THE 100 – IL NUOVO LOST?

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2110. Un’enorme catastrofe nucleare ha spazzato via la vita dalla faccia della terra rendendo il pianeta completamente inabitabile, costringendo ciò che resta della popolazione umana a vivere su una base spaziale ( fantasiosamente chiamata “The Ark”) che orbita attorno alla terra. E qui inizia il bello. Le risorse dell’arca stanno per esaurirsi e viene così deciso di esiliare sulla terra un gruppo di 100 carcerati minorenni per verificare se è ancora abitabile e se c’è quindi un futuro per i dimoranti dell’arca. Penso “Beh dai, il tutto è molto promettente! Finalmente la CW non ci propina il solito teen drama! La terra inabitata e pericolosa, lo spazio, giovani delinquenti pronti a darsele di santa ragione e istinto di sopravvivenza tutto insieme” e così mi accingo alla visione. Una volta terminato di vedere il Pilot una considerazione si fa strada nella mia testa: “sbaglio o ho appena finito di vedere un fac-simile di Lost?”

Ebbene si, gli ingredienti fin dalla prima puntata ci sono tutti: un gruppo di persone che viene abbandonato in un luogo per loro sconosciuto e misterioso, strani animali con sete di sangue, basi sotterranee, nubi tossiche non meglio identificate e per non farci mancare niente ci sono persino “gli altri” che non perdono l’occasione di palesarsi, anche se non ancora del tutto, fin dalla prima puntata. Sembra quindi di trovarci di fronte ad un nuovo Lost versione adolescenziale, ed è lo stesso produttore esecutivo Jason Rothenberg ad ammettere la somiglianza: “Lost sarà un bel modello di paragone per le aspettative contorte e intrecciate, sono un grande fan di quella serie ed eventuali somiglianze sono intenzionali”. Ecco che, nonostante un Pilot che forse spiega troppo e lascia intendere ben poco e  un gruppo di personaggi fin troppo stereotipati ( basta prendere quelli principali: Clarke, la protagonista bella, intelligente, altruista e chi più ne ha più ne metta, tipica presenza femminile delle serie targate CW; il belloccio e dannato Finn; il cattivo della situazione Bellamy che sicuramente ci mostrerà di avere anche un lato tenero; il coraggioso nerd Jasper), la serie si presenta con delle buone possibilità di intrattenimento, e lo dimostrano anche gli ascolti della prima puntata: 2,7 milioni di telespettatori, il miglior debutto di metà stagione per la CW da ben quattro anni.Tutto perfetto purché non si sfoci in una copia spudorata di una serie culto degli anni 2000 con protagonisti giovani ormoni che ballano il trenino dell’ultimo dell’anno perché in quel caso, diciamocelo, il fiasco è assicurato.

 

Francesca Cereda

PILLOLE DI CINEMA “ESTREMO”

In occasione dell’uscita in sala di Nymphomaniac vol.1, di cui si è tanto parlato negli ultimi mesi, scatta in automatico il dibattito: fino a che punto può spingersi la settima arte nella rappresentazione dell’osceno? Io sono dell’opinione (del tutto personale) che non ci debbano essere limiti costrittivi nella realizzazione di un’opera d’arte come nella libertà creativa di un artista. Sono dell’opinione che la messa in scena dell’osceno (ob-sceno ovvero tutto ciò che dovrebbe essere uno scarto della rappresentazione; tutto ciò che dovrebbe essere rinnegato fuori dall’inquadratura) sia in grado di provocare una frattura tra l’opera d’arte “chiusa” e il resto del mondo nella quale essa viene fruita; la pellicola tenta di aprirsi al mondo “reale”, tenta di comunicare in modo diretto e sfacciato con chi assiste allo spettacolo.

Ecco una lista di film estremi che non vi faranno mai più vedere il cinema con gli stessi occhi! Solo per stomaci forti!

