TOP 5- LE MIGLIORI SIGLE DELLE SERIE TV

Quali sono i motivi per cui ci appassioniamo a determinate serie tv rispetto ad altre??? Trama, personaggi, colpi di scena… No, non bastano… Vi è senza dubbio da aggiungere all’elenco anche la sigla d’apertura, piccola opera nell’opera che molto spesso aggiunge senso (altre volte lo sottolinea, altre lo contrasta) a ciò che vediamo nei (in media) 45 minuti successivi. Tra capolavori come quella di Dexter,  che ha ispirato saggi appositi che la analizzano (mostra come nei normali gesti di ogni giorno si nasconda un potenziale atto assassino), o le sigle di Six Feet Under e Broadwalk Empire , vi propongo le mie personali cinque migliori sigle delle serie tv.

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TWIN PEAKS

Cosa ci si aspetta dalla sigla del telefilm che ha sconvolto per sempre l’immagine della tranquilla periferia americana? Con una trama che annovera agenti FBI, nanetti ballerini, giganti enigmatici, killer capelloni e corpi di ragazze in riva al fiume, tutto tranne quella che invece ci propone David Lynch creatore assieme a Mark Frost della serie (QUI alcune curiosità). Musica rilassante, paesaggi bucolici e riprese della segheria del paese, quasi a suggerire che la vita scorre tranquilla a Twin Peaks. Anche l’acqua, calma e piatta come una tavola, sembra confermarlo. Potrebbe essere l’apertura di una serie come Dallas, invece siamo dentro un incubo.  Geniale.

 

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HAPPY DAYS

Poteva non trovare spazio nella classifica la sigla forse più famosa di tutta la storia delle serie tv. Alzi la mano chi non conosce la canzone. Impossibile non lasciarsi trascinare dall’allegria e la gioia che trasmette, con i protagonisti presentati nei retro dei dischi di un juke box, balli giovanili, giochi, amori. Un cult. Tra mille anni questa canzoncina si canterà ancora.

 

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BORIS

“Userò gli occhi del cuore come fa un dottore cieco, quando che opera i pazienti, stanno tutti molto attenti”… (Meta)Sigla geniale che accompagna fieramente il miglior prodotto seriale mai realizzato in Italia ad oggi (con tanti saluti a Gomorra).  Guardatelo per cortesia perché merita veramente.

 

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GAME OF THRONES

Famosissimo telefilm della HBO, propone nella sigla la mappa del mondo dei sette regni in cui le città, i castelli, le bandiere diventano ingranaggi di un macchinario inarrestabile. Fa da accompagnamento una musica epica destinata ad essere un cult. Si è parlato di cortometraggio in riferimento a questa sigla. Concordo.

 

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TRUE DETECTIVE

Ambientazione gotica, colonna sonora country rock emozionante ( Far From Any Road degli Handsome Family). Un capolavoro intrecciato strettamente alla serie; risulta impossibile non guardarla prima dei 55 minuti. Bellissima.

 

Matteo Chessa

UN REGISTA TRE FILM: ELIO PETRI

Primo appuntamento della rubrica con un regista nostrano, il grande Elio Petri. Regista e sceneggiatore romano, inizia la sua carriera dall’altra parte della barricata facendo il critico cinematografico per il quotidiano L’Unità. Intellettuale poliedrico, capace di trarre il meglio da quello che vede in giro, esordisce al cinema a 32 anni con L’assassino, poliziesco con Mastroianni in cui si trovano già i due temi che accompagneranno tutte le sue pellicole; la nevrosi e il potere. Tenendo conto di ciò non potevo non scegliere i tre film che leggerete qui sotto (prego chi non li ha visti di recuperarli immediatamente), nonostante la filmografia del regista annoveri ottime pellicole quali A ciascuno il suo con Gian Maria Volontè, Un tranquillo posto di campagna con Franco Nero e Todo Modo (tratto come A ciascuno il suo da un romanzo di Sciascia). Converrete con me però che, nonostante queste opere, la trilogia della nevrosi sia uno dei massimi punti raggiunti dalla cinematografia italiana. Basterebbe anche uno solo di questi tre film per rendere indimenticabile la carriera di un regista.

