I MIGLIORI FILM DEL 2014

Ecco a voi i cinque film migliori dell’anno secondo tre D.I.

FRANCESCO 

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LOCKE

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DUE GIORNI, UNA NOTTE

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NEBRASKA

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A PROPOSITO DI DAVIS

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BOYHOOD

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THE BROKEN CIRCLE BREAKDOWN

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MOMMY

MICHAEL

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THE WOLF OF WALL STREET

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AMERICAN HUSTLE

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GONE GIRL

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DALLAS BUYERS CLUB

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THE BROKEN CIRCLE BREAKDOWN

GONE GIRL – IL RITORNO IN GRANDE STILE DI DAVID FINCHER

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Ci sono registi che, spinti dalla blasonata filmografia che si portano dietro, sono in grado di attirare grande attenzione ogni volta che è imminente l’uscita di un loro nuovo lavoro. David Fincher, senza alcun dubbio, fa parte di questo gruppo di cineasti, dati i suoi trascorsi dietro alla macchina da presa con pellicole cult quali Seven e Fight Club, considerati universalmente i suoi lavori migliori, e altri ottimi prodotti come The Game, Zodiac, Il Curioso Caso di Benjamin Button e l’ultimo The Social Network, controversa opera sulla genesi di Facebook.

Anche questa volta l’attesa era tanta; il periodo natalizio, come sempre, è denso di nuove uscite, e molte avranno da dire la loro agli Oscar. E proprio  in quella sede siamo sicuri che avrà un ruolo da protagonista anche il nuovo film del regista di Denver.

Protagonisti della pellicola sono Ben Affleck (Nick) e Rosamund Pike (Amy), che interpretano una coppia in crisi e vicina al divorzio (in contrasto con l’inizio scoppiettante della loro relazione). Una mattina tornando a casa, Nick non trova più la moglie, chiama la polizia, che, nel corso del suo giro di osservazione della casa, troverà tracce di sangue nella cucina. Da lì a poco l’uomo verrà indicato da tutti come l’assassino della consorte. Unico supporto è la gemella Margot, ben interpretata da Carrie Coon. Il rapporto tra fratello e sorella è forte, profondo, basato sulla fiducia e spesso rischia di essere travisato dalla stampa scandalistica che inizierà a parlare incessantemente della scomparsa di Amy.

Così come aveva fatto in The Social Network, Fincher torna a ragionare abilmente sui mezzi di comunicazione contemporanei e sulla loro incredibile capacità di diffondere sospetti e odio. I media possono organizzare, ribaltare, e dirigere la situazione sia per voglia di autorità, sia per simpatia verso l’uno o l’altro personaggio coinvolti nel caso in questione. Un discorso che poi si estende alla routine quotidiana della degenerata macchina mediatica: un giorno viene sbattuto il mostro presunto omicida in prima pagina, quello dopo si fa finta di nulla e lo si rende virtuoso ed eroico. E infatti, così come era accaduto nel romanzo omonimo di Gillian Flynn (che cura anche la sceneggiatura) da cui è tratto, è marcato il contrasto tra l’essere e il ruolo che si ha nel teatro della vita e spesse volte questo secondo aspetto è talmente preponderante da far dubitare dell’esistenza dell’essere, che rimane solo nell’intimo senza che abbia possibilità di uscire.

Bravo Ben Affleck che, anche se come al solito se ne accorgeranno in pochi, non demerita affatto a fianco di Rosamund Pike che comunque spicca sopra tutti, anche aiutata dalla trama incentrata su di lei che rende Amy il personaggio il più interessante. Convincente la parte di Neil Patrick Harris anche se dopo averlo ammirato in How I Met Your Mother c’era da aspettarsi qualcosa di più, ma siamo comunque di fronte ad una miniera da cui attingere in futuro.

Gone Girl è un thriller teso (ma anche la parola “thriller“è da prendere con le pinze visto che il genere è quasi inclassificabile viste le varie contaminazioni) dove la verità è un’oscillazione tra opposti, all’insegna dello strapotere del dubbio, lo stesso dubbio che il regista fa di tutto per insinuare nello spettatore. E non manca nemmeno qualche, azzeccata, sfumatura pulp, soprattutto nelle scene più crude.

Complimenti a Fincher, che non delude le attese e continua a non sbagliare un colpo.

Michael Cirigliano

LO HOBBIT – LA BATTAGLIA DELLE CINQUE ARMATE

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Aspettavo questo momento da un anno, il film che doveva risollevare quella saga buttata nel cesso dalla Warner… e le mie preghiere nessuno se le è filate!

Anche questa volta vale quanto detto per La Desolazione di Smaug: fotografia sbagliata, troppo CGI, attori inutili (Orlando e Evangeline), parti di film insensate, e la battaglia finale e spettacolare ma non salva -film.

