FILM DA RISCOPRIRE – QUANDO VOLANO LE CICOGNE (1957)

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Due giovani innamorati saltellano felici in una Mosca deserta; hanno fatto le ore piccole e stanno tornando a casa passando per la Piazza Rossa; la ragazza guarda il cielo, nota le gru che volano, portando la primavera (le cicogne che titolano l’opera sono un incredibile errore di traduzione italiano, camuffato anche in fase di doppiaggio), e distratta si lascia bagnare dal camion della pulizia strade; lui amorevolmente le tira su i capelli, poi si dirigono verso casa saltellando su un piede giocosamente; titolo dell’opera con sullo sfondo il campanile di Ivan il terribile. L’incipit di Quando volano le cicogne del georgiano Mikhail Kalatozishvili (conosciuto col nome russo Michail Kalatozov) si allontana vertiginosamente dai prodotti propagandistici del cinema sovietico del periodo mirati alla costruzione dell’immagine internazionale dell’URSS, anticipando di un anno quelli che poi saranno i canoni della Nouvelle Vague francese (camere a spalla che seguono le corse dei protagonisti, riferimenti letterari, nel particolare alle Tre sorelle di Cechov) e enfatizzando la cosiddetta “politica del disgelo” portata dal neoeletto Kruscev (da quattro anni al potere), che mirava a destalinizzare l’immagine sovietica, toccando anche il campo della settima arte. È un film d’amore, di guerra, di solitudine, di costanti attese mancate e speranze tradite; Vera (una straordinaria Tatyana Samojlova) e Boris (Aleksey Batalov) sono innamorati e vogliono sposarsi; la seconda guerra mondiale e la partenza da volontario del giovane cambiano le cose. Lei, che intanto perde i genitori e viene costretta con la forza a sposarsi col cugino di Boris Mark (Aleksandr Shvorin), lo aspetta inutilmente per anni, sempre in bilico tra il rimanere ancorata alle speranze e il gettarsi tra le onde di un destino che, semplicemente, non si dirige verso i suoi sogni. Palma d’oro al festival di Cannes del 1958 (ebbe la meglio su titoli e nomi altisonanti come Alle soglie della vita dello svedese Bergman, preferito da una giuria presieduta dallo scrittore francese Marcel Achard e composta tra gli altri, da Zavattini, Ledislao Vajda e il sovietico Jutkevic), trova nell’estetica più che nelle tematiche il suo carattere rivoluzionario: inquadrature vicine ai personaggi, riprese che irrompono come mai prima nelle vite personali dei protagonisti e ce ne mostra sofferenze, paure e speranze. Attraverso piani sequenza e carrellate magistrali (si pensi a quella, bellissima, in cui una spaesata Vera corre verso il treno con chiaro intento suicida) o movimenti circolari della cinepresa (ripresi anche dall’andamento della storia), Kalatozov e il direttore della fotografia Sergej Urusevskij entrano nella storia del cinema con uno stile poi perfezionato da molti cineasti futuri (Scorsese da poco ne ha sottolineato l’importanza). In questo turbine di immagini danza il personaggio di Vera, diverso dalle altre eroine di un normale film di guerra, non ferma e decisa ma attanagliata da dubbi e paure, sottolineate perfettamente dagli occhi penetranti della Samojlova. Una storia d’amore che sfiora il melodramma ma non cade nel suo romanticismo, un film sulla guerra in cui le battaglie non vengono mai mostrate e la violenza è solo psicologica. E un finale commovente, legato strettamente all’incipit nonostante sia il suo naturale contrario (la piazza Rossa stracolma di gente, la ragazza sola che cerca l’amato tra la calca e quello sguardo alle gru con un significato differente). Un pezzo di storia del cinema da consegnare al grande pubblico per far capire cosa è realmente l’amore. Capolavoro.

 

31101_FRA

Matteo Chessa

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