UN REGISTA TRE FILM: ELIO PETRI

Primo appuntamento della rubrica con un regista nostrano, il grande Elio Petri. Regista e sceneggiatore romano, inizia la sua carriera dall’altra parte della barricata facendo il critico cinematografico per il quotidiano L’Unità. Intellettuale poliedrico, capace di trarre il meglio da quello che vede in giro, esordisce al cinema a 32 anni con L’assassino, poliziesco con Mastroianni in cui si trovano già i due temi che accompagneranno tutte le sue pellicole; la nevrosi e il potere. Tenendo conto di ciò non potevo non scegliere i tre film che leggerete qui sotto (prego chi non li ha visti di recuperarli immediatamente), nonostante la filmografia del regista annoveri ottime pellicole quali A ciascuno il suo con Gian Maria Volontè, Un tranquillo posto di campagna con Franco Nero e Todo Modo (tratto come A ciascuno il suo da un romanzo di Sciascia). Converrete con me però che, nonostante queste opere, la trilogia della nevrosi sia uno dei massimi punti raggiunti dalla cinematografia italiana. Basterebbe anche uno solo di questi tre film per rendere indimenticabile la carriera di un regista.

 

 

INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO

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1971. Il capo della sezione omicidi di Roma, nel giorno della promozione, assassina l’amante lasciando ovunque tracce per essere arrestato, consapevole del potere che incarna ma al contempo incapace di gestirlo. L’unico testimone oculare è un ragazzo anarchico che però evita di denunciarlo per poterlo ricattare. Finale geniale. Primo film della trilogia della nevrosi, analizza la nevrosi del potere partendo dal tema dostoevskiano della sfida tra assassino e giustizia, caricandolo di elementi politici (lotta tra autorità e anarchici) con la trovata di far combaciare il ruolo dell’omicida con un poliziotto. Grande Gian Maria Volontè. Le musiche di Ennio Morricone impressionarono Stanley Kubrick. Oscar miglior film straneiro.

 

LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO

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Nevrosi del lavoro. Lulù Massa (Gian Maria Volontè) è uno stakanovista del lavoro a cottimo e grazie ai suoi ritmi forsennati in fabbrica può mantenere due famiglie. Amato dai padroni, odiato dai colleghi, perde un dito durante il turno. Tutto cambia. Anche questo, come il primo capitolo, è del 1971, premiato a Cannes nel 72 come miglior film. Prendendo spunto dalla critica marxista sul concetto di alienazione dell’uomo dovuto al rapporto con le macchine, non si limita a giudicare solo la fabbrica ma anche tutti quei movimenti (studenteschi, sindacalisti) che sostengono l’operaio con le sole parole, rimanendo però sempre alla larga dai veri problemi. Gian Maria Volontè ai soliti altissimi livelli, accompagnato qui da una Mariangela Melato insoddisfatta e, in una piccola ma importantissima parte, Salvo Randone (presente in tutti i tre film sulla nevrosi).

 

LA PROPRIETA’ NON E’ PIU’ UN FURTO

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Ultimo capitolo della trilogia, unico senza Gian Maria Volontè, analizza la nevrosi del denaro attraverso la storia di un impiegato bancario, Total, allergico al denaro, che, convinto che il mondo sia abitato da ladri ( quelli che lo fanno di professione, e quelli dissimulati, che si arricchiscono, in modo apparentemente legale, sulla pelle altrui) prende di mira un ricco macellaio derubandolo di ogni avere che non siano i soldi. La tematica principale è quella dell’odio di classe, con Total che personifica il marxismo-mandrakismo, corrente filosofica che ritiene che sia giusto rubare ai ricchi se i loro averi provengono da furti legalizzati. Almeno quattro le scene da consegnare alla storia del cinema, tra cui spicca il monologo del ladro Gigi Proietti al funerale di un collega e il dialogo finale tra Total e il macellaio. Flavio Bucci, nella parte dell’impiegato di banca, strepitoso e memorabile. Ugo Tognazzi e Daria Nicolodi (non ancora musa di Argento) ottime spalle.

 

Matteo Chessa

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