L’ultima parte della trilogia si apre proprio da dove il precedente capitolo si era fermato: Smaug è infuriato e si appresta ad attaccare Pontelagolungo, sfogandosi sugli inermi abitanti; qui sarà però ucciso da Bard l’Arciere, finito precedentemente in prigione senza nessun motivo e basando l’accaduto su nessun libro di Tolkien, evaso apposta per  scoccare una freccia nell’unico punto debole del drago, aperto dall’ antenato del Arciere.

Divertente è lo scontro tra i protettori della Terra di Mezzo (Galadriel, Elrond, dai quelli li ) e “i Nove” che sembra il trailer di un videogioco. Un collegamento forzato alla precedente trilogia che tutto sommato smorza la noia di vedere donne vecchi e bambini scappare al drago.

Venendo alla tanto attesa battaglia ci sono un po’ di cose da dire: l’unica che forse è riuscita al regista è aver spiazzato gli spettatori catapultandoli nell’azione all’improvviso (non si capisce nulla per un bel pezzo ma poi ti trovi nel sangue nanico fino alle ginocchia e realizzi che qualcosa è successo); Gandalf poteva anche starsene a casa tanto non serve a nulla e le morti eccellenti erano chiamate manco fossimo in un film horror, del genere il primo sfigato del gruppo che viene mandato da solo a esplorare una casa infestata è roba da matti. Bravi gli Orchi che finalmente imparano un po’ di strategia militare e ti viene da tifare per loro. Un’altra cosa da notare sono i combattimenti che fanno davvero ridere e non hanno minimamente l’epicità che sperano di trasmettere risultando appunto ridicoli.

E poi ci sono gli Hobbit che ti salvano il finale, te lo salvano sempre.

Pietro Micheli

LE MIGLIORI COPERTINE DI DYLAN DOG

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Omaggio all’omonima opera di Magritte, disegnata da Claudio Villa. Dylan Dog n.41.

NECROPOLIS

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Copertina di Angelo Stano per questo albo dell’indagatore dell’incubo, numerato 212.

PARTITA CON LA MORTE

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Copertina bergmaniana realizzata da Angelo Stano per l’albo n.66 ispirato al film Il Settimo Sigillo del regista svedese.

I CONIGLI ROSA UCCIDONO

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Albo n.24, uno dei migliori. Stupenda la copertina del solito Claudio Villa.

ANANGA

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Prima parte di una storia doppia (L’urlo del giaguaro è la seconda). Copertina di Stano, albo n.133

Matteo Chessa

OGNI OFELÈ AL FA EL SO MESTÈ = A CIASCUN PASTICCIERE LA SUA SPECIALIZZAZIONE.

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La vicenda del video amatoriale che riprende il malore in diretta del cantante Mango ha fatto scalpore e indignato gruppi di lettori e di opinionisti che si sono schierati, come sempre accade, tra quello che è ritenuto il bene e quello che è ritenuto il male. Ma attenzione. Guai  a dire che il Bene corrisponda col legittimo. Il giornalista ha una deontologia. Anche un rispetto delle persone, che però non può collimare sempre con quelle che sono le finalità del mestiere, dare una notizia. Il che può sembrare orribile, e magari lo è.

Non vi sono specifiche norme deontologiche, almeno ragionando a caldo, che vietino di pubblicare questi tipi di contenuti. E seppure qualcuno dovesse riuscire a trovarle, sarebbe opportuna una più ampia documentazione che ripercorra immagini che chiunque, un po’ più anziano di noi, può ricordare. L’11 giugno 1984 Enrico Berlinguer teneva un discorso a Padova. Un comizio, per meglio dire. Sopraggiunse un malore, Berlinguer provò a continuare il suo discorso, ma non ci riuscì. Morì poco dopo in ospedale.

Ma andiamo più indietro, sperando che qualche lettore possa darne testimonianza.

Il 9 maggio del 1978 il cadavere di Aldo Moro fu ritrovato all’interno di una Renault 4. Le telecamere (non così tante come oggi…) ripresero tutto: il ritrovamento e persino la benedizione del prete.

Le immagini parleranno al posto di chi scrive.https://www.youtube.com/watch?v=TOVrxtHKnOM

Detto ciò, è inevitabile parlare di morale. Ma i giornalisti fanno cronaca, non moralismo. Né si è mai sentito parlare di un manuale della morale, che in molti dimostrano di aver studiato.

Moralismo che, però, in questa vicenda, viene sottolineato da redattori e scrittori che, quotidianamente, su riviste cosiddette “patinate” si occupano di gossip, a volte ai limite di norme deontologiche che, stavolta, è più facile trovare. Il che è legittimo e rispettabile, dato il tipo di giornalismo diffusissimo e dagli ottimi incassi. Così come va tutta la stima a questo tipo di informazione.

Meno legittimo è, però, fare della coerenza un nemico.