 

 

INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO

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1971. Il capo della sezione omicidi di Roma, nel giorno della promozione, assassina l’amante lasciando ovunque tracce per essere arrestato, consapevole del potere che incarna ma al contempo incapace di gestirlo. L’unico testimone oculare è un ragazzo anarchico che però evita di denunciarlo per poterlo ricattare. Finale geniale. Primo film della trilogia della nevrosi, analizza la nevrosi del potere partendo dal tema dostoevskiano della sfida tra assassino e giustizia, caricandolo di elementi politici (lotta tra autorità e anarchici) con la trovata di far combaciare il ruolo dell’omicida con un poliziotto. Grande Gian Maria Volontè. Le musiche di Ennio Morricone impressionarono Stanley Kubrick. Oscar miglior film straneiro.

 

LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO

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Nevrosi del lavoro. Lulù Massa (Gian Maria Volontè) è uno stakanovista del lavoro a cottimo e grazie ai suoi ritmi forsennati in fabbrica può mantenere due famiglie. Amato dai padroni, odiato dai colleghi, perde un dito durante il turno. Tutto cambia. Anche questo, come il primo capitolo, è del 1971, premiato a Cannes nel 72 come miglior film. Prendendo spunto dalla critica marxista sul concetto di alienazione dell’uomo dovuto al rapporto con le macchine, non si limita a giudicare solo la fabbrica ma anche tutti quei movimenti (studenteschi, sindacalisti) che sostengono l’operaio con le sole parole, rimanendo però sempre alla larga dai veri problemi. Gian Maria Volontè ai soliti altissimi livelli, accompagnato qui da una Mariangela Melato insoddisfatta e, in una piccola ma importantissima parte, Salvo Randone (presente in tutti i tre film sulla nevrosi).

 

LA PROPRIETA’ NON E’ PIU’ UN FURTO

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Ultimo capitolo della trilogia, unico senza Gian Maria Volontè, analizza la nevrosi del denaro attraverso la storia di un impiegato bancario, Total, allergico al denaro, che, convinto che il mondo sia abitato da ladri ( quelli che lo fanno di professione, e quelli dissimulati, che si arricchiscono, in modo apparentemente legale, sulla pelle altrui) prende di mira un ricco macellaio derubandolo di ogni avere che non siano i soldi. La tematica principale è quella dell’odio di classe, con Total che personifica il marxismo-mandrakismo, corrente filosofica che ritiene che sia giusto rubare ai ricchi se i loro averi provengono da furti legalizzati. Almeno quattro le scene da consegnare alla storia del cinema, tra cui spicca il monologo del ladro Gigi Proietti al funerale di un collega e il dialogo finale tra Total e il macellaio. Flavio Bucci, nella parte dell’impiegato di banca, strepitoso e memorabile. Ugo Tognazzi e Daria Nicolodi (non ancora musa di Argento) ottime spalle.

 

Matteo Chessa

LE CINQUE MIGLIORI TRILOGIE CINEMATOGRAFICHE

Dando per scontato che sappiate cosa sia una trilogia (o comunque confidando nella vostra connessione a Internet che vi permette in poco tempo di trovarne la definizione) e dando per appurato il fatto che ormai le serie di tre film abbonano al cinema non per  motivi tematico-stilistici dei registi ma economico- finanziari dei produttori (così mi spiego sequel inguardabili di fantastiche pellicole autoconclusive), devo mettervi in guardia: non considero Indiana Jones una trilogia per colpa dell’orribile regno dei teschi di cristallo (quanto era bello il finale dell’Ultima crociata con la scoperta dell’origine del nome dell’archeologo), idem Pirati dei caraibi; le due trilogie (animali, tre madri) di Dario Argento sono belle da guardare ma brutte da seguire; non troverete le due trilogie di Star Wars perché  la seconda è pessima (non inutile come molti sostengono) e la prima dissacrata dagli Ewok e in generale da tutto Il ritorno dello Jedi; l’ultimo Batman di Nolan rovina quanto di buono fatto coi primi due e trascina tutto a fondo; trovo Ritorno al futuro ripetitivo. Se riuscite a soprassedere su queste cose, allora leggete pure le cinque, personalissime, trilogie cinematografiche migliori.

