FILM DA RISCOPRIRE- SOGNO DI PRIGIONIERO DI HENRY HATHAWAY

titolo

Spulciando la carriera dell’americano Hathaway balza all’occhio come il regista, che non gode di molta popolarità tra il grande pubblico, abbia realizzato le migliori opere cimentandosi con il noir (Il bacio della morte, Chiamate Nord 777, 23 passi dal delitto e il conosciuto Niagara, trampolino di lancio per una Marilyn Monroe fino ad allora molto utilizzata ma poco incisiva), il genere bellico (Rommel, la volpe del deserto) e col western (Poker di sangue in primis, ma anche l’originale Il Grinta poi rifatto dai fratelli Coen).  È particolare quindi il fatto che il suo più grande capolavoro, il film della vita, sia una storia romantica, una love story tratta dal romanzo Peter Ibbetson di George Du Maurier, importante pittore e illustratore costretto dalla parziale cecità alla scrittura creativa, padre della celebre Daphne autrice di Rebecca la prima moglie e Gli Uccelli.

Mary e Peter si amano sin da bambini quando, vicini di casa e compagni di giochi, passano costantemente il tempo assieme. La madre di lui muore e il piccolo viene portato a Londra dallo zio. Passano gli anni, i due si rincontrano, lei sposata con un duca, lui architetto. Si amano ancora, ma per la morte accidentale del duca Peter viene condannato all’ergastolo. Continuano allora ad amarsi in sogno, fino alla fine dei loro giorni.

I limiti di questo film del 1935 sono tanti e, delle volte, evidenti: il macroscopico è la scelta di Gary Cooper come attore protagonista, con il suo improponibile accento americano cucito prepotentemente addosso ad un personaggio francese (le vicende d’infanzia si svolgono a Parigi), errore dettato dal fatto che l’attore fosse la punta di diamante della Paramount e grande amico del regista (si conobbero un anno prima nel film Rivelazione e realizzarono assieme I lancieri del Bengala e altre quattro pellicole); inoltre alcune scene sono troppo forzate, lente, boriose (i due che camminano nel loro personale paradiso, il ritorno di Peter adulto nella casa della giovinezza). Ma Sogno di prigioniero ha un grande pregio: tratta il campo dei sogni, dell’onirico, libero dalle teorie psicanalitiche che sbarcheranno a Hollywood gli anni successivi cambiando per sempre il modo di vedere certi mondi. Il sogno è qui sinonimo di connessione ed intesa reciproca, altra possibilità di vita per i protagonisti che non hanno trovato gioie nella realtà; nessun complesso edipico, nessun attaccamento morboso all’infanzia e non superamento di traumi infantili (anche se questa chiave di lettura è suggerita dal reciproco pianto alla morte della madre di Peter). Una metafora del cinema del periodo, inteso come esperienza capace, nel buio della sala, di farti vivere altre vite e situazioni impossibili da trovare nella banale realtà (concezione persa con la tv). Sogno come cinema, sogno come vita, come possibilità. Il tutto mostrato con effetti speciali spettacolari per l’epoca, con giochi di luce e dissolvenze che permettono il passaggio dalla sequenza onirica alla realtà senza spezzare il racconto, riprese sovrapposte grazie al quale Peter/ Cooper può attraversare le sbarre della sua cella in maniera naturale, come quando era bambino. Quasi totale è l’assenza di personaggi secondari, se togliamo il marito; è un gioco a due, un amore in cui nessun altro è invitato. Bravissima Ann Harding (Occhi nella notte), troppo bello per la parte Gary Cooper, che stona con le battute che recita. Da annoverare tra le grandi opere oniriche del cinema.

Matteo Chessa

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...