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CANNIBAL HOLOCAUST (di Ruggero Deodato, 1980)

Deodato in questa pellicola mette in scena tutto il fascino malsano e coinvolgente del mondo-movie ma, allo stesso tempo, esprime l’intenzione di criticarlo e condannarlo (i pionieri dei mondo-movie erano disposti a tutto pur di filmare le atrocità più sconvolgenti). Il film, infatti, narra le vicende del professor Munro che si addentra negli orrori della selvaggia Amazzonia alla ricerca di quattro cineoperatori scomparsi. Il professore entra in contatto con una tribù di cannibali e viene a scoprire della morte dei quattro ragazzi riuscendo a impossessarsi della loro cinepresa. Le immagini immortalate da quest’ultima rivelano le crudeltà dei quattro reporter perpetrate ai danni degli indios. Impalano una donna, bruciano un intero villaggio e altre atrocità; tutto questo per testimoniare quell’orrore, sedimentato nell’immaginario dei più, che alla fine si rivela essere solo un’immagine stereotipata legata alla figura del cannibale e del selvaggio. Capolavoro atroce, condannato da molti per la scelta insolita di far compiere agli attori veri e propri atti di crudeltà nei confronti di animali.

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PINK FLAMINGOS (di John Waters, 1972)

Il regista statunitense John Waters è il cineasta che meglio è riuscito ad indicare il concetto di trash all’interno delle sue pellicole; tanto da essere stato decretato, dai cinefili di tutto il mondo, “padrino” di questa corrente cinematografica. Pink Flamingos è, probabilmente, il manifesto della sua intera carriera artistica. Le statue in plastica dei “fenicotteri rosa” (traduzione letterale del titolo), che troviamo nel giardino di uno dei protagonisti, diventano il simbolo della ribellione al conformismo imperante e rappresentano la libertà di espressione del proprio gusto. La trama, infatti, ruota attorno a due famiglie che si contendono il titolo di “filthiest person alive”[1]: Divine è un grasso travestito che vive con la madre Edie, obesa che passa le giornate in un box per bambini dove si ciba esclusivamente di uova, e il figlio Crackers, zoofilo con la passione per le galline; quando scopre di essere stata spodestata dal trono di “essere più schifoso degli Stati Uniti” da due coniugi, impegnati in un racket di bambini, organizza una spedizione punitiva contro i due insieme ad alcuni amici freak e altriesseri fuori dall’ordinario. Waters mette in scena una parata di oscenità: incesti, zoofilia, stupri, coprofagia e addirittura cannibalismo. Tutto è mostrato senza stacchi di montaggio; tutto ciò a cui il regista di Baltimora ci fa assistere è vero: dalla fellatio di Divine al figlio, fino al disgustoso finale in cui, l’eccentrico travestito, si mangia delle feci di barboncino appena “sfornate”.

 

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SALO’ O LE 120 GIORNATE DI SODOMA (di Pier Paolo Pasolini, 1998)

Quattro libertini si chiudono nel castello di Silling nella Foresta Nera con lo scopo di raggiungere il piacere estremo attraverso la tortura di 30 vittime. I libertini di Sade vengono trasformati da Pasolini in rappresentanti del potere: un Presidente, un’Eccellenza, un Duca e un Monsignore che si divertono a trastullarsi con giochini erotici e atti osceni di ogni sorta seviziando un gruppo di 16 ragazzi e ragazze. Il tutto culminerà in un banchetto a base di “merda” (una delle scene più rivoltanti dell’intera pellicola) fino al massacro senza pietà delle giovani vittime. Un quadro sistematico di perversioni, un girone infernale fatto di voyeurismo, masturbazione, coprofagia e morte. Uno dei film più spietati di sempre.

 

 

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A SERBIAN FILM (di Srdjan Spasojevic, 2009)

Milos, ex pornoattore in pensione con tanto di moglie e figlio a carico e gravi problemi economici, viene ingaggiato, per un ingente quantità di denaro, da un regista pazzoide per partecipare al suo nuovo film. Da contratto, Milos, dovrà presentarsi sul set nei giorni stabiliti senza aver mai letto la sceneggiatura. Ed ecco che per quest’ultimo inizierà un incubo senza fine. A Serbian film è un’opera “mostruosa” che ti afferra dall’inizio alla fine senza mai lasciarti andare continuando a punzecchiarti fino a tramortirti grazie a quel “colpo di scena” finale di una crudeltà inimmaginabile. Il protagonista di questo film infatti scoprirà a sue spese di trovarsi immischiato dentro un vero e proprio snuff-movie che secondo le intenzioni del regista dovrà fungere da specchio dell’intera situazione socio-politica della Serbia. La pellicola di Spasojevic mette in scena qualcosa di mai visto prima, dalla scene del newborn-porn al finale citato poco fa, è quanto di più osceno si sia mai visto al cinema. In Italia non lo vedremo mai distribuito. A Serbian film è un pugno nello stomaco anzi un “cazzo” nell’occhio!

