SNOWPIERCER: L’EUROPA SCOPRE IL FOLLE TALENTO DI BONG JOON-HO

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Snowpiercer è il primo film di Bong Joon-ho in lingua inglese e la produzione coreana più costosa di sempre (quasi 40 milioni di dollari!). Nonostante il ricorso a un cast di grandi attori hollywoodiani (Tilda Swinton e John Hurt per fare due nomi) , il regista coreano non rinuncia però al suo stile visivo e narrativo già espresso in The Host (di cui Niccol ha recentemente girato il remake) che è più o meno localizzabile a metà strada tra film d’autore e blockbuster. Ispirato alla serie a fumetti fantascientifica francese Snowpiercer – Le Transperceneige (ora uscita anche in Italia), scritta da Benjamin Legrand e Jacques Lob e disegnata da Jean-Marc Rochette, il film di Bong Joon-ho è un’opera fantascientifica di stampo ecologista: in un mondo decimato da una nuova era glaciale causata dal riscaldamento globale, gli unici sopravvissuti, suddivisi in classi sociali, vivono all’interno di un treno in perpetuo movimento. I poveri, dopo anni di sofferenze, vogliono prendere il controllo della locomotiva. Prodotto da Park Chan-wook che si porta dietro il grande Song Kang-ho (protagonista di Oldboy), Snowpiercer è un film che molto probabilmente o si ama o si odia

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Se l’idea di fondo è piuttosto originale, la tematica del dualismo ricchi-poveri è invece più usurata specialmente per i prodotti di questo genere (tra gli ultimi ad esempio Elysium). Ciò che invece è assolutamente innovativo, almeno agli occhi di noi spettatori europei, è l’eccentrico stile di Bong Joon-ho che, grazie alla sua visionarietà artistica e soprattutto a un’eccessiva dose di tono grottesco (che alcuni potrebbero recepire come vero e proprio trash), rende le spettacolari sequenze tra una carrozza e l’altra piuttosto imprevedibili. Il debito verso il mondo videoludico degli fps è piuttosto evidente: come dimenticare la geniale sequenza della soggettiva a infrarossi che viene rimproverata di non seguire l’azione o la buffa scivolata del protagonista sul pesce nel momento topico della lotta.  Menzione particolare all’interpretazione della sempre convincente Tilda Swinton nel ruolo del viscido Ministro Mason. Purtroppo il finale e soprattutto alcuni buchi nella sceneggiatura condannano il film, che sarebbe potuto essere un capolavoro del genere, alla mera funzione di spettacolo d’intrattenimento. Peccato. La graphic novel, a mio avviso, va recuperata.

Francesco Pierucci

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