INTERSTELLAR DI CHRISTOPHER NOLAN. DUE VISIONI DIFFERENTI

INTERSTELLAR: QUANDO CERVELLOTICO È SINONIMO DI GENIALE, a cura di Michael Cirigliano

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È sempre un’impresa ardua riscrivere le sorti del genere fantascienza quando la storia ci ha consegnato, ormai da decenni, capolavori come BladeRunner di Ridley Scott e l’impareggiabile 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick.

Ma il nuovissimo Interstellar di Christopher Nolan (già regista degli ammirevoli The Prestige e Inception oltre che dell’ultima, originalissima, trilogia di Batman) ha cercato di dire la sua in questo senso, non incentrandosi più sulle varie meraviglie della tecnologia futura, aspetto tanto strabiliante nei capolavori sopracitati quanto quasi rivoltante negli ultimi anni con pellicole che scadevano spesso nel versante apocalittico e catastrofico.

Interstellar ha però la fortuna di essere diretto non da un artista qualsiasi ma da Nolan, che non opta per il solito pacchetto di eventi catastrofici triti e ritriti ma tratta il tema da un’angolazione completamente diversa, per la quale la fine del mondo, in cui l’umanità ha sempre vissuto, può essere concepita come la tappa di un viaggio che punta a nuovi mondi, a nuove dimensioni dove gli umani sono destinati a trasferirsi in cerca di una nuova luce. Ed è proprio il lato umano il tema pregnante del film sin dalla prima ora di visione, dove la crisi irreversibile delle coltivazioni funge da sfondo al rapporto tra Cooper (il premio Oscar Matthew McConaughey), un padre agricoltore, in realtà ex ingegnere, e i due figli, in particolare Murphy (interpretata da bambina dalla prodigiosa Mackhenzie Fonzie). L’amore è e rimarrà il tema centrale del film, accompagnato da un’altra tematica altrettanto importante, il tempo. Quest’ultimo era già stato accarezzato da Nolan in Inception, dove lo scorrere del tempo si dilatava vertiginosamente nel passare da un livello di sogno ad un altro; in Interstellar diventa la forza che muove e spiega ogni cosa. Il tempo cambia le persone, i luoghi, attenua i ricordi ma non distrugge l’amore, quello rimane. Il lato sentimentale (quell’amore tra padre e figli già apprezzato in Inception), travolge ogni cosa e alla fine permette che tutto possa volgere per il meglio. E un finale del genere è ipotizzabile anche perché il tempo non è una dimensione assoluta, anzi la sua relatività dà un senso al viaggio e al rapporto stesso tra padre e figlia. La teoria della relatività non è però l’unico spunto scientifico, altri esempi sono la singolarità dei buchi neri e soprattutto le teorie del fisico Kip Thorne (che figura tra i produttori esecutivi del film e ha collaborato al soggetto). Le teorie di quest’ultimo sui viaggi nel tempo tramite varchi nello spazio-tempo rappresentano la base su cui poggia l’impalcatura scientifica del film. Del resto una spiegazione scientifica si cerca di darla per ogni evento e per ogni fenomeno e anche i dialoghi stessi sono densi di scientificità, a volte al limite dell’incomprensibile. Però in tutta questa disperata tensione verso la scientificità, Nolan, probabilmente autolimitandosi e adeguandosi alle esigenze della distribuzione, alla fine molla la presa e proprio il finale dell’opera è qualcosa che la fisica non può spiegare. Sembra quasi che il regista abbia forzato la mano finendo per creare un universo più grande di sé, al quale è difficile dare credibilità fino alla fine. La conclusione finisce infatti per essere poco lucida e credibile dal punto di vista scientifico. È credibilissima invece dal punto di vista sentimentale. E qui sta il grande lavoro del regista: anche quando pensi che Nolan abbia dato vita ad una creatura talmente complicata da essere difficilmente manovrabile, interviene quella forza in più, l’amore, che tiene in piedi tutta la costruzione. Che dire poi di Matthew McConaughey, convincente ed appassionante come sempre, il che non è così scontato per i film di Nolan dove spesso ad idee geniali si legavano prestazioni interpretative nella media (DiCaprio in Inception ne è un esempio). Niente da dire anche su Michael Caine e John Lithgow, ormai intoccabili e impeccabili. Matt Damon fa il suo solito compitino nella parte dell’antagonista e nemmeno la prova di Anne Hathaway presenta sbavature. La vera perla però è la straordinaria Jessica Chestain, la cui interpretazione è tanto toccante da far passare, in alcuni frangenti, il viaggio intergalattico in secondo piano. L’Oscar da migliore attrice non protagonista,  con ogni probabilità, sarà nelle sue mani. L’ultima battuta la merita ancora una volta il regista. “Visionario“è un termine che nel mondo del cinema si usa spesse volte a sproposito, ma cosa significa veramente? Visionario è chi ha le idee chiare sull’avvenire, chi è dotato della capacità di creare situazioni, chi è in grado di inventare il futuro. Ebbene, Nolan visionario lo è veramente.