 

TRILOGIA DELLA VENDETTA

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Diretta dal regista coreano Park Chan- wook, composta dai titoli Mr Vendetta (2002), Oldboy (2004) e Lady Vendetta (2005), analizza il tema della ritorsione in tutte le sue sfaccettature: quella istintiva, violenta e immediata nel primo capitolo, quella pianificata e irrimediabile nel secondo film (conosciuto anche dai sassi), e quella femminile, tenera e paziente ma non per questo meno ricercata nel terzo. Park Chan-wook sfrutta alla grande le strade aperte al pubblico occidentale da Kim ki Duk con Ferro 3 e racconta tre storie difficilmente dimenticabili. Nonostante lo stile inferiore preferisco il primo, perché ancora ora non so chi sia il Mr Vendetta che gli da il titolo.

 

TRILOGIA DEL DOLLARO

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Difficile non adorare questa trilogia che non stanca mai. Firmata Sergio Leone, marchiata dalla musiche di Ennio Morricone, gioca con l’accumulo (di personaggi, di protagonisti, di morti, di musiche) nonostante suggerisca più volte una storia a ritroso (dall’ultimo al primo film). Tutti i tre i film (Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, Il Buono il brutto il cattivo) sono interpretati da Clint Eastwood (notato nella serie Tv americana Rawhide), e affianco a lui danzano vari altri interpreti, da Gian Maria Volontè (primi due) a Lee Van Cleef (ultimi due), da Mario Brega (tutti e tre) a Eli Wallach (l’ultimo). Tre storie memorabili, battute e colonne sonore consegnate alla storia del cinema. Capostipiti del genere spaghetti western poi esportato in tutto il mondo.

 

TRILOGIA DEL CORNETTO

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Inglese, diretta da Edgar Wright, interpretata da Simon Pegg  (anche sceneggiatore col regista) e Nick Frost, analizza e parodizza con i tre film L’alba dei morti dementi (2004), Hot Fuzz (2007) e La fine del mondo (2013) tre generi cinematografici differenti. Punto di raccordo tra i vari film, che hanno storie e personaggi diversi, il fatto che viene mangiato un cornetto il cui gusto simboleggia il genere del film: alla fragola per il primo, che scherza con gli horror movie di Romero sugli zombie; blu originale il secondo, in riferimento al poliziesco; verde menta il terzo film fantascientifico. Sceneggiature spumeggianti e geniali, un montaggio serrato e convincente, battute da risate a crepapelle (le migliori in Hot Fuzz) e una incredibile capacità di impossessarsi del genere e controllarlo a piacimento, riuscendo meglio di molti film seri.

 

TRILOGIA DEL PADRINO

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Tratta dal romanzo dell’italo-americano Mario Puzo, narra la storia della famiglia mafiosa newyorkese Corleone, l’ascesa del giovane emigrato italiano Vito, il passaggio degli affari al figlio Michael e la punizione finale con la morte della figlia di quest’ultimo. Il primo è il migliore, il secondo si conferma ad altissimi livelli (molti lo preferiscono al primo), mentre il terzo, considerato scadente e inutile, ne è la giusta e inevitabile conclusione. Oscar miglior film per i primi due (recensioni QUI e QUI), candidatura per il terzo. Una tappa obbligata per chi ama il cinema.

 

TRILOGIA DEI COLORI

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Ispirati ai tre colori della bandiera francese e, di conseguenza, ai tre ideali rivoluzionari ad essa legati, sono il capolavoro del polacco Krzystof Kieslowski e dello sceneggiatore Krzystof Piesiewicz, che trattano tre storie diverse ma intrecciate tra loro, che si sfiorano numerose volte fino all’incontro nella catastrofe finale. Poesia filmata, da molti ritenuta pesante (gli stessi che protestano perché nella classifica manca Matrix Reloaded), è grande cinema e rende il cinema grande. Tutti e tre sono bellissimi. Ah dimenticavo l’utilizzo geniale del sonoro in tutti i film. Guardateli e poi ne riparliamo.

