UN REGISTA, TRE FILM: KIM KI-DUK

Primo appuntamento con la nuova rubrica Un regista, tre film, nata con l’intento di sviscerare la poetica di un autore attraverso i suoi tre lungometraggi (soggettivamente) più significativi. L’esordio della rassegna non poteva che essere dedicato al mio regista preferito, il maestro del cinema sudcoreano Kim Ki-duk. Andiamo a scoprire assieme quali sono i film che mi hanno fatto innamorare dell’ex pittore, ex predicatore, ex militare nonché cineasta autodidatta di Bonghwa.

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BAD GUY

Han-ki è un criminale che gestisce un giro di prostituzione nel quartiere a luci rosse di Seul. Un giorno camminando per strada viene attratto dalla studentessa Sun-hwa e decide di baciarla davanti al suo ragazzo. Dopo l’intervento delle forze dell’ordine, la ragazza lo umilia pubblicamente e così Han-ki progetta un’atroce vendetta: con uno stratagemma machiavellico infatti mette Sun-hwa con le spalle al muro e la costringe a prostituirsi per lui.

Inserito tra due opere di stampo prettamente sociale (Address Unknown e The Cost Guard), Bad Guy segna il ritorno di Kim Ki-duk a un tipo di cinema che gli è più congeniale e che raggiungerà il suo massimo splendore con Ferro 3- La casa vuota.  Nelle opere di Kim Ki-duk quasi tutti i bad guys sono in qualche modo delle vittime ma solo alcuni di loro poi si trasformano effettivamente in carnefici (solitamente sempre uomini, eccezion fatta per Hee-jin de L’isola): in entrambi i casi il rapporto che si viene a creare tra gli aguzzini e i prigionieri, tra gli uomini e le donne è un rapporto di estrema dipendenza esistenziale in cui la sofferenza, mai fine a se stessa, non allontana i protagonisti ma finisce per fortificarli ancor di più. E lo stesso vale per Han-ki e Sun-hwa che, nella scena più bella del film, incarnano la versione asiatica dei Travis e Jane di Paris, Texas.

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DREAM

Jin è un intagliatore di timbri che una notte sogna di fare un incidente con la propria auto. L’esperienza è così realistica che l’uomo si reca sul posto per scoprire che l’evento è realmente accaduto e che è stato causato dalla sarta Ran. In seguito alla visita di una psicologa, i due estranei si renderanno conto che tutto ciò che sogna Jin, la ragazza lo realizza da sonnambula per poi svegliarsi senza alcuna memoria. 

Il quindicesimo film del regista sudcoreano rappresenta l’anello di congiunzione tra la fine del periodo più poetico della sua filmografia (da Crocodile a Time) e l’inizio di una nuova fase maggiormente sperimentale (Arirang, Amen, Pietà, Moebius). Kim Ki-duk si interroga ancora una volta, dopo Real Fiction e Ferro 3, sulla contaminazione tra mondo reale e onirico ma questa volta lo fa dichiaratamente, scegliendo una storia che parla di sogni e delle loro conseguenze sull’amore. Dream sarà oltremodo importante per l’autore perché a causa di un incidente che rischierà di uccidere la protagonista, Kim Ki-duk affronterà un periodo di profonda depressione che verrà poi narrato in Arirang. La scena del sogno comunitario e della liberazione finale sono i punti più alti di questa splendida pellicola.

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FERRO 3-LA CASA VUOTA

Tae-suk è un giovane che trascorre le sue giornate abitando case momentaneamente abbandonate che usa per mangiare e dormire e che cura con estrema perizia. Un giorno penetra nell’abitazione di Sun-hwa, un ex-modella che viene picchiata quotidianamente dal despotico marito: Tae-suk decide così di punirlo per le sue malefatte e Sun-hwa, che ritrova nel ragazzo la sua stessa solitudine, comincerà a seguire il suo lungo peregrinare attraverso i quartieri di Seul.

Leone d’Argento alla 61ma Mostra del Cinema di Venezia, Ferro 3-La casa vuota  è l’opera che consacra definitivamente la poetica del regista sudcoreano, impreziosita da immagini pittoriche e modellata sui solitari silenzi dei protagonisti che da sempre sono l’unica forma di comunicazione possibile in un universo in cui le assenze incidono più delle presenze. È tutta rinchiusa in questo concetto la grande metafora esistenziale del film di Kim Ki-duk: solo l’immaginazione, ovvero lo strumento meno sfruttato da una società sempre più logorroica e autodistruttiva, è in grado di oltrepassare i limiti invalicabili (o le soglie di case disabitate) dell’opprimente statuto di realtà per cercare di raggiungere ciò che più le interessa ovvero la forma ultima dell’amore. La bilancia che segna zero: il peso della libertà, o forse della morte. L’immagine sublima e si dissolve in un amore senza tempo mentre la comparsa della frase che recita Difficile dire se il mondo in cui viviamo sia una realtà o un sogno obbliga chi guarda a un silenzio inevitabile, ancora più profondo di quello dei due protagonisti. Indubbiamente il mio film preferito.

DA SEGNALARE: Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, Soffio, La samaritana, Pietà.

Francesco Pierucci

2 thoughts on “UN REGISTA, TRE FILM: KIM KI-DUK

  1. me la fai anche una flop three?

    (ps. time? non ti è piaciuto? mi ha sorpreso non vederlo in una collezione così diversa da quelle canoniche – non mi sarei sorpreso di non trovarlo in una banalissima SAMARITANA-FERRO3-PIETA’)

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