LA VITTORIA DE LA GRANDE BELLEZZA: UN FILM-SPECCHIO CON MOLTE FUNZIONI

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Il presupposto è uno: La Grande Bellezza è uno specchio. Riflette (sul)la decadenza di personaggi che si aggirano senza meta in una Roma metafisica, aleatoria, quasi inventata, crogiolandosi di uno status d’artisti che li spinge a non creare ma a sopravvivere in una mondanità senza ispirazioni, che risucchia il tempo (in una città in cui non c’è tempo se non il passato) e in cui la vera arte viene o mescolata (Proust-Ammaniti), o confusa (la testata al muro, le vibrazioni, il ruolo d’artista cucito addosso senza meriti) o peggio ancora sfruttata (la bambina). E allora diventa obbligatorio ripartire da zero, lasciarsi tutto alle spalle, scappare, capire quali sono le cose importanti e indispensabili (le radici che mangia la Santa, ma anche le radici di Jep, il suo paese e il faro su cui ha perso la verginità che gli dà infine l’ispirazione troppo a lungo persa). Un film sul non-senso, sul niente flauberiano dei nostri giorni, che è anche lo specchio in cui si sono riflesse narcisisticamente le figure di tutti gli italiani, fieri e orgogliosi di una vittoria che è poco loro e molto americana. Esatto, perché c’è un altro modo di usare uno specchio, come insegna la mitologia greca con Perseo e la Medusa: come scudo. La Grande Bellezza è lo scudo con cui l’Academy e l’America tutta si protegge dalle domande lanciate addosso come macigni dal film concorrente di Sorrentino, The Broken Circle Breakdown (il cui titolo ha già avuto la sua ridicola trasposizione italiana Alabama Monroe – Una storia d’amore, che riduce di gran lunga l’interesse e la voglia di andare a vedere la pellicola) di Felix Van Groeningen, giovane belga molto talentuoso. Non fidatevi dei principali siti cinematografici, non è una commedia, né un film d’amore (per come questa categoria è intesa cinematograficamente) ma un dramma familiare in cui il cancro della figlia dei due protagonisti può essere curato grazie all’uso di cellule staminali, tecnica ancora rischiosa perché molto contrastata politicamente. Ed ecco le offese contro Bush, allora presidente americano, che si rifiuta di dare l’appoggio a questa ricerca; ecco quelle contro il Papa (non Bergoglio che ancora non era stato eletto) e le religioni che bloccano la scienza (si tocca anche il tema dell’eutanasia). Un film troppo forte, le cui domande anti-americane sono state rispedite al mittente grazie allo scudo della decadenza italiana motivo d’orgoglio. La domanda è una: è più facile far vincere un film sull’amore omosessuale come La Vita di Adele (ai Globe) o sui binomi (intrecciati) vita-morte/religione-scienza del belga The Broken Circle Breakdown, oppure un film sul niente dei (nostri) giorni, che poco fa se non farsi guardare? È come per la giraffa de La Grande Bellezza, è tutto un trucco, i problemi ci sono ma l’Academy, con una magia molto italiana, li fa sparire sotto i nostri occhi.

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The Broken Circle Breakdown

Matteo Chessa

2 thoughts on “LA VITTORIA DE LA GRANDE BELLEZZA: UN FILM-SPECCHIO CON MOLTE FUNZIONI

  1. Andrew ha detto:

    Quasi d’accordo su tutto solo che io penso che l’accademy non si ponga proprio il problema, non ce li vedo proprio. Piuttosto ragionano su logiche economiche. Aggiungo che mi piace come hai descritto gli artisti del film di sorrentino, fermi autoreferenziali che si crogiolano su quanto già fatto, persone inutili insomma. Per questo adoro che ci abbia messo la Ferilli, verdone e tanti altri, loro sono esattamente quello!!

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    • Grazie mille… Il fatto che ragionino su logiche economiche e premino i film più sponsorizzati, con più festini che promuovono la pellicola, è una cosa che (tristemente) penso anche io… Ho provato ad ipotizzare un motivo plausibile ma sono d’accordo su quanto hai scritto tu 😀

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