1986. LA MIA AFRICA: BASTA AZZECCARE L’ANNO GIUSTO

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Diciamocelo, la concorrenza non era delle più forti, con L’onore dei Prizzi di John Huston (Jack Nicholson sensazionale tanto per cambiare) e Il Colore viola di Spielberg unici veri ostacoli, ma l’Oscar come Miglior Film a La mia Africa di Sidney Pollack, se paragonato ad altre opere che hanno ricevuto la statuetta o soprattutto a certe che nemmeno sono state nominate, è scandaloso. Il tutto si riduce alla fortuna di centrare l’anno giusto con pellicole belle ma non certo memorabili. Tratto dal libro autobiografico di Karen Blixen e racconta della storia d’amore vissuta da questa (interpretata da Meryl Streep) con il cacciatore Denys Finch-Hatton (Robert Redford) in Africa, precisamente Kenya. Sposata con un barone donnaiolo di cui è innamorata, contra la sifilide e perde la possibilità di avere figli ma si lega maggiormente al luogo in cui si trova, amandone la natura e gli abitanti (e il cacciatore). Finale a sorpresa. 150 minuti è una lunghezza eccessiva per tutti i film, figuriamoci per questa storia d’amore strappalacrime, a tratti diabetica, a tratti melensa. Non si discute la cifra stilistica, con una fotografia capolavoro e alcune riprese dei paesaggi africani da cartolina che fanno venir voglia di partire immediatamente; nulla da dire sulla salda e precisa regia di Sidney Pollack (che forse crede troppo a quello che a Blixen scrive di sé nel libro) o sulle interpretazioni attoriali, ma il film contempla troppo, si ferma a pensare e lascia scorrere il tempo suggerendo la sua poca importanza in certi luoghi. Tutto bello ma pesante, come un buon piatto che ti rimane sullo stomaco e non riesci a finire (anche se l’ultima forchettata è la più gustosa). Suggerito per chi ama storie d’amore e le trame raffinate, ma anche a chi ha tempo da perdere. 7 Oscar e un remake Sognando l’Africa, con Kim Basinger che perde tutta la poesia.

CURIOSITA’: I proventi della prima serata di programmazione del film furono devoluti a due organizzazioni operanti in Africa nel settore della sanità e della difesa dell’ambiente.

 

Matteo Chessa

1985. AMADEUS: LA PERFEZIONE CINEMATOGRAFICA

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Non è un biopic né una riproposizione di eventi realmente accaduti; il film prende spunto dall’omonima opera teatrale di Peter Shaffer in cui si ipotizza (ma in realtà questa teoria è stata smentita quasi al 100%) una rivalità tra i compositori Antonio Salieri e Wolfgang Amadeus Mozart, entrambi al servizio dell’imperatore Giuseppe II d’Asburgo-Lorena. Uno scontro vissuto in maniera morbosamente invidiosa dal compositore italiano e che sfocia nell’uccisione di Mozart (non per mano ma a causa di Salieri). Diretto da Milos Forman, al suo secondo Oscar dopo Qualcuno volò sul nido del cuculo, è esattamente la versione cinematografica di un’opera di Mozart, perfetta da ogni punto di vista e da qualsiasi angolazione. Un film girato prevalentemente in interni, con scenografie perfette che ripropongono la magnificenza dei saloni imperiali, ma anche i teatri, le stamberghe; la fotografia gioca con luci e ombre e sottolinea la tematica evidente del film: l’invidia celata di Salieri per l’irriverente Mozart, un fanciullo osceno scelto da Dio come suo strumento in luogo del compositore italiano, comunque apprezzato ma non abbastanza talentuoso da scrivere opere che folgoreranno i tempi e rimarranno eterne. Uno scontro impari tra un servitore del Signore e un servito che già è riscontrabile nel secondo nome di Mozart (che titola la pellicola), Amadeus (Theophilus) che significa proprio “amato da Dio”. Da far accapponare la pelle le due incredibili interpretazioni degli attori protagonisti (entrambi candidati) Tom Hulce (Mozart) e Fred Murray Abraham (Salieri), dalle cui espressione facciali, dai movimenti in scena, è possibile capire il senso del film (per capire la bravura di Abraham basta vedere come cambia faccia man mano che si rivolge a Dio ringraziandolo).  Per le musiche, tutte di Mozart, non ci sono parole: è un film che si può vedere senza ascoltare e che si può ascoltare senza guardare. Otto Oscar (per il migliore attore la spuntò F.M Abraham), capolavoro da vedere, avere, custodire gelosamente. Una volta finito verrà spontaneo guardare il cielo e dire “Grazie Signore”.

Matteo Chessa