1989. RAIN MAN: L’INTERPRETAZIONE TOCCANTE DI DUSTIN HOFFMAN

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“Allora eri tu l’Uomo della Pioggia…”

In un anno povero di reali concorrenti (i più temibili infatti erano Le relazioni pericolose di Stephen Frears e Mississippi Burning-Le radici dell’odio di Alan Parker), alla cerimonia degli Academy Awards trionfa Rain Man- L’uomo della pioggia (da sottolineare l’inutile sottotitolo italiano) di Barry Levinson che su otto nomination conquista quattro statuette: miglior film, regia, attore protagonista (Dustin Hoffman) e sceneggiatura originale. Vincitore inoltre dell’Orso d’oro al Festival internazionale del cinema di Berlino, il film è una declinazione del road movie in cui due fratelli, l’opportunista Charlie (Tom Cruise) e l’autistico Raymond, si ritrovano di nuovo assieme dopo anni di separazione. L’opera di Lavinson, di per sé piacevole e ben realizzata ma non certo un capolavoro immortale, eleva il suo valore artistico soprattutto grazie alla straordinaria interpretazione del versatile Hoffman, qui forse nel ruolo più impegnativo ma meglio interpretato di tutta la sua carriera. Il suo Raymond Babbitt rimane legato indelebilmente alla memoria dello spettatore per la sua tenerezza e ironia involontaria o per la scena leggendaria della partita a poker nel casinò di Las Vegas (citatissima e omaggiata ad esempio da I Simpson e da Una notte da leoni). Cruise non è ancora l’attore che sarà in seguito, la Golino invece irrita. Forse un film un po’ troppo buonista ma comunque da recuperare.

CURIOSITA’1: Inizialmente il ruolo dell’arrogante Charlie Babbitt era per Dustin Hoffman, ma l’attore optò per interpretare il fratello Raymond dopo aver frequentato un istituto i cui pazienti erano appunto affetti da autismo.

CURIOSITA’ 2: Nella scena iniziale del film le prime quattro cifre presenti sul parabrezza dell’auto rossa sono rispettivamente giorno, mese e anno di nascita di Tom Cruise (3 luglio 1962).

Francesco Pierucci

1988. L’ULTIMO IMPERATORE: PRIMO FILM NON CINESE AMBIENTATO NELLA CITTA’ PROIBITA

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Primo regista non cinese ad avere il permesso di girare scene cinematografiche all’interno della Città Proibita, Bernando Bertolucci non sbaglia l’appuntamento con l’Oscar e porta a casa 9 statuette, compresa la personale miglior Regia. Il film è affascinante, magnetico, mai noioso nonostante la lunghezza (quasi tre ore) e mai pesante nonostante la trama. Pu Yi, prigioniero cinese, si taglia le vene sul treno che lo sta conducendo dall’Unione Sovietica alla Cina, dove verrà giudicato dal neoregime comunista in base alla accuse di tradimento alla nazione. Moribondo, ripercorre la sua vita come ultimo e oramai ex imperatore cinese, dalla fanciullezza all’età adulta. Maestosa opera cinematografica, regala inquadrature degne di stare nei libri di storia dell’arte, conferma l’innata capacità bertolucciana di far poesia con le immagini (tale padre… ) riuscendo in ogni frame a suggerire un’emozione, una sensazione diversa. La solitudine, del bambino Pu Yi ma anche del ragazzo, dell’adulto e del vecchio, è il fil rouge che unisce i vari spezzoni di storia. Le riprese della Città proibita, leggere e fluide nel mostrare gli sfarzosi interni e le diciannovemila comparse all’esterno del palazzo, ripropongono la sua naturale bellezza. Non c’è ambizione storica nel film, solo la voglia di raccontare la vita di un uomo solo, personificazione di tutte le contraddizioni della Cina del periodo. Ottime le interpretazioni di John Lone e Joan Chen nel ruolo di Pu Yi rispettivamente adulto e bimbo, Peter O’Toole in quello del precettore europeo Johnstone, ma anche di una giovanissima e esordiente Vivian Wu (I racconti del cuscino di Greenaway). Ryuichi Sakamoto, anche interprete, compone una colonna sonora che accompagna con apprensione la trama. La grazie del finale commuove. Consigliato a chi ha delle riserve sul talento del regista.

Matteo Chessa

1987. PLATOON: LA PESANTE EREDITA’ DI APOCALYPSE NOW

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“L’inferno è l’impossibilità della ragione”

Nell’anno di Hannah e le sue sorelle di Woody Allen e di Camera con vista di James Ivory, trionfa Platoon che su otto candidature vinse quattro oscar: miglior film, regia, montaggio e suono. Il film, che si ispira alle reale esperienze vissute dal regista Oliver Stone in Vietnam, racconta la storia di Chris Taylor che, arruolatosi come volontario, scoprirà la brutalità della guerra e sarà costretto a cambiare la sua concezione della vita. Trovatosi in mezzo al conflitto tra due sergenti, il sanguinario Barnes (Tom Berenger che fu nominato) e il razionale Elias (Willem Dafoe, anche lui candidato), il ragazzo affronterà metaforicamente (e fisicamente) i  due volti contrastanti della stessa America. Evidenti i richiami ad Apocalypse Now: il protagonista Charlie Sheen è il figlio di Martin Sheen, il Willard del capolavoro di Coppola (come se fosse un passaggio simbolico di consegne); entrambi i film sono stati girati sull’isola di Luzon nelle Filippine; casualmente tutte e due le opere hanno avuto problemi di produzione ma soprattutto il tema centrale dei lungometraggi è molto simile: la vera guerra non è quella contro il nemico ma quella che si combatte dentro se stessi. La differenza sostanziale con Apocalypse Now però è che il film di Stone non è un capolavoro. Vincitore dell’Orso d’Argento a Berlino per la Miglior Regia.

 

CURIOSITA’ 1:Il regista Oliver Stone fa una fugace apparizione nel film: è l’ufficiale al telefono nel bunker colpito da un kamikaze vietcong, verso la fine del film

CURIOSITA’ 2: Per il ruolo del sergente Barnes, la produzione pensò inizialmente a Kevin Costner come interprete, ma l’attore rifiutò perché impegnato nella pre-produzione del film Gli intoccabili. Fu allora scelto Tom Berenger.

Francesco Pierucci