INTERSTELLAR E LA CONFUSIONE SUL TERMINE CAPOLAVORO, a cura di Matteo Chessa

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Tra modelli dichiarati come Uomini veri di Philip Kaufman (flop sugli esperimenti NASA di quasi tre ore), altri citati nella pellicola come 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, omaggiato più volte con i silenzi dello spazio profondo, le danze della navicella, i robot della stessa forma del monolite nero e la celeberrima porta delle stelle kubrickiana riprodotta qui con il viaggio all’interno del warmhole, è forse il sovietico Solaris di Andrej Tarkovskij il paragone scomodo più giusto per Interstellar, ultimo fatica cinematografica dell’inglese Christopher Nolan. Come nell’indiscusso capolavoro russo infatti è forte il tentativo di trattare la tematica della profonda solitudine dell’uomo nello spazio e la visione di questo come luogo di estinzione di debiti morali (il rapporto figlio- padre con Tarkovskij, padre- figlia con Nolan); ad avvalorare questa intertestualità ci pensano gli effetti speciali, con le visioni del buco nero Gargantua (chiamato così da Nolan non per le sue dimensioni ma perché il gigante di Rebelais vedeva i libri come maestri di vita; non a caso all’interno del warmhole sarà tramite i libri che comunicheranno padre e figlia) similari a quelle del pianeta Solaris, arancioni, fluide, in continuo movimento ondoso. Tutto ciò non basta per poter affermare che Interstellar sia un film riuscito, anzi.

La trama: America, in un futuro distopico. Cooper (Mattew McConaughey), agricoltore, ex ingegnere  aerospaziale della NASA, vedovo con due figli e un suocero, vive in una Terra (pianeta) dilaniata da una strana Piaga (mostrata come enorme polverone ottura polmoni, raccontata dal professor Brand/ Michael Caine come definitiva causa della morte del pianeta per la sua capacità di cibarsi di Azoto e consumare ossigeno) che distrugge le piantagioni e riduce al minimo le condizioni vitali dell’uomo. Scoperte casualmente, grazie a una anomalia gravitazionale nella cameretta della figlia Murphy (Mackenzie Foy), le coordinate della NASA, intanto smantellata dal governo, accetta la missione di partire per lo spazio per cercare un nuovo pianeta dove trasferire la razza umana, seguendo i segnali e i dati di altri astronauti partiti anni prima che hanno ristretto il campo a tre possibilità.

Se il film viene scambiato per quello che non è, un capolavoro, lo si deve soprattutto all’abilità di Nolan di creare mondi e riportarli sullo schermo con sequenze spettacolari, rivelandone la sorprendente abilità di “autore” di blockbuster. Tolto ciò, non regge minimamente il confronto con le trame filosofico- poetiche di Kubrick e Tarkovskij, ma si limita ad essere un mero spettacolo fantascientifico alla stregua dei lavori spielberghiani (Incontri ravvicinati del terzo tipo, Et) in cui la manifestazione viene prima del significato. Il film segue pari passo l’andamento di Inception, con una prima parte ordinaria e problematica (l’impossibilità di entrare negli USA e vedere i figli lì, la Piaga qui), una seconda straordinaria costruita su più livelli spazio- temporali e una terza ordinaria risolta. Come il film precedente, anche Interstellar si fa guardare piacevolmente, è godibile, ma imperfetto. A livello di sceneggiatura (non di credibilità fisica, con la collaborazione di Kep Thorne) si tende troppo ad accompagnare lo spettatore: tutto viene spiegato, anche in momenti in cui si dovrebbe tacere (il dialogo sull’amore nel buco nero, lo svelamento dell’identità degli “esseri”, che uno spettatore attento potrebbe capire da sé ma che Nolan sente di dover per forza rivelare apertamente); a livello di andamento della storia la parte centrale, dalla comparsa di Matt Damon, ha l’effetto della sveglia del mattino che ti strappa dal sogno e riporta violentemente alla realtà. Le musiche, bellissime, di Zimmer spesso sono ridondanti. In più le prove attoriali, salvo quella convincente di McConaughey e quelle amabilmente sotto le righe dell’onnipresente Caine e del depalmiano John Lithgow, irritano, in particolare gli sguardi persi, le lacrime finte e la sbalorditiva onicofagia di Jessica Chastain. Manca la scena capolavoro, il salto di qualità; per intenderci meglio il film non ha una danza senza gravità sulle note di Bach, non ha un ominide che lancia l’osso al cielo, non ha neanche Truffaut che dice “Io vi invidio…”. Tutto naviga sui livelli dell’accettabile, che spesso in questi tempi di siccità creativa viene confuso con l’esaltante; salvo poi farsi passare sotto gli occhi i veri capolavori, che non vengono riconosciuti e che finiranno, loro si, per estinguersi.