 

Mirko Catoio

 

 

[1] “La persona più zozza della terra”

TOP 10: I MIGLIORI ESORDI ALLA REGIA

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UN CHIEN ANDALOU

Si parte subito forte con il manifesto del cinema surrealista che nasce da un’idea di due artisti visionari quali Louis Bunuel e Salvador Dalì. Anche se tecnicamente è solo un cortometraggio, questo lavoro che invoca la ricerca di uno sguardo Altro, non può non essere inserito in questa speciale classifica.

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I DUELLANTI

Le cause dell”esordio folgorante di Ridley Scott vanno ricercate in due direzioni differenti: da un lato l’immancabile ispirazione al racconto di Conrad e dall’altro l’influenza lampante di Barry Lindon nell’uso della fotografia e della regia ricca di zoom.

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ESSERE JOHN MALKOVICH

Poco da dire su questo straordinario film diretto dall’allora trentenne Spike Jonze. Divertente, onirico, ispirato,  non lascia di certo indifferenti. Gran parte del merito è ovviamente della sceneggiatura di Charlie Kaufman che collaborerà con l’ex marito della Coppola anche ne Il ladro di orchidee. Aggiungo che John Cusack è anche meno fastidioso del solito.

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LA MORTE CORRE SUL FIUME

Esordio magistrale e insuccesso commerciale. Primo e unico film dello straordinario Charles Laughton, innamorato dell’espressionismo tedesco e del cinema scandinavo. Indimenticabile Robert Mitchum, Ne abbiamo parlato tanto in altri articoli precedenti. Favoloso.

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AMERICAN BEAUTY

Il film di Sam Mendes mi ha sempre suscitato un interrogativo: come può un film d’esordio essere pubblicizzato come film d’autore? Ma alla visione del lungometraggio la domanda si dissolve per lasciare spazio a Kevin Spacey e alla maestosa sceneggiatura di Alan Ball.

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FINO ALL’ULTIMO RESPIRO

Godard è uno di quei registi che ha cambiato radicalmente la storia del cinema mondiale e la grammatica della settima arte già a partire dal suo esordio. L’invenzione del jump cut e le lunghe carrellate senza binari aggiungono innovazione alle già convincenti  interpretazioni di Belmondo e della Seberg. Straordinario cammeo di Melville.

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QUARTO POTERE

Che dire? Forse il film più importante della storia del cinema. Come si può girare un’opera del genere a soli 26 anni? Chiedetelo a Welles, il regista che ha fatto della profondità di campo una forma d’arte assoluta. Doveva stare più in alto in classifica? Probabilmente sì.

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LA PAROLA AI GIURATI

Vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino, il lungometraggio d’esordio di Sidney Lumet è uno dei miei film preferiti. 12 uomini arrabbiati in una stanza per decidere se un ragazzo di colore ha commesso un omicidio. Un’opera semplice ma profonda che difficilmente potrà essere dimenticata.

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LE ALI DELLA LIBERTA’

Perchè quando sento dei discorsi sui più grandi registi di tutti i tempi, non viene mai nominato Frank Darabont? Se The Shawshank Redemption è il film più amato dagli utenti nella classifica di IMDB, ci sarà un motivo no? Un esordio lirico e toccante con degli interpreti eccellenti.

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LE IENE

Fine. Da quando ho visto questo film non mi sono più ripreso. L’opera che mi ha fatto conoscere QT e che per me merita di stare in cima alla Top10 è uno dei film più importanti della storia del cinema. Che piaccia o meno, non si può negare che il regista del Tennessee abbia portato con sé una ventata di originalità all’inizio degli anni novanta. Ogni scena è leggendaria, alla pari del successivo Pulp Fiction. Per la cronaca, quando vado al ristorante ho imparato a non lasciare più le mance.

I 5 MIGLIORI FILM TRATTI DAI LIBRI DI STEPHEN KING

Acclamato genio della letteratura, come definito nelle note sull’autore dei suoi libri, Stephen King è certamente uno dei più attivi romanzieri dei nostri tempi e i suoi lavori hanno ispirato film di famosi registi. Da Misery non deve morire a Stand by me, da Christine la macchina infernale  Cuori in Atlantide, sono tanti i titoli ispirati dalle sue pagine. Ecco qui la personale classifica dei migliori 5.