 

Matteo Chessa

UN REGISTA, TRE FILM: SION SONO

Oggi con la rubrica si torna in Oriente nel paese del Sol Levante per parlare di uno di quei registi poco conosciuti ma fondamentali nell’innovare la storia del cinema. Volendola farla breve si potrebbe affermare senza il minimo rischio di essere contraddetti che Sion Sono è pazzo: pazzo per il cinema come dimostra in ogni singola pellicola, ma forse anche pazzo in generale (if you know what I mean!). Ecco allora quali sono per me, le sue tre opere che più mi hanno entusiasmato:

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STRANGE CIRCUS

Quando ho finito di vedere l’undicesima opera di Sion Sono sono rimasto notevolmente colpito. Il finale di Strange Circus, fortemente debitore del Persona di Bergman, è uno dei più belli della storia del cinema. E’ da qui che bisogna partire per poter cerebrale giustamente uno dei più grandi autori della settima arte. Sion Sono non si limita a citare i film di genere giapponesi ma la sua bravura sta nel conciliare questa tendenza con un richiamo sottile voluto o meno ai grandi Maestri (oltre Bergman, basti ricordare Un borghese piccolo piccolo per Cold Fish). Sono è speciale perché in grado di stupire in ogni momento con la complessità della trama, con i tortuosi movimenti di macchina e in questo caso con la sovrapposizione tra realtà e finzione (il circo felliniano). La ghigliottina cade, tutto si ferma.

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LOVE EXPOSURE

Trovarsi davanti a Love Exposure può lasciare interdetti: a parte la durata proibitiva di quattro ore infatti (in origine erano sei), ciò che può disorientare i neofiti del Maestro è la follia della trama e dei personaggi. E’ tutto fuorché banale che il sogno di Yu, il protagonista, sia fotografare le mutandine delle ragazze. A parte gli aspetti più goliardici e superficiali però, l’autore torna ancora una volta a trattare con sensibilità il tema che gli sta più a cuore, ovvero quello relativo alle famiglie disfunzionali, incarnate in questo caso dal discutibile padre cattolico, che sono la principale causa delle problematiche che colpiscono i protagonisti. Vincitore di due premi a Berlino, Love Exposure, è forse il lungometraggio più famoso del regista: probabilmente per le innumerevoli scene memorabili (l’addestramento su tutte) o perché in fin dei conti un personaggio come Miss Scorpion e il suo rapporto con Yoko difficilmente potranno essere dimenticati dallo spettatore.

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WHY DON’T YOU PLAY IN HELL?

Suona strano ma l’ultimo film di Sion Sono è il primo che ho visto. Colpo di fulmine. Mi è piaciuto così tanto che mi sono andato a recuperare buona parte della sua filmografia. Anche in questo lungometraggio è racchiusa appieno tutta la poetica di Sono: il barocchismo visivo, le citazioni (Kill Bill, Lady Snowblood, gli yakuza eiga), l’amore per il cinema e gli straordinari personaggi dissacranti (il fonico della yakuza). Come se non bastasse il film oscilla continuamente tra un genere e un altro, assumendo una parabola ascendente che culmina con un‘esplosione meta-cinematografica, un vero e proprio testamento per i posteri.  Che altro dire? Non sono mai stato più disorientato nella visione di un film ma non ho mai neanche riso così tanto.  P.s. Ancora oggi canticchio il jingle della pubblicità di Mitsuko!

 

FILM CONSIGLIATI: Guilty of romance, Cold Fish, Himizu

 

Francesco Pierucci

TOP 5: LE MIGLIORI SCENE DI SESSO AL CINEMA

Il sesso: argomento centrale dei discorsi di tutti i giorni, ragione che muove il mondo, causa di guerre storiche e protagonista di novelle e poesie della letteratura mondiale. Un argomento così non poteva certo mancare nel mondo del cinema che, anzi, molto spesso lo mette in mostra nei modi più disparati: dal comico amore protetto dell’incellofanato Leslie Nielsen de Una pallottola spuntata al ripugnante atto di necrofilia di Visitor Q; dai vari rapporti violenti dei rape and revenge alle romantiche scene delle love story. Propongo qui le migliori scene di  sesso della storia del cinema (porno esclusi), scusandomi già in precedenza se alcune scelte non saranno di vostro gradimento (si, eviterò di mettere la scena di Senso 45 in cui Gabriel Garko urla “IN CULO A HITLER, A STALIN, VOGLIO UBRIACARMI DEL TUO CULO).

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ORIGINAL SIN

Film bruttissimo, scena bellissima, in cui viene da chiedersi quanto effettivamente stessero recitando. Protagonisti Antonio Banderas e Angelina Jolie (nel periodo in cui mostrava le tette in ogni film), che si avvinghiano sopra le coperte al limite tra il violento e il tenero. Complimenti a lei per il corpo e a lui per il colpaccio.

