1980. KRAMER CONTRO KRAMER: IL DIVORZIO SECONDO BENTON

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La differenza tra un buon film e un capolavoro la si nota nel momento di constatare la loro fama: solo gli appassionati di settima arte, le coppie in crisi e quelle già scoppiate e qualche interessato che si aggira nelle videoteche sulla sezione “Film Stranieri” sotto la lettera K (o ancora la ristretta cerchia di persone che ha visto e ricorda Mi chiamo Sam di Jessie Nelson) conoscono e hanno guardato Kramer contro Kramer di Robert Benton; tutti invece, anche i sassi, conoscono Apocalypse Now di Francis Ford Coppola, un titolo che è impossibile non incontrare almeno 10 volte nel corso di una vita umana. Nel 1980 però si preferì premiare il “normale” film di Benton rispetto all’imponente opera del regista de ll Padrino, ma anche a All That Jazz, spettacolare musical di Bob Fosse. Le ragioni? Forse demeriti dei concorrenti, con i continui rinvii di Apocalypse che devono aver snervato parecchio gli appassionati del tempo (magari delusi dal risultato finale, sarebbe follia); molto probabilmente è il tema trattato da Kramer contro Kramer, la fine di una storia d’amore e l’inizio del divorzio, più leggero e meno provocatorio rispetto alla critica aperta contro il Vietnam, ad aver convinto i membri dell’Academy. Tratto da un romanzo, Kramer vs Kramer, di Avery Corman, racconta la rottura tra Ted Kramer (Dustin Hoffman), agente pubblicitario, e sua moglie Joanna (Meryl Streep) che decide improvvisamente di lasciarlo abbandonando lui e il figlio (per non far la figura del maschilista aggiungo che lui non era mai presente in casa perché ossessionato dalla carriera). Dovendosi prender cura del bambino rinuncia a tante cose, tra cui il lavoro, ma il processo per la custodia rischia di portargli via anche lui. Non ricordo film migliori che trattino questo tema: il pregio maggiore è l’evitare digressioni e concentrarsi solamente sul divorzio e sulle fatiche e le rinunce di un genitore per l’amore del figlio. Gli attori (premiati) traghettano in maniera convincente il film e anche la sceneggiatura (da Oscar) scritta dal regista non cade nella noia. La morale è: in un divorzio soffrono i terzi, in questo caso il figlio. Ma il film racconta soprattutto la parabola apparentemente discendente di un uomo che sa che una relazione finita non si può ricongiungere e cerca di salvare quello che rimane. Bello, non eccelso. 5 Oscar (anche regia) e un finale che lascia l’amaro in bocca.

Matteo Chessa

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