SANDMAN – AFFRESCO DEL SOGNO

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Il sole inizia ad irradiare l’intero paesaggio con la sua calda luce. Desideroso, di risvegliare il mondo per un’ennesima ed eterna volta. Geloso, dell’enorme privilegio concesso alla notte, la possibilità di creare interi mondi…

Neil Gaiman è una leggenda, lo sappiamo bene, e “The Sandman” è per questo autore ciò che fu la volta della cappella sistina per Michelangelo. Un enorme affresco su un mondo inesplorato fino ad allora. Una serie dell’etichetta Vertigo (Dc) in cui ogni numero è un quadro dalla rara bellezza e dalle oniriche passioni. “The Sandman” ha come protagonista Sogno degli Eterni. (Ma potete chiamarlo anche Orfeo, Oneiros, Il plasmatore e Principe di tutte le storie, non si dovrebbe offendere.) Si tende a pensare molto ottusamente che Sogno sia “il re dei sogni”, sbagliato, dato che egli è la personificazione stessa dei sogni. Per Gaiman è l’adorazione che porta la divinità a crearsi, un concetto che può portare a risvolti molto interessanti; Un giorno tutti i greci smisero di adorare Bacco, il povero Dio perse la sua potenza è invece di scomparire del tutto intraprese un’attività che gli permettesse di guadagnare qualcosa nel mondo degli umani, l’Enologo. Capite?

L’epopea millenaria di Morfeo ha un inizio e una fine, verrà coinvolto in vicende di umana natura, facendogli riconsiderare l’idea che aveva della nostra razza. Si, perché nelle storie quelle ambientate nel passato sopratutto, il nostro protagonista si comporta in maniera tutt’altro che apprensiva nei nostri confronti, altezzoso e distaccato all’inizio finirà con l’affezionarsi sempre di più a noi umani, tanto da voler addirittura redimersi dai peccati commessi. Ma ci saranno anche personaggi Vertigo e Dc che faranno alcuni camei durante la serie.

Morfeo non è mai solo quindi, ma più importanti degli esseri umani sono gli “Eterni”. La famiglia di Morfeo in cui troviamo:

  • Morte: (La mia preferita tra tutti, dimenticate la falce e tutto il resto ha l’aspetto di una giovane ragazza, e anche quella più attaccata agli esseri umani.) Quando il primo essere vivente nacque Morte era lì, e quando l’ultimo essere vivente morirà lei :”Metterà le sedie sui tavoli, spegnerà le luci e uscirà dalla porta come se nulla fosse stato.”. Incazzata perché nessuno mette le sedie al loro posto. In molti hanno paura di lei perfino alcuni Eterni stessi perché un giorno :“Li porterà via tutti.”. Il suo sigillo è l’Ankh.
  • Destino In pratica ha un libro in cui c’è tutto! Ma nemmeno li c’è la spiegazione di cosa pensano le donne. E’ anche cieco, quindi che cazzo legge a fare? Il suo sigillo è il Libro.
  • Desiderio: quello/a che fa girare il culo a tutti gli Eterni (Tranne a Disperazione) . Questo/a Eterno/a non si sa nemmeno di che sesso sia. Sogno lo/a odia per alcune scaramucce tra lui e una tipa, starà sul cazzo pure a voi. Il suo sigillo è un Cuore.
  • Disperazione: sorella gemella, si fa per dire, di Desiderio. Passa il suo tempo a vedere quanto siamo pezzenti noi umani. Il suo sigillo è un Anello uncinato.
  • Delirio: precedentemente nota come Delizia è la più giovane degli Eterni, grazie a lei la serie assume toni più leggeri, la suo ambra non riflette mai le forme esatte, il suo regno è un turbinio incostante e psichedelico di realtà sfasciate con frappe cosmico di Lsd al cacao su un treno dell’eterno stupore diretto a bacuccolandia… Spero di aver reso l’idea. La sua esistenza non-fisica però precede quella di Morte. Il suo sigillo è un Disegno irrazionale.
  • Distruzione: l’unico degli Eterni che un giorno: ha preso, zaino in spalla, ed è partito. Grazie a Delirio, Sogno si convince nel partire alla sua ricerca. Il più alla mano degli eterni. Il suo sigillo è la Spada.

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Altri comprimari del mondo del Sogno sono: il corvo Matthew, Lucien il bibliotecario che detiene la biblioteca del sogno, Caino e Abele, Marvin testa di zucca e altri…

La storia è qualcosa di irripetibile.

Sempre a parer mio i punti più alti vengono toccati con la famosa sfida dell’immaginario nei primi numeri della serie. In pratica Sogno è alla ricerca del suo sigillo (Un elmo Alieno) e giunto all’inferno un demone decide di sfidarlo per il possesso di quest’ultimo.

La sfida si conclude così…

-Sono la non-vita. La bestia del giudizio eterno. Il buio alla fine di ogni cosa. La morte degli universi, degli dei e dei mondi…di tutto. Sss. E tu cosa sei, ora, signore dei Sogni?

-La Speranza.

Credo che questa parte valga anni e anni di fumetto, poesia, filosofia,psicologia, antropologia e tanta altra roba….

A conti fatti da avere assolutamente. Proprio ora l’RW la sta ristampando in volumoni, un’ottima occasione da prendere al volo se possibile, altrimenti spulciare un po per internet un po per fiere dato che sono ancora reperibili i volumetti della Magic press, i migliori e i più economici in rapporto pagine-prezzo. Un accenno è dovuto anche alla splendida Sandman: Overture, in uscita proprio in questi giorni scritta da Gaiman e disegnata da J.H. Williams III.

Questa che ho scritto è una piccolezza in confronto alla sommità strafiga della serie, ma spero vi abbia aiutato almeno un po a farvi un’idea su chi sia ‘sto “Sandman”… (Dato che c’è gente che lo confonde con nemico pezzente dell’Uomo Ragno)

Karim Allam

FILM IN SALA – BOYHOOD

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Metacritic è un sito web statunitense che si occupa di aggregare recensioni dedicate ad album musicali, film, prodotti televisivi e videogiochi.Per ogni prodotto Metacritic fornisce una valutazione in centesimi, ottenuta trasformando ogni recensione in un punteggio numerico, e calcolandone quindi la media. Sono davvero poche le pellicole che hanno 100/100 come metascore e tra queste vi sono capolavori assoluti della storia del cinema di ogni tempo come Il Padrino di Francis Ford Coppola o Il Gattopardo del nostro Luchino Visconti. A questi pochi esempi si è aggiunta l’ultima fatica di Richard Linklater (già regista di Before Sunrise, Before Sunset e Before Midnight): Boyhood.

La pellicola racconta la vita di un ragazzo, Mason (il giovanissimo Ellar Coltrane) dai 5 ai 18 anni partendo dall’infanzia difficile segnata dal divorzio dei genitori giungendo sino al trasferimento al college. E la parola “vita” non è affatto casuale, questo film racconta la vita, che nella pellicola non viene affatto romanzata, non vi sono i classici colpi di scena per catturare lo spettatore ma Linklater, con questa impresa titanica (il cast si è incontrato ogni anno, per dodici anni, per poche settimane all’anno, si tratta infatti di un progetto che risale al lontano 2002) ha voluto centrare un obiettivo non comune: emozionare senza svolte create ad arte, senza drammi particolari ma solo sbattendoci davanti agli occhi ciò che viviamo ogni giorno, la vita.