 

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CARRIE

Diretto da Brian De Palma, del 1976, si ispira al primo romanzo del “Re” ed è anche la prima trasposizione di un suo lavoro. Carrie (Sissy Spacek, già apprezzata ne La rabbia giovane di Malick), ragazzina figlia di una timorata di Dio, scopre di avere potere psichici paranormali che sfrutta a suo favore dopo l’ennesimo sopruso scolastico dei suoi coetanei. A metà tra l’horror e il teen drama, si sviluppa intorno ai temi della crescita, della consapevolezza di sé, della vendetta. Personaggi interessanti tra cui spicca la madre Margaret (Piper Laurie). Il finale di De Palma è diverso dal libro, ma ha conquistato King. Recente sequel inferiore.

 

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IL MIGLIO VERDE

Pubblicato dall’autore ad episodi (si sono sprecati i paragoni con Dickens), viene trasposto cinematograficamente da Frank Darabont nel 1999. Nel braccio E del carcere di Could Mountain, gestito da Paul Edgecombe (Tom Hanks ad altissimi livelli) giunge il gigantesco carcerato John Coffey (Michael Clarke Duncan), incolpato di aver ucciso due bambine ma in realtà innocuo e dotato di poteri angelici capaci di curare i mali. Tre ore che volano; a tratti divertente, a tratti emozionante, a tratti spaventoso, mai noioso. È un gran film sull’amicizia e contro il male, che sottolinea come i miracoli possano accadere nei posti meno pensabili. Non vinse l’Oscar perché American Beauty è inarrivabile.

 

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LE ALI DELLA LIBERTA’

Tratto dal racconto Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank contenuto nella raccolta Stagioni Diverse. Film del 1994, come prima di Frank Darabont, narra dell’amicizia tra Andy (Tim Robbins) e Ellis “Red” Redding (Morgan Freeman), nata in carcere dopo la prigionia del primo per omicidio. Splendido per la leggerezza con cui fa sembrare liberi uomini rinchiusi da decenni; interpretazioni magistrali degli attori. Al primo posto nella classifica dei miglior film secondo IMDB. Qui sta sul gradino più basso del podio.

 

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LA ZONA MORTA

Dopo un incidente stradale e un lungo periodo di coma, il professore di lettere Johnny Smith (Christopher Walken) scopre di possedere un potere che gli permette di vedere il futuro delle persone con cui entra in contatto fisico. Stringendo la mano del candidato al Senato Stillson (Martin Sheen), scorge nel futuro un conflitto nucleare da lui causato che sconvolgerà milioni di vite. Decide di agire. Diretto da Cronenberg nel 1983, tratto da uno dei primi libri di King, si ispira alla vita dello psicologo Peter Hurkos, che dopo una rovinosa caduta sosteneva di avere acquisito poteri speciali. Parentesi nella cinematografia cronenberghiana, è un film lineare e esente dalle paranoie sulla mutazione carnale del regista canadese. Splendido nella sua solidità, pone una domanda “Conoscendo il futuro, lo cambieresti in meglio?”. Ottimo Walken, simpatico e convincente.

 

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SHINING

Odiato dal “Re”per la sua diversità dal libro (che però è, lo dico con umiltà, dimenticabilissimo), diretto da Stanley Kubrick, è un capolavoro, inimitabile per angoscia, claustrofobia e uso delle musiche. Già trattato nell’articolo sui cattivi del cinema, è sicuramente l’opera migliore tratta dai libri di Stephen King

 

Matteo Chessa

HIMYM: PUO’ UN FINALE ROVINARE UNA SERIE?

