GODEATH – LA STIRPE DELLA DEA : QUANDO MASSONERIA, VATICANO E TETTE SI SCONTRANO IN UN BAGNO DI SANGUE

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Salve a tutti amici disoccupati, perditempo e fancazzisti. Come primo articolo per questo blog ho deciso di parlarvi del manga di YujiShiozaki edito da J-Pop “GODEATH – la stirpe della dea”. Qual è la prima cosa che mi ha colpito di quest’opera? Semplicissimo: il figone in copertina strizzato in un corpetto nero che, con due splendidi occhi azzurri, ti fissa imbracciando una spada in modo improbabile. Un’immagine piena di poesia che non poteva che conquistare la mia attenzione mentre mi aggiravo modello “laureato in filosofia in cerca di un lavoro” nella mia fumetteria di fiducia. Sfogliandolo rapidamente, ho potuto apprezzare un palestrato con la calotta cranica scoperchiata e mezzo cervello a penzoloni che minacciava una dolce fanciulla, e una bambina dal volto angelico che con le dita allungate a mo’ di arpioni impalava una serie di nemici. Ora, se anche voi siete dei fulminati come me, avrete già capito che ci sono tutti gli elementi per investire i 6€ che costa. Ma veniamo a qualche dettaglio in più. La storia segue le vicende di Maria, un sicario homunculus (e se vi devo spiegare cos’è, leggetevi Fullmetal Alchemist e vergognatevi!), creata da un vampiro, che combatte per la massoneria nella guerra contro il vaticano. Il teatro della prima parte della storia è l’Italia del 700, spazia tra Napoli e Roma, regalandoci atmosfere barocche che si abbinano perfettamente al costante bagno di sangue. Il manga è un susseguirsi di omicidi, imboscate, ricatti e sequestri che nove volte su dieci vedono i vestiti della protagonista cedere nelle prime tre mosse. Per questo fatto, mi vergogno quasi a dirlo, mi trovo un po’ deluso. Specifichiamo subito, non perché sia disegnata male o sia brutta, lo stile dei disegni mi piace e lei è proprio un figone di tutto rispetto, con due bocce spaziali e un lato B che definirei “poetico”, però vista epoca e trama, un minor fanservice avrebbe reso l’atmosfera dell’opera più oscura e decadente con un risultato finale a mio avviso superiore. Va detto che ho letto solo i primi due numeri, catturato il pubblico dei pipparoli (di cui sono stato delegato sindacale dal 2003 al 2006) l’autore potrebbe riportare la cosa ad un livello più gradevole. Non lo farà, ma vi sto fornendo un’attenuante morale per acquistare una zozzeria.

In conclusione: trama e disegno sono buoni, è violento e splatter al punto giusto e anche se hanno esagerato con le tette (non avrei mai immaginato di dire una cosa simile) per me è promosso!

L’obeso barbuto

1980. KRAMER CONTRO KRAMER: IL DIVORZIO SECONDO BENTON

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La differenza tra un buon film e un capolavoro la si nota nel momento di constatare la loro fama: solo gli appassionati di settima arte, le coppie in crisi e quelle già scoppiate e qualche interessato che si aggira nelle videoteche sulla sezione “Film Stranieri” sotto la lettera K (o ancora la ristretta cerchia di persone che ha visto e ricorda Mi chiamo Sam di Jessie Nelson) conoscono e hanno guardato Kramer contro Kramer di Robert Benton; tutti invece, anche i sassi, conoscono Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, un titolo che è impossibile non incontrare almeno 10 volte nel corso di una vita umana. Nel 1980 però si preferì premiare il “normale” film di Benton rispetto all’imponente opera del regista de ll Padrino, ma anche a All That Jazz, spettacolare musical di Bob Fosse. Le ragioni? Forse demeriti dei concorrenti, con i continui rinvii di Apocalypse che devono aver snervato parecchio gli appassionati del tempo (magari delusi dal risultato finale, sarebbe follia); molto probabilmente è il tema trattato da Kramer contro Kramer, la fine di una storia d’amore e l’inizio del divorzio, più leggero e meno provocatorio rispetto alla critica aperta contro il Vietnam, ad aver convinto i membri dell’Academy. Tratto da un romanzo, Kramer vs Kramer, di Avery Corman, racconta la rottura tra Ted Kramer (Dustin Hoffman), agente pubblicitario, e sua moglie Joanna (Meryl Streep) che decide improvvisamente di lasciarlo abbandonando lui e il figlio (per non far la figura del maschilista aggiungo che lui non era mai presente in casa perché ossessionato dalla carriera). Dovendosi prender cura del bambino rinuncia a tante cose, tra cui il lavoro, ma il processo per la custodia rischia di portargli via anche lui. Non ricordo film migliori che trattino questo tema: il pregio maggiore è l’evitare digressioni e concentrarsi solamente sul divorzio e sulle fatiche e le rinunce di un genitore per l’amore del figlio. Gli attori (premiati) traghettano in maniera convincente il film e anche la sceneggiatura (da Oscar) scritta dal regista non cade nella noia. La morale è: in un divorzio soffrono i terzi, in questo caso il figlio. Ma il film racconta soprattutto la parabola apparentemente discendente di un uomo che sa che una relazione finita non si può ricongiungere e cerca di salvare quello che rimane. Bello, non eccelso. 5 Oscar (anche regia) e un finale che lascia l’amaro in bocca.

Matteo Chessa