TI RICORDI DI ME?: AMORE E PSICOTERAPIA DAVANTI AL PORTONE DELL’ANALISTA

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Può sembrare ingeneroso scomodare mostri sacri cinematografici come Jack Nicholson e importanti pellicole come Qualcosa è cambiato (James L. Brooks, 1997) per trovare un paragone con la seconda fatica registica di Rolando Ravello Ti ricordi di me?; eppure durante la visione di questa commediola romantica che gioca con il binomio amore-psicoterapia è impossibile non ritrovarsi a pensare ai disturbi psichici dello scrittore Melvin Udall (un superstizioso Nicholson con varie patologia tra le quali la paura di calpestare le linee dei marciapiedi!!!) e al suo travagliato corteggiamento della cameriera Carol (Helen Hunt). Anche in Ti ricordi di me? c’è un (potenziale) scrittore, Roberto (Edoardo Leo), commesso di un supermercato, cleptomane da quando la madre l’ha abbandonato, che conosce e si innamora a prima vista di Bea (Ambra Angiolini), insegnante narcolettica che appunta la sua vita su un librone rosso, durante le sedute di analisi. Tra incomprensioni e liti, i due si avvicinano.

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Più dolori che gioie in questo film tratto da una piéce teatrale di Massimiliano Bruni (con gli stessi interpreti), sicuramente un passo indietro per Ravello (che è stato scelto per l’opera e non il contrario) dopo la buona prova di Tutti contro tutti. L’errore maggiore è quello di restare presto impantanato nella sceneggiatura, perdendosi in evidenti buchi di trama (uno gravissimo nel finale) che spezzano l’alone di fiaba e rendono quasi fastidiosa la visione. Lo spunto iniziale del binomio psicoterapia- amore non viene sfruttato e, anzi, frena il film nella seconda parte, portandolo tristemente ad un finale incerto. Di contro le interpretazioni attoriali, con Edoardo Leo sugli scudi, divertono e conquistano: brava Ambra Angiolini, ottimo Paolo Calabresi, ed Ennio Fantastichini riesce a farsi odiare con due inquadrature. Il massimo è la trovata geniale delle storie disincantate per bambini, che raccontano la realtà e non le favole (con titoli come Mille e una notte a Rebibbia è impossibile non strappare la risata). Ai più ha ricordato, giustamente, 50 volte il primo bacio (Peter Segal, 2004), ma il paragone più giusto è quello con il film di James L. Brooks (a cui si ispira palesemente) che però trova nella sceneggiatura un alleato e non un nemico. Dipende da cosa si cerca, si può guardare, diverte ed è piacevole, ma non lascia niente. Occasione persa. 

 

Matteo Chessa

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