È un film per il quale non siamo preparati e per questo ne intraprendiamo la visione con le aspettative che ci accompagnano prima di ogni pellicola. Ma questa volta non è così, questo non è un film come tutti gli altri e per questo ci deluderà perché saremo sempre lì, dinnanzi allo schermo, ad aspettare qualcosa che invece non avverrà mai.

Linklater è un maestro nel giocare con lo scorrere del tempo e l’aveva già mostrato nella Before Trilogy dove il tempo della vita si interrompeva a causa dei tempi di pubblicazione tra una pellicola e l’altra (un film ogni nove anni, dal 1995 al 2013). Qui invece in poco meno di tre ore abbiamo 12 anni di vita, 12 anni reali perché gli attori invecchiano con il tempo (vediamo la trasformazione di Mason, di sua sorella Samantha e dei suoi genitori) e durante questi anni avvengono le vicende principali che segnano l’evoluzione e la crescita dei personaggi (educazione sessuale, bullismo, amore, ecc), senza mai dimenticare il rapporto con la Storia (vedi il confronto tra padre e figli riguardo alla Guerra in Iraq). Tra le prestazioni attoriali degna di nota vi è senza dubbio quella di Ethan Hawke (attore feticcio di Linklater, protagonista della BeforeTrilogy), che interpreta il padre dei ragazzi, un padre scherzoso e giocherellone ma anche in grado di dare ai figli indispensabili insegnamenti e preziosi consigli, e che presumibilmente avrà da dire la sua anche agli Oscar come migliore attore non protagonista. Non demerita nemmeno Patricia Arquette nel ruolo della madre, seppure anonima in alcuni frangenti dell’opera.

Difficile dare un vero giudizio ad una pellicola del genere, il suo successo ai prossimi Oscar non è così scontato, nonostante gli aggettivi “epic” e “legendary” riempiano la bocca di molti critici cinematografici, dato l’amaro in bocca che lascia a fine visione (giustificato da quanto detto sopra), tanto che la prima frase che ho detto (e che, ne sono sicuro, molti profani come me hanno detto) è stata : “Sì, bello ma non indimenticabile”.

Michael Cirigliano

AMAZING SPIDER-MAN: AFFARI DI FAMIGLIA

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Questo è il secondo libro della collana Marvel Original Graphic Novels, una linea in cui ci viene presentata una storia auto-conclusiva per ogni volume. Questo fa si che le vicende del ragnetto risultino slegate dalla continuity ufficiale.

Mentre in America dilaga il fenomeno della maxi-saga scritta da Dan Slott “Spider-verse”, in Italia è già da qualche mese disponibile “Affari di Famiglia”.

Scritta a quattro mani da Waid & Robinson, e disegnata da altrettante mani quali quelle di Dell’Otto e Dell’Edera, “Affari di Famiglia” mette Peter Parker in situazioni alla James Bond o, come lui stesso commenta nel corso dell’avventura, alla Jason Bourne con: misteri misteriosi, location esotiche, casinò e jet privati… Ogni pagina è uno spettacolo per gli occhi, anche se troverete un Dell’Otto più ehm “luminoso” del solito. La storia diverte ma una volta arrivata a termine vi lascerà un po’ di amaro in bocca poiché il concept iniziale è ottimo, ma solo nel caso questo fosse allacciato a tutto l’intero mondo di Spider-man. In pratica adesso è più che altro una storiella che sentiamo al Bar, che non resiste al dopo-sbornia… Il suo voler essere una goccia nel mare non la rende memorabile quanto dovrebbe. Kingpin, il suo piano, un dormiente, e perfino il cazzutissimo costume nero saranno parti per una storia del tutto action in cui le situazioni e sopratutto gli ambienti classici di Spider-Man verranno messi da parte.

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Credo che solo i fan di vecchia data* si accorgeranno che presenta molte similitudini con Amazing Spider-Man Annual #5, dove Peter gira mezzo mondo per scoprire la verità sui suoi genitori: Richard e Mary Parker. In pratica è una sorta di sequel “spirituale” A conti fatti la trama regge, però le 112 pagine scorrono troppo in fretta. Avrei preferito qualcosa di più profondo ma poi sarebbe sicuramente finita peggio. Unico vero elemento negativo è il fatto di rifilarla a 16€ col volume cartonato perché fa figo, una mossa un po’ da pezzenti a dirla tutta.

