2014. 12 ANNI SCHIAVO: L’AMERICA IN CERCA DI CATARSI

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Tutto come ampiamente pronosticato. All’86esima cerimonia dell’Academy, nella serata del discutibile exploit di Gravity (sette Oscar tecnici e quello di Cuaròn per la miglior regia) e della vittoria nostrana con La grande bellezza di Paolo Sorrentino, vince 12 Anni schiavo che ottiene però solo tre statuette (Film, Attrice Non Protagonista e Sceneggiatura non originale). La storia vera di Solomon Northup nato uomo libero e virtuoso violinista, ingannato e condannato alla schiavitù per più di un decennio prima di riassaporare la vita. Primo film che tratta apertamente dello schiavismo a vincere il premio principale e unico lungometraggio tra quelli in concorso che avrebbe potuto convincere l’Academy, da sempre indisposta verso opere d’innovazione tecnologica e tematica (Gravity, Her) e dall’alba dei tempi sensibile ad argomenti delicati riconducibili a una forte impronta storiografica. E’ alquanto innegabile che nel corso degli ultimi anni l’amministrazione Obama abbia influito non poco sulla recente cinematografia statunitense. Se Django Unchained affrontava l’insensatezza della schiavitù con la solita ironia grottesca di Tarantino e The Butler evidenziava malamente i paradossi sociali di un’America teoricamente progressista, l’opera di McQueen adotta una visione decisamente più sentita. Nonostante lavori su una trasposizione letteraria, il regista inglese non perde il mordente della sua poetica focalizzata alla rappresentazione di una realtà cruda, ai limiti del sadismo. Hunger, Shame e 12 Anni schiavo sono opere dure da digerire per le tematiche ma altrettanto delicate e armoniose nello stile della messa in scena: la loro indubbia originalità e la continua ricerca dell’innovazione sottendono il grande lavoro di un neo-cineasta d’autore come Steve McQueen (che sarebbe potuto diventare il primo regista di colore a vincere l’Oscar). Le scioccanti immagini di violenze perpetrate nelle piantagioni di cotone che rendono l’uomo ambivalentemente vittima e carnefice sembrano rimandare di altri campi, quelli di concentramento e alle sofferenze dell’Olocausto. Troppe le scene da antologia del cinema orchestrate dal talentuoso regista britannico: come dimenticare lo straziante piano sequenza dell’impiccagione che vede Solomon, allo stremo delle forze, lottare disperatamente per la sopravvivenza o la scena del ballo in casa Epps quando Mary ferisce improvvisamente la povera Patsy con una bottiglia di vetro. Straordinarie le performance attoriali degli interpreti principali: dal protagonista Chiwetel Ejiofor che in un anno più fortunato (senza DiCaprio e McConaughey per intenderci) avrebbe portato a casa sicuramente la statuetta come Miglior Attore, alla sorprendente Lupita Nyong’o che da quasi esordiente conquista un Oscar assolutamente meritato, passando per un certo Michael Fassbender, attore feticcio di McQueen e perfetto schiavista crudele e sanguinario. Che altro aggiungere? Complimenti e all’anno prossimo!

Francesco Pierucci

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