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SHAME

Secondo film di Steve MacQueen, sottovalutato perché inizialmente troppo sopravvalutato, parla della vita dell’uomo d’affari Brandon (Michael Fassbender), totalmente dipendente da droghe e sesso. In una scena si evince la bravura dell’attore e la totale solitudine del personaggio: a letto con due ragazze, Brandon non prova minimamente piacere, non sorride né gioisce, anzi sembra soffrire di questo rapporto che ha il solo scopo di appagare il suo desiderio momentaneo. Un desiderio che tornerà molto presto e porterà con sé nuove sofferenze. Bravissimo Fassbender, vincitore della Coppa Volpi a Venezia.

 

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STRADE PERDUTE

Lynch, 1997. Capolavoro del genere thriller psicologico, con una struttura a nastro di Moebius (come sostiene lo stesso regista nel libro di interviste Perdersi è meraviglioso) che lo rende magnetico e al contempo inavvicinabile. La scena in questione è quasi alla fine del film, perciò meglio non scrivere nulla (o rischio di rovinare la visione a qualcuno) ma eccelle per passione, bellezza delle immagini e raggiunge l’apice con il colpo di scena finale. Lunga vita al buon David.

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ULTIMO TANGO A PARIGI

Non potevo certo tralasciare il capostipite di tutti i film basati sui rapporti sessuali, meritevole addirittura di censure e denunce contro i diritti civili e morali (e revoca di possibilità di voto al regista). Un Marlon Brando commovente e bellissimo; una tenera Maria Schneider al meglio di sé. Scene famosissime e un nuovo modo di utilizzare il burro (meglio evitare per non venir denunciati).

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LA VITA DI ADELE

La più bella scena di sesso della storia del cinema è tra due ragazze. 6 minuti di amore saffico che (per me) non sfociano mai nel gretto e nel volgare. È amore, non pornografia; è una prima volta non il solito sesso di sgualdrinelle (commento sentito con le mie orecchie). Ad avercene scene così. Poi sparlare è facile.

 

Matteo Chessa

SWORD ART ONLINE: QUANDO UNA BUONA IDEA VIENE STUPRATA.

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Carissimi disoccupati, avete presente quelle idee che potrebbero dar vita ad un piccolo capolavoro e che invece vengono sviluppate talmente banalmente da diventare una cagata pazzesca? Ecco questa è l’estrema sintesi del triste fato di SAO, un’opera dall’immenso potenziale che invece raggiunge a malapena la sufficienza. La vicenda è la seguente: in un futuro prossimo viene lanciata sul mercato una nuova stirpe di videogame a realtà virtuale capaci di far vivere al giocatore un’esperienza di gioco totalmente realistica trasportandolo in mondi virtuali evoluti in cui manterrà e utilizzerà tutti i sensi, compresi gusto, tatto e olfatto. Al lancio del primo videogame i fortunati giocatori che sono riusciti ad averlo in anteprima scoprono una volta connessi l’impossibilità di effettuare il logout. L’unico modo per ottenere la libertà sarà di completare tutti i 100 livelli del gioco ma se moriranno  faranno la stessa fine nel mondo reale. Noi seguiremo le vicende di “Kirito” un ragazzo che aveva già avuto la possibilità di testare il gioco in Beta e che si organizzerà da subito come player solitario, sfruttando la sua esperienza per livellare e non lasciarci le penne. La trama non sembra tanto male e aggiungerò un’altra cosa, se siete un pochino pratici degli MMORPG non potrete che adorare questo titolo. Gli episodi infatti non sono solo costituiti dai combattimenti adrenalinici della quest principale, ma anche da avventure secondarie che vedono i protagonisti muoversi alla ricerca di minerali per forgiare nuove armi, affrontare sfide tra giocatori, battute di pesca e litigi e invidie tra utenti. Inoltre le musiche, le ambientazioni e i ritmi riproducono fedelmente il clima tipico dei giochi di ruolo online e se avete un certo background non potrete che apprezzare la cosa. Dov’è il problema allora? Che ciò che vi ho detto costituisce solo la metà dell’opera. Infatti il gioco terminerà dopo una ventina di livelli, si risveglieranno quasi tutti tranne, guarda caso, l’amata del protagonista che intraprenderà un’avventura in un nuovo videogame per riuscire a liberarla. Questa seconda parte, amici miei, è un autentico abominio. Un minestrone di banalità senza fine condito con un pizzico di trama incestuosa a completare il tutto. Quando si finisce di vederlo, la delusione è talmente tanta da spazzar via, quasi completamente, la soddisfazione provata nella prima dozzina di episodi. Resta poi il dubbio del perché un’idea con tanto potenziale  sia stata sviluppata così banalmente. In conclusione, guardatelo se siete nerd, amanti del fan service e se non avete proprio niente di meglio da fare. Un saluto 

