INTERSTELLAR DI CHRISTOPHER NOLAN. DUE VISIONI DIFFERENTI

INTERSTELLAR: QUANDO CERVELLOTICO È SINONIMO DI GENIALE, a cura di Michael Cirigliano

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È sempre un’impresa ardua riscrivere le sorti del genere fantascienza quando la storia ci ha consegnato, ormai da decenni, capolavori come BladeRunner di Ridley Scott e l’impareggiabile 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick.

Ma il nuovissimo Interstellar di Christopher Nolan (già regista degli ammirevoli The Prestige e Inception oltre che dell’ultima, originalissima, trilogia di Batman) ha cercato di dire la sua in questo senso, non incentrandosi più sulle varie meraviglie della tecnologia futura, aspetto tanto strabiliante nei capolavori sopracitati quanto quasi rivoltante negli ultimi anni con pellicole che scadevano spesso nel versante apocalittico e catastrofico.

Interstellar ha però la fortuna di essere diretto non da un artista qualsiasi ma da Nolan, che non opta per il solito pacchetto di eventi catastrofici triti e ritriti ma tratta il tema da un’angolazione completamente diversa, per la quale la fine del mondo, in cui l’umanità ha sempre vissuto, può essere concepita come la tappa di un viaggio che punta a nuovi mondi, a nuove dimensioni dove gli umani sono destinati a trasferirsi in cerca di una nuova luce. Ed è proprio il lato umano il tema pregnante del film sin dalla prima ora di visione, dove la crisi irreversibile delle coltivazioni funge da sfondo al rapporto tra Cooper (il premio Oscar Matthew McConaughey), un padre agricoltore, in realtà ex ingegnere, e i due figli, in particolare Murphy (interpretata da bambina dalla prodigiosa Mackhenzie Fonzie). L’amore è e rimarrà il tema centrale del film, accompagnato da un’altra tematica altrettanto importante, il tempo. Quest’ultimo era già stato accarezzato da Nolan in Inception, dove lo scorrere del tempo si dilatava vertiginosamente nel passare da un livello di sogno ad un altro; in Interstellar diventa la forza che muove e spiega ogni cosa. Il tempo cambia le persone, i luoghi, attenua i ricordi ma non distrugge l’amore, quello rimane. Il lato sentimentale (quell’amore tra padre e figli già apprezzato in Inception), travolge ogni cosa e alla fine permette che tutto possa volgere per il meglio. E un finale del genere è ipotizzabile anche perché il tempo non è una dimensione assoluta, anzi la sua relatività dà un senso al viaggio e al rapporto stesso tra padre e figlia. La teoria della relatività non è però l’unico spunto scientifico, altri esempi sono la singolarità dei buchi neri e soprattutto le teorie del fisico Kip Thorne (che figura tra i produttori esecutivi del film e ha collaborato al soggetto). Le teorie di quest’ultimo sui viaggi nel tempo tramite varchi nello spazio-tempo rappresentano la base su cui poggia l’impalcatura scientifica del film. Del resto una spiegazione scientifica si cerca di darla per ogni evento e per ogni fenomeno e anche i dialoghi stessi sono densi di scientificità, a volte al limite dell’incomprensibile. Però in tutta questa disperata tensione verso la scientificità, Nolan, probabilmente autolimitandosi e adeguandosi alle esigenze della distribuzione, alla fine molla la presa e proprio il finale dell’opera è qualcosa che la fisica non può spiegare. Sembra quasi che il regista abbia forzato la mano finendo per creare un universo più grande di sé, al quale è difficile dare credibilità fino alla fine. La conclusione finisce infatti per essere poco lucida e credibile dal punto di vista scientifico. È credibilissima invece dal punto di vista sentimentale. E qui sta il grande lavoro del regista: anche quando pensi che Nolan abbia dato vita ad una creatura talmente complicata da essere difficilmente manovrabile, interviene quella forza in più, l’amore, che tiene in piedi tutta la costruzione. Che dire poi di Matthew McConaughey, convincente ed appassionante come sempre, il che non è così scontato per i film di Nolan dove spesso ad idee geniali si legavano prestazioni interpretative nella media (DiCaprio in Inception ne è un esempio). Niente da dire anche su Michael Caine e John Lithgow, ormai intoccabili e impeccabili. Matt Damon fa il suo solito compitino nella parte dell’antagonista e nemmeno la prova di Anne Hathaway presenta sbavature. La vera perla però è la straordinaria Jessica Chestain, la cui interpretazione è tanto toccante da far passare, in alcuni frangenti, il viaggio intergalattico in secondo piano. L’Oscar da migliore attrice non protagonista,  con ogni probabilità, sarà nelle sue mani. L’ultima battuta la merita ancora una volta il regista. “Visionario“è un termine che nel mondo del cinema si usa spesse volte a sproposito, ma cosa significa veramente? Visionario è chi ha le idee chiare sull’avvenire, chi è dotato della capacità di creare situazioni, chi è in grado di inventare il futuro. Ebbene, Nolan visionario lo è veramente.

