1991. BALLA COI LUPI: QUANDO IL WESTERN TORNO’ DI MODA

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63sima edizione degli Academy Awards: a giocarsi il titolo per il Miglior Film un’epopea colossale come Quei  bravi ragazzi di Martin Scorsese (che avrebbe meritato la vittoria!), un’opera sentimentale come Ghost- Fantasma di Jerry Zucker e un insolito “neowestern” come Balla coi lupi (Dances With Wolves in originale) che conquista la statuetta più importante assieme a quelle per Miglior regia, sceneggiatura non originale, fotografia, montaggio, sonoro e colonna sonora. Diretto e interpretato da Kevin Costner (al suo esordio da regista), come accennato in precedenza, restituì al western l’antico splendore, fungendo da apripista per altri film dello stesso genere (due anni dopo vincerà Gli spietati di Clint Eastwood). La pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Michael Blake (autore anche della sceneggiatura) non è certo il primo western dalla parte dei nativi americani (basti pensare  a capolavori quali Sentieri Selvaggi di John Ford o  Piccolo grande uomo di Arthur Penn) ma è forse il primo che premia gli Indiani (Costner infatti è un diretto discendente della tribù Cherokee). Grande successo di pubblico e di critica, Balla coi lupi ha il merito di venire incontro alle esigenze della maggior parte degli spettatori: il mito del West analizzato con un realismo fuori dalla norma viene controbilanciato dalle numerose sequenze spettacolari e drammatiche che stemperano l’apparente pesantezza dell’opera. Le durata delle tre diverse versioni (181, 224 e 235 minuti) appaiono in ogni caso eccessive.

CURIOSITA’ 1:Nella scena dove i coloni vengono massacrati dagli indiani Pawnee, compaiono la moglie e la figlia (che interpreta Christine, futura Alzata Con Pugno) di Kevin Costner.

CURIOSITA’ 2: Per girare la scena del passaggio dei tatanka (bisonti) nella prateria è stato impiegato un branco di 3.500 animali presso il Triple U Buffalo Ranch. Sono stati utilizzati 24 attori indiani a cavallo.

Francesco Pierucci

1990. A SPASSO CON DAISY: SI PARLA DI RAZZISMO ANCHE RIDENDO

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La verità è che il Miglior Film l’avrebbe meritato Il mio piede sinistro di Jim Sheridan, toccante racconto della via dello scrittore e pittore irlandese Christy Brown, nato con l’handicap fisico quasi totale che gli permetteva di muovere solamente il piede sinistro; con l’interpretazione del premiato Daniel Day Lewis da incorniciare, avrebbe meritato di presenziare nella lista dei vincitori, superiore sia a L’attimo fuggente di Peter Weir che a Nato il 4 Luglio di Oliver Stone.Ad aggiudicarsi la statuetta è invece la graziosa commedia drammatica A spasso con Daisy dell’australiano Bruce Beresford, che narra dell’amicizia tra un’anziana signora, Daisy (Jessica Tandy) e il suo nuovo autista nero Hoke (Morgan Freeman). Tratto dall’opera teatrale di Alfred Uhry, anche sceneggiatore del film, tratto con grazia e leggerezza la tematica del razzismo, discostandosi dalla moda del tempo di affrontare un tema così grave con pellicole forti, drammatiche (per rimanere con Freeman La forza del singolo fa parte di questa categoria), ma anzi sfruttandolo per dar vita a battute scoppiettanti, pungenti che comunque fanno ragionare. Da sottolineare l’interpretazione dei due attori protagonisti, con la Tandy sugli scudi e giustamente premiata e un sorridente Morgan Freeman ( si grida ancora alla scandalo per il mancato Oscar ma chi lo fa non ha visto Il mio piede sinistro e cosa fa Day Lewis con quel piede); ottimo anche Dan Aykroyd, figlio e uomo di successo. Ottimo film, scorrevole e toccante, ma non meritava di vincere. 4 Oscar, film, regia, trucco e sceneggiatura non originale.

Matteo Chessa