UN REGISTA, TRE FILM: CLINT EASTWOOD

Clinton Eastwood Jr. è universalmente riconosciuto come mito assoluto (basti pensare che si è fatto eleggere sindaco di un paesino solo per abrogare una stupida legge che vietava di mangiare gelati per strada). Se come attore “mono-espressivo” la sua carriera è esplosa dopo qualche anno di gavetta, come regista non si può affermare altrettanto. Eastwood infatti ha dovuto lottare per decenni contro una critica cinematografica prevenuta che non riconosceva il talento cristallino che il buon Clint dimostrava dietro la macchina da presa. Proprio per questo è difficile scegliere solo tre opere della sua filmografia che comprende capolavori come Mystic River e Honkytonk Man, passando per Un mondo perfetto e Bird. Penso che per la prima volta in questa rubrica, la scelta dei miei tre film preferiti coincida probabilmente con i tre film più importanti (in tutti i sensi) per l’autore.

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GLI SPIETATI

Se la sua carriera d’attore è indissolubilmente legata alla Trilogia del dollaro di Sergio Leone, non è affatto un caso che il massimo riconoscimento dalla critica americana, l’Oscar, gli venga assegnato proprio per un western. Gli Spietati è un film magnifico, un perfetto western crepuscolare. Ma Gli Spietati (il cui titolo originale è The Unforgiven non a caso) non è solo un western: è un film sulla vera natura dell’uomo, sulla vendetta, sull’amicizia e soprattutto sui fantasmi che ritornano e ci perseguitano come ambasciatori del senso di colpa (vero leit motiv della poetica eastwoodiana). La regia di Clint è come sempre curata e invisibile, apparentemente semplice ma che in realtà unisce passato e presente, classico e post-moderno. Ogni singola sequenza trova il suo meritato posto nella memoria dello spettatore, fino al finale che di catartico ha ben poco.

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MILLION DOLLAR BABY

Il vero capolavoro di Eastwood. Sicuramente il mio film preferito del regista californiano. Una storia semplice, che affonda le radici nell’archetipico sogno americano: la parabola discendente di Maggie, cameriera quarantenne che aspira a diventare una boxeur professionista, appassiona e fa soffrire come pochi film riescono a fare. Il rapporto con Frankie, intriso di conflittualità e piccoli gesti d’affetto, è molto di più del semplice legame padre-figlia: è il legame tra due anime sole che trovano nell’altra persona l’unico vero motivo per continuare a lottare. Anche qui l’Oscar arriva puntuale (forse uno dei più meritati nella storia dell’Academy) e non potrebbe essere altrimenti: la scena finale in cui Frankie spiega alla moribonda Maggie (una straordinaria Hilary Swank) il significato della parola Mo Cùishle vale, da sola, l’intera filmografia della maggior parte dei registi contemporanei.

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GRAN TORINO

E qui forse si arriva al film più personale di Eastwood. Non tanto per la storia in sé quanto per le tematiche e le metafore che sottende. Se Gli Spietati rappresentava per Clint il necessario tributo alla figura dello Straniero senza nome che lo aveva reso famoso da giovane, qui il debito da pagare è ugualmente importante: quello nei confronti dell’Ispettore Callaghan che, oltre all’ulteriore notorietà, aveva portato diverse polemiche. Il film è malinconicamente perfetto. Anche in questo caso la scena finale è rivelatoria. La morte cristologica di Walt chiude finalmente il cerchio con il passato e  pone le basi per un futuro testamento: ora che lo Straniero senza nome e Callaghan non ci sono più infatti, esiste solo Clint Eastwood.

Francesco Pierucci

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