INTERSTELLAR E LA CONFUSIONE SUL TERMINE CAPOLAVORO, a cura di Matteo Chessa

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Tra modelli dichiarati come Uomini veri di Philip Kaufman (flop sugli esperimenti NASA di quasi tre ore), altri citati nella pellicola come 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, omaggiato più volte con i silenzi dello spazio profondo, le danze della navicella, i robot della stessa forma del monolite nero e la celeberrima porta delle stelle kubrickiana riprodotta qui con il viaggio all’interno del warmhole, è forse il sovietico Solaris di Andrej Tarkovskij il paragone scomodo più giusto per Interstellar, ultimo fatica cinematografica dell’inglese Christopher Nolan. Come nell’indiscusso capolavoro russo infatti è forte il tentativo di trattare la tematica della profonda solitudine dell’uomo nello spazio e la visione di questo come luogo di estinzione di debiti morali (il rapporto figlio- padre con Tarkovskij, padre- figlia con Nolan); ad avvalorare questa intertestualità ci pensano gli effetti speciali, con le visioni del buco nero Gargantua (chiamato così da Nolan non per le sue dimensioni ma perché il gigante di Rebelais vedeva i libri come maestri di vita; non a caso all’interno del warmhole sarà tramite i libri che comunicheranno padre e figlia) similari a quelle del pianeta Solaris, arancioni, fluide, in continuo movimento ondoso. Tutto ciò non basta per poter affermare che Interstellar sia un film riuscito, anzi.

La trama: America, in un futuro distopico. Cooper (Mattew McConaughey), agricoltore, ex ingegnere  aerospaziale della NASA, vedovo con due figli e un suocero, vive in una Terra (pianeta) dilaniata da una strana Piaga (mostrata come enorme polverone ottura polmoni, raccontata dal professor Brand/ Michael Caine come definitiva causa della morte del pianeta per la sua capacità di cibarsi di Azoto e consumare ossigeno) che distrugge le piantagioni e riduce al minimo le condizioni vitali dell’uomo. Scoperte casualmente, grazie a una anomalia gravitazionale nella cameretta della figlia Murphy (Mackenzie Foy), le coordinate della NASA, intanto smantellata dal governo, accetta la missione di partire per lo spazio per cercare un nuovo pianeta dove trasferire la razza umana, seguendo i segnali e i dati di altri astronauti partiti anni prima che hanno ristretto il campo a tre possibilità.

Se il film viene scambiato per quello che non è, un capolavoro, lo si deve soprattutto all’abilità di Nolan di creare mondi e riportarli sullo schermo con sequenze spettacolari, rivelandone la sorprendente abilità di “autore” di blockbuster. Tolto ciò, non regge minimamente il confronto con le trame filosofico- poetiche di Kubrick e Tarkovskij, ma si limita ad essere un mero spettacolo fantascientifico alla stregua dei lavori spielberghiani (Incontri ravvicinati del terzo tipo, Et) in cui la manifestazione viene prima del significato. Il film segue pari passo l’andamento di Inception, con una prima parte ordinaria e problematica (l’impossibilità di entrare negli USA e vedere i figli lì, la Piaga qui), una seconda straordinaria costruita su più livelli spazio- temporali e una terza ordinaria risolta. Come il film precedente, anche Interstellar si fa guardare piacevolmente, è godibile, ma imperfetto. A livello di sceneggiatura (non di credibilità fisica, con la collaborazione di Kep Thorne) si tende troppo ad accompagnare lo spettatore: tutto viene spiegato, anche in momenti in cui si dovrebbe tacere (il dialogo sull’amore nel buco nero, lo svelamento dell’identità degli “esseri”, che uno spettatore attento potrebbe capire da sé ma che Nolan sente di dover per forza rivelare apertamente); a livello di andamento della storia la parte centrale, dalla comparsa di Matt Damon, ha l’effetto della sveglia del mattino che ti strappa dal sogno e riporta violentemente alla realtà. Le musiche, bellissime, di Zimmer spesso sono ridondanti. In più le prove attoriali, salvo quella convincente di McConaughey e quelle amabilmente sotto le righe dell’onnipresente Caine e del depalmiano John Lithgow, irritano, in particolare gli sguardi persi, le lacrime finte e la sbalorditiva onicofagia di Jessica Chastain. Manca la scena capolavoro, il salto di qualità; per intenderci meglio il film non ha una danza senza gravità sulle note di Bach, non ha un ominide che lancia l’osso al cielo, non ha neanche Truffaut che dice “Io vi invidio…”. Tutto naviga sui livelli dell’accettabile, che spesso in questi tempi di siccità creativa viene confuso con l’esaltante; salvo poi farsi passare sotto gli occhi i veri capolavori, che non vengono riconosciuti e che finiranno, loro si, per estinguersi.

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