2004. IL SIGNORE DEGLI ANELLI- IL RITORNO DEL RE: LA MEDIOCRITA’ PREMIA

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Probabilmente è un Oscar che premia tutta la trilogia perciò sarebbe riduttivo analizzare solamente quest’ultimo capitolo della saga fantasy di Peter Jackson, tratta dal libro Il Signore degli anelli di Tolkien. Eppure non si può fare a meno di notare che Il ritorno del re è nettamente inferiore ai due film precedenti e non riesce, nonostante le grandi attese, a riproporre l’alone di magia che circonda La compagnia dell’anello e, soprattutto, Le due torri, per me il capitolo più riuscito. Le colpe possono esser tante: l’eccessiva lunghezza (mezzora più lungo dei precedenti), la troppa fedeltà al libro in alcune sequenze e l’esatto opposto in altre (la battaglia di Minas Tirith doveva essere completamente al buio invece c’è il sole e questo rende inutile il discorso sull’oscurità del re di Rohan), una sceneggiatura a tratti ridicola, con frasi da fantasy poco pretenzioso, e un montaggio frettoloso, disturbante, che spezza il ritmo delle scene senza giustificazioni. Tolto il troppo amore dei fan, non si può non parlare di film mediocre vedendo scene come l’uccisione del re dei Nazgul da parte di una donna (perché lei non è un uomo, mah) con tanto di urletto ridicolo prima di infilzare la testa dello spettro, o ancora la faccia da”ho un mal di pancia, mi serve un bagno non resisto più” di Frodo appena colpito dal ragno Shelob (recuperatele e capirete). Resta la fotografia mozzafiato, le ottime prove attoriali, le musiche e i miliardi incassati. E restano gli 11 Oscar, record storico assieme a Ben Hur e Titanic. Peccato per Mystic River, capolavoro di Clint Eastwood, che meritava il Miglior Film. Si rifarà l’anno successivo.

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Le scena ridicola in cui Aragorn canta.

Matteo Chessa

2003. CHICAGO: QUANDO CADONO LE BRACCIA

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Sicuramente quelli dell’Academy sentivano la mancanza del genere musicale tra i premiati e hanno deciso di rimediare con Chicago di Rob Marshall, altrimenti non si spiega la vittoria di un film sicuramente inferiore agli altri candidati dell’anno, Gangs of New York di Scorsese, The Hours di Daldry, Il Pianista di Polanski e Le due torri, secondo capitolo della trilogia fantasy Il Signore degli anelli diretto da Peter Jackson. Tratto da un musical di Broadway, già portato sugli schermi ai tempi del muto con lo stesso titolo, racconta le vicende di una star dei night club, Velma (Catherine Zeta- Jones) che dopo essersi esibita viene arrestata per uxoricidio e fratricidio, e di Roxie (Renee Zellweger), donna che spera di diventare famosa, arrestata per l’assassinio di un truffatore. Nella stessa cella, difese dallo stesso legale, Billy (Richard Gere), fanno la gara a chi sta più sotto i riflettori. A tratti noir, e questo salva la trama scialba che passa, per definizione di genere, in secondo piano rispetto alle interazioni tra i personaggi, poggia tutto sulla sorprendente voce della Zeta-Jones e sulle coreografie, senza però riuscire ad approfondire abbastanza il tema della fama che azzera l’umanità di una persona. La domanda che ci si dovrebbe porre è: perché non riflettono sul perché sono in prigione e capiscono i loro peccati?, ci si chiede invece: ma che voce ha Richard Gere?. Inspiegabile la sua vittoria, meritati gli altri cinque oscar alla Zeta- Jones, scenografia, sonoro, montaggio e costumi. Bellissime la canzoni.

Matteo Chessa