*Fan di vecchia data: quelli che nel ’60 invece di rimorchiare qualche bella hippy che la dava via come fosse ossigeno leggevano sta roba, è inutile che ridi vale anche per te…

Karim Allam

DJANGO UNCHAINED – TRATTO DALLA SCENEGGIATURA DA OSCAR DI QUENTIN TARANTINO

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Sono tanti i fumetti, o meglio le Graphic Novel, che nascono dopo l’uscita di un film per cavalcarne l’onda. Spesso sono prodotti scadenti che si soffermano solo sulla trama, tralasciando elementi fondamentali come personaggi o scaricando il succo della storia come bagaglio non indispensabile per il lettore, tanto c’è il film. Il prodotto di cui vi parlo oggi appartiene alla stessa famiglia ma,vuoi per i nomi interessati o per i contenuti, il risultato è l’opposto di quanto raccontato poc’anzi. Il fumetto su Django esce in concomitanza col film, complice l’amore di Tarantino per i comic book, e arricchisce la storia di Freeman con nuovi particolari che non sono stati inseriti nel film per motivi di durata! Lo stesso regista lo racconta nella prefazione del primo numero, dove scopriamo che sia Django Unchained che il precedente Kill Bill sarebbero dovuti durare più di quattro ore se Tarantino avesse inserito tutte le sue idee nella pellicola finita. Peccato che i girati “nascosti” di Kill Bill siano tuttora inediti, ma per Django ringraziamo questa iniziativa. Così leggiamo e scopriamo dell’avventura parallela di Brunhilde, sono trasformate in immagini sulla roccia le fatiche di Sigfrido raccontate da Schultz e si perfeziona di nuovi dettagli la vendetta di Django su Candyland. Dal 2012 sono usciti in maniera un po’ aperiodica (per sfortuna dei fans invece puntuali) otto albi, ognuno dei quali disegnato da un artista diverso, ma tutti con la linea guida degli scritti di Tarantino. Una lettura consigliatissima per gli amanti del regista ma anche per tutti qui fumettari come me sempre alla ricerca di prodotti strani e introvabili (uscito anche in italia, il volume è stato pubblicizzato pochissimo). Chiudo segnalando che il buon Django tornerà nel mondo dei fumetti sempre grazie a Tarantino, per un improbabile crossover con Zorro… prometto ai lettori del blog che appena lo troverò ne parlerò subito!

Pietro Micheli

I 5 TITOLI CINEMATOGRAFICI DILANIATI DALLA TRADUZIONE ITALIANA

Tutti, cinefili e non, citano sempre Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry quando si parla di traduzioni orripilanti dei titoli originali di una pellicola. L’italianizzazione non rende minimamente giustizia alla citazione della poesia “Eloisa to Ableard”(1717) del poeta inglese Alexandre Pope, quell’Eternal Sunshine of the Spotless Mind che poco avrebbe attirato il pubblico giovane italiano morbosamente legato ad Ace Ventura e The Mask. Ma oltre questo, celeberrimo, sono tanti i casi su cui ci sarebbe da discutere, da film leggeri come Horrible Bosses (Come ammazzare il capo e vivere felici) a opere indiscusse come The shop around the corner (il bellissimo Scrivimi fermo posta di Lubitsch) fino al recente Broken Circle Breakdown ( Alabama Monroe- Una storia d’amore). Ecco qui le cinque peggiori traduzioni di titoli cinematografici.

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THE TEXAS CHAINSAW MASSACRE

Ok, Non aprite quella porta non è un titolo così pessimo, ma perde malamente il confronto con lo stupendo originale, spaventoso per forza e impatto emotivo. Inutile poi sottolineare come il titolo americano sia più attinente con la storia rispetto al nostrano, meno macabro ma più stupido.

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LOVE IN THE AFTERNOON

Titolare Arianna il film di Billy Wilder in cui la protagonista, appunto Arianna (Audrey Hepburn), si innamora follemente del dongiovanni Mr Flannagan (Gary Cooper) è un erroraccio imperdonabile. Love in the Afternoon infatti si riferisce al lasso di tempo in cui si consumano gli incontri amorosi dei due protagonisti al Ritz di Parigi, tra zigani e valige da chiudere, e sottolinea sia la differenza d’età tra i due amanti che la purezza dell’amore di Arianna, decisa a differenziarsi dai tanti altri incontri notturni di Mr Flannagan. Già dal titolo originale inoltre si respira aria parigina, in cui ci si ama a ogni ora e in ogni età.

