DETROIT METAL CITY – L’IRONICO SGUARDO GIAPPONESE SUL MONDO METAL

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Fedelissimi accoliti di Morfeo, sono qui oggi per proporvi uno dei manga più demenziali che mi siano mai finiti tra le mani. L’opera di Wakasugi Kiminori, edita in Italia da Planeta DeAgostini, segue le vicende di Negishi Soichi, un timido e innocente ragazzo di campagna trasferitosi a Tokyo con il sogno di diventare un cantante neomelodico (più o meno), che si trova ad essere il leader del gruppo death metal “Detroit Metal City”. Una volta indossato il costume modello Kiss, lo sfigatissimo protagonista si trasforma nel temibile Krauzer II, un mostro che inneggia allo stupro, all’incesto, all’omicidio e alla carneficina, venerato dai fans come un vero e proprio demonio. Tutta l’opera si basa sul contrasto morale del protagonista, sui suoi colpi di testa, sulle battaglie con gli altri gruppi, tutto coronato dal fanatismo dei fans che lo costringono a compiere azioni grottesche e ridicole che diventano poi assurde leggende. Lo vedremo cimentarsi nelle cose più demenziali, dallo scatarrare in gola al proprio “nemico”, al gridare “lurida scrofa ti apro di cazzi” alla ragazza che ama in un momento di confusione mentale, fino allo scoparsi la Tokyo Tower sotto le grida dei fans che vedranno il monumento venire e bagnarsi (in realtà si metterà semplicemente a piovere), il tutto sotto il controllo costante della manager folle dei DMC, una feticista che studia esibizioni talmente marce da farla venire. Ma questa, amici miei, non è solo un’opera goliardicamente demenziale ma un’importante testimonianza del fatto che i metallari giapponesi sono come quelli occidentali, degli sfigati, timidi, patetici e frustrati che inneggiano alla violenza, strillano come inchiapettati a freddo, per nascondere al mondo il loro disagio e la loro inadeguatezza sociale. Perciò vi invito ad arricchire la vostra collezione con quest’opera umoristica che oltre che farvi ridere, vi farà capire quanto siete fortunati a non essere come loro! Un abbraccio

L’obeso barbuto

Ps: se sei un metallaro e ti sei offeso non comprendendo l’ironia dell’articolo, sappi che scherzo e che non ti giudico. Ci tengo inoltre a farti sapere che puoi cambiare, perché sotto tutti quegli strati di felpe sudate e capelli unti anche tu, dovresti essere umano.

2007. THE DEPARTED: QUANDO L’ACADEMY SI RICORDO’ DI MR. SCORSESE

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Esiste un momento nella storia in un anno particolare, in cui improvvisamente l’Academy rinsavisce e si accorge di aver ignorato per anni un maestro della settima arte che meriterebbe ogni anno l’Oscar alla carriera: così come era successo con John Wayne per Il Grinta, l’allegra congrega si ricorda di dover premiare un signorotto italoamericano di nome Martin Charles Scorsese, che avrebbe già dovuto omaggiare per una serie infinita di capolavori (o perlomeno per l’incredibile lavoro registico relativo a L’età dell’innocenza) ma che invece attribuisce a un film Minore (con la M maiuscola). The Departed (nell’anno dello splendido Little Miss Sunshine) porta a casa oltre il premio della regia, anche miglior film, sceneggiatura non originale e montaggio all’incredibile Thelma Schoonmaker. L’opera del regista di Quei Bravi Ragazzi è un remake del film hongkonghese Infernal Affairs che lo ricorda nella trama ma si differenzia per alcune sfumature stilistiche (l’atmosfera generale, le scene di violenza, le scenografie urbane).  Al centro tra poliziotti e criminali, tra spionaggio e controspionaggio, si staglia il tema dell’identità e soprattutto della sua perdita, che influenza inevitabilmente le azioni del trio magico di protagonisti (DiCaprio, Demon, Nicholson).  Da segnalare l’energetica Shipping up to Boston dei Dropkick Murphys nella sequenza dell’allenamento in prigione in cui Scorsese si autocita per il lavoro di Capefear- Il promontorio della paura. Scorsese non fa mai brutti film.

CURIOSITA’ 1: Nel film, Scorsese pone una ‘X’ nei pressi di chiunque stia per morire, un riferimento a Scarface – Lo sfregiato di Howard Hawks.

CURIOSITA’ 2: Al termine del film, dopo il funerale di Costigan, Madolyn passa davanti a Sullivan che le parla senza degnarlo di uno sguardo, come Alida Valli nel finale de Il terzo uomo di Carol Reed.

 

Francesco Pierucci