 

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Quando ho finito di vedere l’ultima puntata di How I Met Your Mother mi si è spezzato il cuore per due ordini di motivi: da una parte infatti aveva fatto breccia nel mio cervello la triste consapevolezza che una delle serie più divertenti ed emozionanti degli ultimi anni era oramai giunta alla sua conclusione, dall’altra invece ero stato pervaso da una miriade di sentimenti estremamente intensi e contrastanti, dovuti essenzialmente all’inaspettato season finale. Per quanti giri di parole inutili si possano provare a fare, è evidente che gli ultimi quaranta minuti di HIMYM hanno cambiato, nel bene o nel male, l’intera ricezione della serie da parte degli spettatori appassionati. La reazione più diffusa tra i milioni di fans, e a mio modo di vedere non poteva essere altrimenti, è stata una tremenda delusione così accentuata che non si vedeva dai tempi di Lost. Le stravaganti avventure di Ted, Robin, Lily e Marshall, che hanno accompagnato il pubblico empatizzante per ben nove stagioni, vengono spazzate via in un attimo da scelte autoriali che, a seconda dei punti di vista, possono essere definite scriteriate o coraggiose. La prima di una lunga lista di domande che mi hanno tormentato la mente, non appena sullo schermo sono apparsi i titoli di coda è stata: perché gli autori hanno fatto ciò? Seguita da: perché Robin e Barney non potevano rimanere assieme? Perché l’istrionico Stinson deve avere una bambina con una sconosciuta? Nessuna risposta valida. Ho pensato allora che la rinuncia a un happy ending in una serie comedy rappresentava probabilmente un vero e proprio suicidio da sceneggiatore.

how-i-met-your-mother-series-finale-old-tedLa mia faccia alla fine della puntata…

Ma poi ho riflettuto a lungo, cercando di adottare uno sguardo Altro rispetto al mio: e se gli autori non avessero rinunciato affatto all’happy ending? Così tutto mi è apparso chiaro come la luce del sole. Tutte quelle odiose scene da“ritorno di fiamma” tra Ted e Robin che, al momento della visione, mi erano parse forzate e incoerenti, avevano in realtà una logica criticabile ma ben precisa. L’unico happy ending possibile era proprio questo. Se si analizza il finale da questo punto di vista è evidente che soltanto la cecità, dettata probabilmente dalla simpatia verso la coppia Stinson-Scherbatsky, non ha permesso a chi guarda di anticipare la conclusione più scontata (e al contempo sorprendente) che ci poteva essere. Non a caso l’ultima sequenza circolare richiama ineluttabilmente la prima puntata della stagione che termina un po’ in sordina con l'(in)volontaria profezia di Mosby: “e questa è la storia di come ho conosciuto vostra zia Robin”. Più semplice di così! Ma allora perchè continua a permanere in noi quell’alone di delusione che non si riesce a scrollare via di dosso? Fondamentalmente perchè ci sentiamo presi in giro! È infatti incoerente e frustrante che la Madre tanto agognata e disperatamente ricercata nel corso degli anni in realtà venga accantonata in poche puntate come se fosse un personaggio secondario qualsiasi e non il motore che traina la storia per tutto quel tempo. A che pro allora gli indizi sparsi e vanificati lungo tutta la serie? (e qui si ritorna manco a farla apposta a Lost…). Forse la mia ragazza ha ragione, forse gli ideatori erano partiti dall’idea che la Madre dovesse essere proprio Robin e poi si sono lasciati prendere dal gioco del mistero. Non riesco a trovare un’altra spiegazione più logica. In ogni caso HIMYM resta e resterà una delle serie televisive più affascinanti di sempre ma ciò che la distacca da capolavori inarrivabili come Scrubs o Breaking Bad risiede proprio nella validità del finale. La ferita è ancora aperta.

Francesco Pierucci

 

10 SCENE IMMANCABILI IN UN FILM AMERICANO

Gli Stati Uniti d’ America sono sicuramente la più grande nazione al mondo quando si parla di Cinema. Le pellicole di successo e i maggiori registi li dobbiamo tutti a loro. Ciò non toglie che, dopo essere cresciuto con i loro film, sono fermamente convinto che, se avessi a disposizione una bandiera USA, una telecamera e un gruppo di delinquenti provenienti dal ghetto, riuscirei anch’io a girare un film come piace a loro e con tutti i loro stereotipi. Se qualcuno di voi ha la possibilità di farlo sarei felice di consigliarvi 10 punti fondamentali che dovrete rigorosamente inserire. 

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Non può mai mancare, qualunque sia la trama del film (o il genere) la scena di un signore di una certa età che, in una bellissima giornata di sole, è indaffarato a tagliare il prato della sua bellissima villetta mentre una leggera brezza fa sventolare la bandiera a stelle e strisce posizionata sul tetto.