Billy

MOMMY: IL MIGLIOR FILM DEL 2014

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Ci tengo ad annunciarlo qui e ora: Mommy è il miglior film del 2014.

Così, con un mese d’anticipo e senza troppi fronzoli. Perché? Perché raramente un lungometraggio è riuscito a emozionarmi ininterrottamente per tutta la sua durata e a colpirmi così nel profondo da spingermi a desiderarne una seconda visione(forse l’ultimo in ordine di tempo era stato nel 2004 Million Dollar Baby).

Premiato ex aequo a Cannes con Audieu au langage di Godard, l’ultima opera di Dolan (25 anni e gia cinque film all’attivo!) ha il grande pregio di raccontare una storia archetipica (il complicato rapporto madre-figlio) in modo del tutto originale. Basti pensare semplicemente alla scelta dell’aspect ratio e alla sua declinazione nel corso della pellicola:se infatti  il formato 1:1 ribattezzato polaroid o selfie  è estremamente funzionale per accentuare il lavoro d’introspezione (sia da parte del regista che da parte del pubblico) sui protagonisti con lo stesso intento che un tempo spettava al Kammerspiel tedesco, la sua successiva mutazione è più emozionale e facilmente riconoscibile rispetto ad esempio a quella che componeva il  Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, che da buon cinefilo aveva scelto coraggiosamente di utilizzare  il passaggio dal 16:9 al 4:3 per omaggiare un certo tipo di cinema del passato (Lubitsch in primis).

Eppure, dopo la scettica visione di Tom à la ferme, mai avrei pensato di potermi innamorare dei personaggi di questo più che promettente regista canadese. E così piuttosto inaspettatamente mi sono perdutamente innamorato di Diane, una madre forte, una donna debole così come debole e contemporaneamente forte è suo figlio Steve che vorrebbe spaccare il mondo ma che invece si limita all’autodistruzione. E inevitabilmente  mi sono invaghito anche di Kyla e  della sua timidezza forzata che cela enorme sofferenza. Queste tre meravigliose anime tormentate, abbandonate a se stesse da una società che promulga leggi eticamente discutibili, finiscono con il formare una delle famiglie più affascinanti e atipiche mai viste sullo schermo. Dolan accudisce teneramente i membri di questo trio, ce li fa odiare e amare in un vorticoso parossismo sentimentale e con la sua regia ci stupisce e ci tiene in ansia per il loro futuro incerto che oramai è anche un po’ nostro. Impossibile tralasciare le interpretazioni degli attori: da una maestosa Anne Dorval (attrice feticcio del regista) al fragoroso Antoine Olivier Pilon fino ovviamente  al tocco delicato di Suzanne Clément. Ma una menzione speciale la merita senz’altro la toccante colonna sonora che spazia tranquillamente da Einaudi agli Eiffel 65 passando per Celine Dion e gli Oasis (la loro Wonderwall accompagna  quella che secondo me è la sequenza migliore del film) e che probabilmente rasenta la perfezione  delle ballate folk di Inside Llewyn Davis.
Domani tornerò a vedere Mommy.

E poi lo farò ancora una volta.E ancora.

Poi nel buio della sala  a un certo punto piangerò  e mi sentirò finalmente libero, anche solo per due ore.

Questa è per me la magia del cinema.

Francesco Pierucci

SANDMAN – IL SACCHETTO DELLE CURIOSITÀ

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  • Il Sandman di Neil Gaiman non è stato il primo a portare questo nome, ce ne sono stati in tutto ben sette. Il primo Wesley Dodds è stato uno dei membri fondatori della JSA, famoso per la sua inconfondibile maschera a gas. Wesley e Morfeo si incontreranno in una sola occasione nello speciale “Sandman Midnight Theatre”, per una sola pagina. Ma più importante di Wesley per la storia di Morfeo è stato Hector Hall, figlio di Carter Hall, l’originale Hawkman. Per motivi che non posso spoilerarvi.
  • In Inglese originale i nomi degli eterni iniziano tutti per la “D”.
  • Incontra anche il famoso drammaturgo William Shakespeare.
  • Ogni razza ha la sua diversa interpretazione di Morfeo.
  • Oltre alla serie originale ci sono, il volume “Notti Eterne”, la mini-serie “The Dream Hunters” al quale si aggiungono diverse storie di Death e molti altri personaggi.
  • Tutte le copertine sono state realizzate da Dave McKean
  • Per la creazione di Death e Delirio pare che Gaiman si sia ispirato a Tori Amos.
  • A quanto pare tanto tempo fa i gatti erano giganteschi e ci governavano, sticazzi.
  • Se qualcuno si impegna può non morire mai.
  • Ogni 100 anni Morfeo si incontra con un uomo in una locanda.

La sua figura è ispirata aì quella dell’uomo della sabbia una leggenda europea, è possibile reperare un corto in stop-motion su Youtube, The Sandman (1992). Paura paura paura!

Karim Allam