2002. A BEAUTIFUL MIND: BIOPIC CHE SA CAMBIARE

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Biopic sulla vita di John Nash, matematico ed economista statunitense premio Nobel per l’economia nel 1994, tratto dal libro di Sylvia Nasar, racconta del suo ingresso, ancora diciannovenne, all’Università di Princeton, delle intuizioni geniali per lo sviluppo della teoria dei giochi, dell’amore per la futura consorte Alicia (Jennifer Connely), la scoperta della schizofrenia, le cure con l’elettroshock, la convivenza con la malattia e il premio Nobel finale. Diretto da Ron Howard, che ha fortemente voluto girare il film, ha il merito di utilizzare la visione del protagonista, presentandoci i suoi fantasmi come persone normali, facendoci empatizzare con essi e vivere lo stesso shock di John Nash alla scoperta che non esistono. Questo permette al film di non arenarsi sul biopic ma di variare generi cinematografici e diventando, di volta in volta, spy story, love story, thriller psicologico, dramma, commedia. Russell Crowe interpreta in modo convincente il ruolo, Jennifer Connely fa da spalla senza demeriti, ma le prove da sottolineare sono quelle di Paul Bettany, nel ruolo del compagno di stanza Cherles, e Ed Harris in quello di William Parcher, spietata spia del governo americano. Un bel film che si porta meritatamente a casa quattro oscar nell’anno della Compagnia dell’anello. Russell Crowe, premiato l’anno prima, non  bissa e gli viene preferito il Denzel Washington di Training Day. 

Matteo Chessa

2001. IL GLADIATORE: IN UN ANNO DIFFICILE TRIONFA LA STORIA

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Massimo (Russell Crowe), generale delle armate romane contro i Marcomanni in Germania, al servizio di Marco Aurelio (Richard Harris), viene condannato a morte dal figlio di quest’ultimo Commodo (Joaquin Phoenix), che dopo il parricidio cerca di eliminare il potente generale, scelta iniziale di Marco Aurelio come imperatore. Massimo scampa all’assassinio ma non evita lo sterminio della famiglia e finisce schiavo e gladiatore. Questo gli permette di tornare, grazie alle sue abilità, a Roma, in cerca di vendetta contro l’imperatore che gli ha portato via tutto. Tra titoli altisonanti (il wuxiapian La tigre e il dragone di Ang Lee, miglior film straniero, Traffic di Soderbergh) e altri più leggeri (Chocolat di Hallstrom), trionfa un film che, tra budget illimitati, bloopers evidenti e ricostruzioni storiche criticabili, parla della vendetta di un uomo, di uno scontro uno contro uno che si evolve in uno contro molti, poi molti contro uno e infine nuovamente uno contro uno. Spettacolari combattimenti nell’arena del colosseo, ottime ricostruzioni delle battaglie romane, sceneggiatura con alti e bassi capace comunque di regalare frasi da storia del cinema (l’incipit di Massimo, il discorso a Commodo nell’arena) e interpretazioni attoriali piacevoli ma non indimenticabili (non assegnare l’Oscar a Russell Crowe per A Beautiful Mind ma premiarlo in questo film è da ufficio inchieste).Diretto da Ridley Scott, non di certo al suo apice, ha un pregio non da poco: non fa pesare la sua durata, 169 minuti. 5 Oscar: film, attore protagonista (meritava Tom Hanks che per un’ora parla con un pallone in Cast Away), costumi, sonoro, effetti speciali. Non vinse nemmeno la colonna sonora, famosissima, di Hans Zimmer, poi riciclata in milioni di film. Ottimo Djimon Hounsou, troppo spesso sottovalutato e ora costretto a particine in filmetti.

Matteo Chessa