SERIE TV-ORANGE IS THE NEW BLACK

S1Cast

Dopo lo straordinario successo di House of Cards che ha come protagonista un Kevin Spacey mai così vicino ai livelli inarrivabili di American Beauty, Netflix (servizio di noleggio online e di streaming on demanda il cui arrivo in Italia è ancora avvolto nelle tenebre) nel luglio 2013 ha dato alla luce il suo secondo prodotto seriale originale, Orange Is the New Black, tratto dalle memorie di Piper Kerman Orange Is the New Black: My Year in a Women’s Prison, ispirate alla sua esperienza in prigione. Orange perché è il colore dell’uniforme delle nuove detenute, non facendole passare inosservate, e Is the New Black è l’espressione che si usa per mettere in risalto una nuova moda. Un titolo già di per se accattivante. La vicenda inizia subito in medias res: Piper, nella serie Chapman non Kerman, (Taylor Schilling), una donna abituata ad una vita agiata e in procinto di sposarsi con Larry (Jason Biggs, finalmente lo vediamo in qualcosa di degno di nota che non sia American Pie) deve fare i conti col suo passato. Superata la soglia dei trent’anni di età, deve scontare una pena di 15 mesi in un carcere femminile per aver trasportato, 10 anni prima, una valigia di narcodollari su indicazione della sua fidanzata di allora, Alex. Il contatto con la realtà penitenziaria sarà all’inizio per lei uno shock, con guardie pronte ad abusare delle detenute e le detenute stesse in preda ad appetiti sessuali verso di lei e tra loro.

La protagonista è interpretata da un’attrice semisconosciuta, Taylor Schilling (intravista in Argo) che comunque già dalle prime battute offre un’ottima prova attoriale che alterna momenti leggeri ad altri più intensi con invidiabile scioltezza.

Nonostante i vari flashback che raccontano la vita prima del carcere delle varie detenute e di Piper stessa sia ai tempi della relazione con Alex sia più recentemente, il tutto è comunque molto fluido perché viene utilizzato sapientemente un montaggio alternato su connessioni di vario genere, come ad esempio su un oggetto o una parola. Questo aspetto ci aiuta ad esplorare meglio il mondo femminile con personaggi tutti caratterizzati al meglio, con una storia da raccontare e che vale la pena ascoltare, che mettono la femminilità al centro della storia soprattutto in contrasto con i pochi personaggi maschili presenti mostrati come inetti, pervertiti o nel migliore dei casi romantici teneroni (come nel caso della guardia John Bennet, il quale ha sin da subito un debole per una detenuta). La sigla, con un’orecchiabilissima You’ve Got Time di Regina Spektor, mettendo in risalto i dettagli del volto delle varie detenute, evidenzia ancor di più questa caratteristica ponendo l’accento sulle imperfezioni naturali dei volti che però sottolineano bellezza ed unicità dei loro caratteri.

Se all’inizio ci si può aspettare un prodotto di genere con un po’ di scene saffiche per accontentare tutti, questo pregiudizio scompare già dopo la visione del primissimo episodio. Netflix quindi, dopo la mirabolante House of Cards, centra ancora il colpo e sforna un’ottima serie della quale sentiremo molto parlare negli anni a venire.

Michael Cirigliano

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