 

L’obeso barbuto

UN REGISTA, TRE FILM: CLINT EASTWOOD

Clinton Eastwood Jr. è universalmente riconosciuto come mito assoluto (basti pensare che si è fatto eleggere sindaco di un paesino solo per abrogare una stupida legge che vietava di mangiare gelati per strada). Se come attore “mono-espressivo” la sua carriera è esplosa dopo qualche anno di gavetta, come regista non si può affermare altrettanto. Eastwood infatti ha dovuto lottare per decenni contro una critica cinematografica prevenuta che non riconosceva il talento cristallino che il buon Clint dimostrava dietro la macchina da presa. Proprio per questo è difficile scegliere solo tre opere della sua filmografia che comprende capolavori come Mystic River e Honkytonk Man, passando per Un mondo perfetto e Bird. Penso che per la prima volta in questa rubrica, la scelta dei miei tre film preferiti coincida probabilmente con i tre film più importanti (in tutti i sensi) per l’autore.

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GLI SPIETATI

Se la sua carriera d’attore è indissolubilmente legata alla Trilogia del dollaro di Sergio Leone, non è affatto un caso che il massimo riconoscimento dalla critica americana, l’Oscar, gli venga assegnato proprio per un western. Gli Spietati è un film magnifico, un perfetto western crepuscolare. Ma Gli Spietati (il cui titolo originale è The Unforgiven non a caso) non è solo un western: è un film sulla vera natura dell’uomo, sulla vendetta, sull’amicizia e soprattutto sui fantasmi che ritornano e ci perseguitano come ambasciatori del senso di colpa (vero leit motiv della poetica eastwoodiana). La regia di Clint è come sempre curata e invisibile, apparentemente semplice ma che in realtà unisce passato e presente, classico e post-moderno. Ogni singola sequenza trova il suo meritato posto nella memoria dello spettatore, fino al finale che di catartico ha ben poco.

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MILLION DOLLAR BABY

Il vero capolavoro di Eastwood. Sicuramente il mio film preferito del regista californiano. Una storia semplice, che affonda le radici nell’archetipico sogno americano: la parabola discendente di Maggie, cameriera quarantenne che aspira a diventare una boxeur professionista, appassiona e fa soffrire come pochi film riescono a fare. Il rapporto con Frankie, intriso di conflittualità e piccoli gesti d’affetto, è molto di più del semplice legame padre-figlia: è il legame tra due anime sole che trovano nell’altra persona l’unico vero motivo per continuare a lottare. Anche qui l’Oscar arriva puntuale (forse uno dei più meritati nella storia dell’Academy) e non potrebbe essere altrimenti: la scena finale in cui Frankie spiega alla moribonda Maggie (una straordinaria Hilary Swank) il significato della parola Mo Cùishle vale, da sola, l’intera filmografia della maggior parte dei registi contemporanei.

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GRAN TORINO

E qui forse si arriva al film più personale di Eastwood. Non tanto per la storia in sé quanto per le tematiche e le metafore che sottende. Se Gli Spietati rappresentava per Clint il necessario tributo alla figura dello Straniero senza nome che lo aveva reso famoso da giovane, qui il debito da pagare è ugualmente importante: quello nei confronti dell’Ispettore Callaghan che, oltre all’ulteriore notorietà, aveva portato diverse polemiche. Il film è malinconicamente perfetto. Anche in questo caso la scena finale è rivelatoria. La morte cristologica di Walt chiude finalmente il cerchio con il passato e  pone le basi per un futuro testamento: ora che lo Straniero senza nome e Callaghan non ci sono più infatti, esiste solo Clint Eastwood.

Francesco Pierucci