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DIRTY HARRY

Ispettore Callaghan il caso Scorpio è tuo. Perché? Perché innanzitutto cambiare il cognome dell’ispettore (Callahan originariamente)? E perché titolare in maniera così ridicola il primo capitolo di questa splendida saga? Imperdonabile quasi come Dr No della saga 007 intitolato a sfregio Licenza di Uccidere (quando poi in Inghilterra fecero Licence to kill qui dovettero inventarsi Vendetta Privata, contro chi è un mistero).

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TO BE OR NOT TO BE

Lubitsch avrebbe molto da protestare, essendo uno dei registi più dilaniati dalle traduzioni grossolane degli italiani. Prendo in esempio Vogliamo vivere!, uno dei suoi capolavori il cui titolo originale fa riferimento all’amletica citazione shakespeariana, ma altri titoli dovrebbero far parte di questa triste classifica, dal bellissimo Cluny Brown riportato affrettatamente come Fra le tue braccia (si perdono così gran parte delle tematiche affrontate nella pellicola per concentrarsi sulla nemmeno poi così fondamentale storia d’amore) al già citato Scrivimi fermo posta o Partita a quattro (orribile, meglio il doppio senso dell’originale Design for Living). Ovviamente recuperate tutti questi titoli,sono bellissimi.

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DOMICILE CONJUGAL

Anche Truffaut non stava tanto simpatico ai traduttori italiani. La traduzione del quarto capitolo della saga su Antoine Doinel, Non drammatizziamo… è solo questione di corna, fa pensare a una scarsa commedia sexy all’italiana (di quelle che si producevano al tempo mentre Truffaut sfornava capolavori) e dimentica la crisi coniugale, vero oggetto del film. Ma non è il solo titolo del regista francese che delude, penso infatti a La mia droga si chiama Julie (originale La sirène du Mississippi). Povero Francois.

Matteo Chessa

VITTIMA DEGLI EVENTI: QUANDO IL CROWDFUNDING ESALTA IL TALENTO

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Bisogna ammetterlo: hanno avuto un discreto coraggio. Trasferire Dylan Dog a Roma è un po’ come fare una serie su Gotham senza Batman: fortunatamente i risultati sembrano decisamente migliori. A Claudio Di Biagio e Luca Vecchi va dato sicuramente il merito di aver ricreato un discreto hype attorno alla figura audiovisiva dell’Indagatore dell’Incubo e in particolar modo di non averlo disatteso. L’idea, se il progetto dovesse funzionare, è di rendere Vittima degli eventi un pilot di un’ipotetica serie che, se ben strutturata, potrebbe far dimenticare ai fan l’orribile lungometraggio americano. I punti forti? La scenografia e la fotografia. La prima curata da Michele Modafferi ricrea alla perfezione il mood del fumetto e si esalta nella cura del dettaglio e nella ricerca del particolare (perfetta la casa di Dylan), la seconda sporca, fredda, regina di ombre e dubbi è splendidamente realizzata da Matteo Bruno. Ovviamente Vittima degli eventi non è un prodotto perfetto: ha sicuramente una serie di difetti e ingenuità giustificate dalla tenera età degli artisti che si sono messi in gioco e soprattutto dalla natura del loro lavoro (ricordo che siamo di fronte a un’opera di fan fiction se per caso non fosse chiaro!). Se Vecchi è a suo agio nel ruolo di Groucho, Di Benedetto soffre forse un po’ troppo della sua eccessiva “romanità” e dello sguardo da bello e dannato alla Scamarcio (la serialità in questo caso potrebbe aiutarlo a migliorare la sua interpretazione). In ogni caso le perplessità lasciano spazio a un bel sorriso quando ci si trova di fronte alla scena finale che gli appassionati apprezzeranno e non poco. Dopo la visione però, una riflessione è d’obbligo: è mai possibile che artisti giovani e di talento debbano ricorrere al crowdfunding per poter dimostrare il loro valore quando in Italia insistiamo più per inerzia che per volontà con il produrre continuamente film nati vecchi e banali fino al midollo? Di Biagio, Vecchi e tutto il cast hanno già vinto!

Francesco Pierucci