GOOD BYE LENIN: COMMEDIA POLITICA SULL’AMORE MATERNO

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Berlino Est. Christiane (Katrin Sass), madre di due bambini piccoli abbandonata dal marito, per evitare il suicidio e uscire dalla depressione sposa totalmente gli ideali socialisti filosovietici della Repubblica Democratica Tedesca. Undici anni dopo, vittima di un infarto, va in coma per otto mesi perdendosi la caduta del muro, le libere elezioni, la riunificazione delle due Germanie e il capitalismo incessante. Al suo risveglio il figlio Alexander (Daniel Bruhl), onde evitare shock fatali, cerca di mantenere vivi i valori della Repubblica Democratica almeno nella stanza della madre, trasformando presto i ricordi in un mondo ucronico in cui avrebbe voluto vivere.

Questa commediola tedesca di Wolfgang Becker del 2003, vincitrice del premio Miglior Film Europeo al Festival di Berlino e di 3 European Film Awards, ha un grande pregio: saper dosare benissimo le forti tematiche politiche, che vanno dal concetto di Ostalgia (sentimento di nostalgia che colpì gli abitanti dell’ex Germania Est dopo la riunificazione) alla voglia di libertà alla necessità di occidentalismo, con il sentimentalismo di cui è impregnata l’opera fin dalle prime scene. È un film sull’amore materno in ogni sua forma: l’amore per la madre Christiane da parte del figlio Alex, ma anche l’amore di entrambi verso la madre patria e i suoi ideali che mantengono vivi con la memoria (la prima) e con la menzogna (il secondo). Ottime le interpretazioni, con un Daniel Bruhl ancora lontano dai fasti di Bastardi senza gloria e Rush ma già convincente; un po’ troppo esagerata la costante metafora del passaggio, più volte ripresa durante la pellicola e, ad un certo punto,ridondante: vi è un passaggio di Alex dall’adolescenza pesante e triste alla maturità e all’amore per l’infermiera Lara (simboleggiati dal viaggio nello spazio del suo eroe); vari passaggi di Christiane, donna con segreti, dalla depressione al socialismo al coma ad un mondo diverso. Tanti riferimenti a Kubrick, da Arancia Meccanica a 2001: Odissea nello spazio (anche nominato e ennesima sottolineatura della tematica del passaggio), ma anche uno straordinario omaggio a Kieslowski, di cui viene riproposta la colonna sonora di Film Blu durante la visita dei bambini all’ospedale psichiatrico. Famosa la scena della statua di Lenin che guarda negli occhi Christiane; gli ho preferito i fittizi servizi giornalistici dell’esilarante cinefilo Denis. Uno dei più grandi incassi della storia del cinema tedesco.

 

Matteo Chessa

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