1988. L’ULTIMO IMPERATORE: PRIMO FILM NON CINESE AMBIENTATO NELLA CITTA’ PROIBITA

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Primo regista non cinese ad avere il permesso di girare scene cinematografiche all’interno della Città Proibita, Bernando Bertolucci non sbaglia l’appuntamento con l’Oscar e porta a casa 9 statuette, compresa la personale miglior Regia. Il film è affascinante, magnetico, mai noioso nonostante la lunghezza (quasi tre ore) e mai pesante nonostante la trama. Pu Yi, prigioniero cinese, si taglia le vene sul treno che lo sta conducendo dall’Unione Sovietica alla Cina, dove verrà giudicato dal neoregime comunista in base alla accuse di tradimento alla nazione. Moribondo, ripercorre la sua vita come ultimo e oramai ex imperatore cinese, dalla fanciullezza all’età adulta. Maestosa opera cinematografica, regala inquadrature degne di stare nei libri di storia dell’arte, conferma l’innata capacità bertolucciana di far poesia con le immagini (tale padre… ) riuscendo in ogni frame a suggerire un’emozione, una sensazione diversa. La solitudine, del bambino Pu Yi ma anche del ragazzo, dell’adulto e del vecchio, è il fil rouge che unisce i vari spezzoni di storia. Le riprese della Città proibita, leggere e fluide nel mostrare gli sfarzosi interni e le diciannovemila comparse all’esterno del palazzo, ripropongono la sua naturale bellezza. Non c’è ambizione storica nel film, solo la voglia di raccontare la vita di un uomo solo, personificazione di tutte le contraddizioni della Cina del periodo. Ottime le interpretazioni di John Lone e Joan Chen nel ruolo di Pu Yi rispettivamente adulto e bimbo, Peter O’Toole in quello del precettore europeo Johnstone, ma anche di una giovanissima e esordiente Vivian Wu (I racconti del cuscino di Greenaway). Ryuichi Sakamoto, anche interprete, compone una colonna sonora che accompagna con apprensione la trama. La grazie del finale commuove. Consigliato a chi ha delle riserve sul talento del regista.

Matteo Chessa

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