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Quando arriva la notte invece è l’ora di mettere in scena l’artiglieria pesante, ovvero cinque afro-americani sopra una Cadillac armati fino al collo e con la musica a palla. Immagine molto comune che non delude mai: i nostri personaggi devono essere esclusivamente neri, rapper e uno di questi dev’essere obeso. I loro saluti iniziano sempre con”yo fratello” seguiti da strani giochi con le mani. Se si volesse entrare nel particolare uno di questi è anche forte a basket, ma rischia grosso con la legge per problemi di droga.

 

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In ogni film è sempre il momento giusto per inserire la grigliata domenicale, dove sia il signore che lavora il prato e i neri gangsta sono tutti assieme felici e mangiano hamburger e hot dog . Qui ci si può sbizzarrire inserendo nella scena anche il bambino che gioca a baseball con il padre o il vicino che, uscendo per prendere il giornale, viene salutato da tutti e invitato a unirsi per far festa in compagnia. Ma non finisce qui perché poco dopo nel vialetto della casa dove si sta facendo la grigliata passa anche un bel militare e anche questo verrà invitato a unirsi.

 

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Dopo il barbecue domenicale, in una bellissima famiglia bianca molto ospitale dove i genitori chiamano il loro unico figlio “campione”, non può mai mancare una casa del Bronx dove il tavolo e il divano sono capovolti dal caos e la famiglia è sempre composta da minimo venti persone con la madre che per non sbagliare chiama tutti solo “coglioni”. Il padre? Boh, nessuno ha mai visto un padre in una scena cosi.

 

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Un militare muore, funerale di stato. Scena fondamentale. Qui è importante farlo morire dopo che in precedenza aveva detto “non appena sarò di ritorno dalla guerra abbraccerò subito mia figlia etc etc”. Il funerale dev’essere celebrato sempre in un bellissimo cimitero all’aperto, dove affianco ci sarà anche il vecchio che parla da solo, chinato sulla lapide della  moglie defunta, mentre beve della birra.

 

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Verso fine film è l’ora del ballo studentesco, dove la reginetta sarà sempre la meno probabile, quindi la cessa del film e mai invece la cheerleader diva del liceo.  Il ragazzo chiamato dal padre “campione” verrà picchiato da quello nero chiamato dalla madre “coglione” e un ragazzo obeso con gli occhiali e la faccia vittima dell’acne starà all’ingresso in disparte a mangiare patatine.

 

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Nelle altre scene non bisogna mai dimenticarsi di mettere in risalto ciò che ha reso grande l’America, ovvero il miscuglio delle varie etnie che vivono felici in questo paese. Perciò troveremo sempre il Portoricano che lavora al fast food, il Canadese boscaiolo e il Messicano giardiniere che va a letto con le casalinghe delle case nella quale lavora.

 

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Collegandoci al punto precedente dobbiamo ricordare che almeno una scena di sesso nel film dev’essere sempre presente anche a costo di sabotare l’intero senso di questo. Non è importante il sesso di per sé, chi lo sta facendo o come gli stia riuscendo; ciò che conta è che non venga fatto mai nel letto, mai, e che la casa nella quale si trovano i due amanti sia di quelle dove per entrare stranamente non servono mai le chiavi, in modo che i due vengano scoperti sempre nel bel mezzo dell’opera

 

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Visto che siamo quasi giunti alla conclusione voglio donarvi una perla che contraddistingue tutti i loro film, facile da inserire e molto veloce: una classica chiamata telefonica, dove non si risponde né con ciao né con pronto e per salutare a fine chiamata basta semplicemente chiudere il telefono in faccia a chi sta dall’altro capo. Qualunque sia il discorso e anche se l’altro interlocutore sta ancora parlando, il gesto di chiudere la chiamata senza salutare li ha resi leggendari.

 

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Per chiudere davvero, non c’ è niente di meglio del presidente, attualmente Obama, che dopo aver rassicurato il suo popolo contro eventuali attacchi terroristici, saluterà la Nazione con il classico “Dio benedica l’ America”  mentre un Texano con addosso il suo classico cappello da cow boy ci darà le spalle, alzerà il braccio destro per salutare e solo cosi partiranno i titoli di coda.

Non so voi ma io con questi semplici passaggi una trama per un film ce l’ avrei già. Spero di esservi stato d’aiuto. Grazie

 

Salvatore Sau