PILLOLE DI CINEMA “ESTREMO”

In occasione dell’uscita in sala di Nymphomaniac vol.1, di cui si è tanto parlato negli ultimi mesi, scatta in automatico il dibattito: fino a che punto può spingersi la settima arte nella rappresentazione dell’osceno? Io sono dell’opinione (del tutto personale) che non ci debbano essere limiti costrittivi nella realizzazione di un’opera d’arte come nella libertà creativa di un artista. Sono dell’opinione che la messa in scena dell’osceno (ob-sceno ovvero tutto ciò che dovrebbe essere uno scarto della rappresentazione; tutto ciò che dovrebbe essere rinnegato fuori dall’inquadratura) sia in grado di provocare una frattura tra l’opera d’arte “chiusa” e il resto del mondo nella quale essa viene fruita; la pellicola tenta di aprirsi al mondo “reale”, tenta di comunicare in modo diretto e sfacciato con chi assiste allo spettacolo.

Ecco una lista di film estremi che non vi faranno mai più vedere il cinema con gli stessi occhi! Solo per stomaci forti!

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CANNIBAL HOLOCAUST (di Ruggero Deodato, 1980)

Deodato in questa pellicola mette in scena tutto il fascino malsano e coinvolgente del mondo-movie ma, allo stesso tempo, esprime l’intenzione di criticarlo e condannarlo (i pionieri dei mondo-movie erano disposti a tutto pur di filmare le atrocità più sconvolgenti). Il film, infatti, narra le vicende del professor Munro che si addentra negli orrori della selvaggia Amazzonia alla ricerca di quattro cineoperatori scomparsi. Il professore entra in contatto con una tribù di cannibali e viene a scoprire della morte dei quattro ragazzi riuscendo a impossessarsi della loro cinepresa. Le immagini immortalate da quest’ultima rivelano le crudeltà dei quattro reporter perpetrate ai danni degli indios. Impalano una donna, bruciano un intero villaggio e altre atrocità; tutto questo per testimoniare quell’orrore, sedimentato nell’immaginario dei più, che alla fine si rivela essere solo un’immagine stereotipata legata alla figura del cannibale e del selvaggio. Capolavoro atroce, condannato da molti per la scelta insolita di far compiere agli attori veri e propri atti di crudeltà nei confronti di animali.

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PINK FLAMINGOS (di John Waters, 1972)

Il regista statunitense John Waters è il cineasta che meglio è riuscito ad indicare il concetto di trash all’interno delle sue pellicole; tanto da essere stato decretato, dai cinefili di tutto il mondo, “padrino” di questa corrente cinematografica. Pink Flamingos è, probabilmente, il manifesto della sua intera carriera artistica. Le statue in plastica dei “fenicotteri rosa” (traduzione letterale del titolo), che troviamo nel giardino di uno dei protagonisti, diventano il simbolo della ribellione al conformismo imperante e rappresentano la libertà di espressione del proprio gusto. La trama, infatti, ruota attorno a due famiglie che si contendono il titolo di “filthiest person alive”[1]: Divine è un grasso travestito che vive con la madre Edie, obesa che passa le giornate in un box per bambini dove si ciba esclusivamente di uova, e il figlio Crackers, zoofilo con la passione per le galline; quando scopre di essere stata spodestata dal trono di “essere più schifoso degli Stati Uniti” da due coniugi, impegnati in un racket di bambini, organizza una spedizione punitiva contro i due insieme ad alcuni amici freak e altriesseri fuori dall’ordinario. Waters mette in scena una parata di oscenità: incesti, zoofilia, stupri, coprofagia e addirittura cannibalismo. Tutto è mostrato senza stacchi di montaggio; tutto ciò a cui il regista di Baltimora ci fa assistere è vero: dalla fellatio di Divine al figlio, fino al disgustoso finale in cui, l’eccentrico travestito, si mangia delle feci di barboncino appena “sfornate”.

 

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SALO’ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA (di Pier Paolo Pasolini, 1998)

Quattro libertini si chiudono nel castello di Silling nella Foresta Nera con lo scopo di raggiungere il piacere estremo attraverso la tortura di 30 vittime. I libertini di Sade vengono trasformati da Pasolini in rappresentanti del potere: un Presidente, un’Eccellenza, un Duca e un Monsignore che si divertono a trastullarsi con giochini erotici e atti osceni di ogni sorta seviziando un gruppo di 16 ragazzi e ragazze. Il tutto culminerà in un banchetto a base di “merda” (una delle scene più rivoltanti dell’intera pellicola) fino al massacro senza pietà delle giovani vittime. Un quadro sistematico di perversioni, un girone infernale fatto di voyeurismo, masturbazione, coprofagia e morte. Uno dei film più spietati di sempre.

 

 

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A SERBIAN FILM (di Srdjan Spasojevic, 2009)

Milos, ex pornoattore in pensione con tanto di moglie e figlio a carico e gravi problemi economici, viene ingaggiato, per un ingente quantità di denaro, da un regista pazzoide per partecipare al suo nuovo film. Da contratto, Milos, dovrà presentarsi sul set nei giorni stabiliti senza aver mai letto la sceneggiatura. Ed ecco che per quest’ultimo inizierà un incubo senza fine. A Serbian film è un’opera “mostruosa” che ti afferra dall’inizio alla fine senza mai lasciarti andare continuando a punzecchiarti fino a tramortirti grazie a quel “colpo di scena” finale di una crudeltà inimmaginabile. Il protagonista di questo film infatti scoprirà a sue spese di trovarsi immischiato dentro un vero e proprio snuff-movie che secondo le intenzioni del regista dovrà fungere da specchio dell’intera situazione socio-politica della Serbia. La pellicola di Spasojevic mette in scena qualcosa di mai visto prima, dalla scene del newborn-porn al finale citato poco fa, è quanto di più osceno si sia mai visto al cinema. In Italia non lo vedremo mai distribuito. A Serbian film è un pugno nello stomaco anzi un “cazzo” nell’occhio!

 

Mirko Catoio

 

 

[1] “La persona più zozza della terra”

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