen. Questo potrebbe portare i più a screditare sul nascere un grande film, sicuramente un capolavoro del genere sportivo, che è più complesso e sottile di quanto la trama lasci intendere (con ciò va anche sottolineato che la critica mondiale ne ha sempre tessuto le lodi). Rocky (Stallone) è un pugile di poco conto che vive nei bassifondi di Philadelphia e va avanti tra incontri di boxe di basso livello e un lavoretto di esattore di crediti per uno strozzino. Tra l’amore per Adriana (Talia Shire), sorella del suo amico Paulie (Burt Young),  e gli allenamenti nella palestra di Mickey (Burgess Meredith), riceve l’inattesa fortuna di sfidare il campione del mondo di pesi massimi Apollo Creed (Carl Weathers) che rimasto senza sfidante decide di dare una chance ad un pugile del luogo.

Scritto da Sylvester Stallone (che fa parte dell’invidiabile gruppo di attori che hanno ricevuto nello stesso anno una nomination come miglior attore e sceneggiatore assieme ai mostri sacri Chaplin e Orson Welles), è un film sui e per i perdenti, gli sconfitti in partenza, i figli della strada con poco nella vita oltre che i sogni di grandezza. Più che un film sullo sport (la sequenza dello scontro di pugilato dura pochi minuti) è un film sulla speranza, sul sogno americano (citato) che arriva per tutti quelli che sanno aspettare; la prima parte è un gioiello, e le inquadrature delicate e mai incalzanti  mostrano i sobborghi di Philadelphia in cui si incrociano varie vite e storie, con la timida e occhialuta Adriana, l’alcolizzato Paulie, il burbero Mickey che sostituisce l’armadietto di Rocky. La musica di Bill Conti, divenuta cult, Gonna fly now, accompagna con leggerezza la pattinata sul ghiaccio di Rocky e l’amata al primo appuntamento, le camminate nei vicoli della città del pugile intento a tirar pugni all’aria, i discorsi al bar e la proposta di Mickey. La seconda parte, quella dell’allenamento, è più movimentata e contiene quasi tutte le scene più famose (la scalinata, i pugni ai quarti di bue, l’incontro, l’urlo finale) ma non perde la poesia iniziale (vedere la scena in cui Rocky alla vigilia sale sul ring e guarda le gigantografie). Stallone, poco conosciuto, divenne una star e venne paragonato a Marlon Brando; 3 oscar (regia, film e montaggio) e tanto successo di pubblico e critica, vera impresa di questo film a basso budget (1,1 milioni di Euro spesi, 225 guadagnati). Stallone è doppiato da Gigi Proietti e non Ferruccio Amendola come tutti credono.

Matteo Chessa

PHILIP SEYMOUR HOFFMAN: UN RICORDO

05

 

La morte di Philip Seymour Hoffman scrive un ulteriore nefasto capitolo sugli attori morti prematuramente. Non cercherò di giudicare Hoffman come uomo ma mi limito a omaggiarlo come artista. La prima volta che l’ho visto, scolaretto riccastro e infame, era proprio in uno dei miei film preferiti Scent of a Woman-Profumo di donna. La conferma del suo talento arrivò per me con quel piccolo ruolo ne Il Grande Lebowski che in pochi ricordano ma che è decisamente divertente, esilarante come il suo Allen di Happiness- Felicità, timido ma ossessionato dal sesso. L’esplosione definitiva per la sua carriera avviene grazie al connubio con Paul Thomas Anderson: da Sydney a Boogie Nights passando per lo splendido Magnolia sino a Ubriaco d’amore, i due danno vita  ad opere poetiche e originali. In generale, ciò che più mi piace ricordare di Hoffman è stata la sua straordinaria capacità di esasperare la tragicità di tutti i suoi personaggi, sia comici che drammatici: il Sandy di ….e alla fine arriva Polly non ha niente da invidiare al cinico Truman Capote così come il Conte di I Love Radio Rock merita la medesima considerazione del Lancaster Dodd di The Master, senza tralasciare il tormentato Caden Cotard di Synecdoche, New York. La sua filmografia, sebbene eterogenea (si va dal cinema indipendente ai blockbuster), è indubbiamente costituita da lungometraggi che rimarranno a lungo nella memoria degli spettatori. Personalmente, il mio ultimo ricordo, va al suo Andrew Hanson di Onora il padre e la madre di Lumet: raramente ho visto raggiungere da un attore tale livello di bravura. Peccato.

 

Francesco Pierucci