LA TEORIA DEL TUTTO: UN BIOPIC SU UNO SCIENZIATO CON L’AMORE PROTAGONISTA

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Tratto dalla biografia dell’ex moglie dello scienziato Stephen Hawking,Jane Wilde Hawking, La teoria del tutto (The Theory of Everything) è il quarto film per il cinema del regista britannico James Marsh, noto però al pubblico soprattutto per i suoi documentari Man on Wire e Project Nim (il primo vinse l’Oscar nel 2009).

Le vicende del film si concentrano sulla storia d’amore tra Stephen Hawking (Eddie Redmayne), giovane cosmologo dell’università di Cambridge, e Jane (Felicity Jones), laureata in lettere. I due si conoscono ad una festa e Stephen si innamora subito di lei venendo, inaspettatamente, ricambiato. Mentre si appresta a lavorare su una nuova teoria riguardante la nascita dell’universo gli viene diagnosticata una malattia del motoneurone (nel film non si approfondisce quale tra le varie ma Hawking stesso ha affermato di essere affetto da SLA) che colpisce i muscoli volontari e li atrofizza causandone in poco tempo la morte. Nonostante i dottori abbiano previsto che gli manchino solo due anni da vivere, Jane non lo abbandona, lo sposa, incoraggiandolo a continuare il suo lavoro e donandogli tre bambini.

Come detto, il soggetto è la biografia Verso linfinito di Jane Hawking e tale ispirazione influisce non poco sulla trama della pellicola (si ha la sensazione di vedere un film non su Stephen Hawking ma sulla sua ex moglie). A fondare questo sospetto è il fatto che non siamo davanti a un film sulla scienza ma sull’amore. I cultori della scienza ne rimarranno delusi dato che le idee di quello che è (ed è necessario ribadirlo) uno dei più influenti fisici nell’era post Einstein vengono solamente sfiorate e trattate in funzione del suo rapporto con Jane. In molte scene compare la lavagna ma con modalità non proprio azzeccate (Hawking è un fisico teorico, non sperimentale, quindi i suoi studi si basano su calcoli). Si ha così la sensazione che le poche formule comparse servano solo come riempitivo, e non trovano spazio quelle che Hawking ha creato cosi come non vengono raccontate le ore che passava a scrivere e ridimostrare alcuni teoremi degli altri fisici.

La presenza continua dell’amore è in effetti l’elemento che lega inevitabilmente La teoria del tutto a A Beautiful Mind di Ron Howard,fortunato biopic sulla vita del matematico John Nash, premiato con l’Oscar al Miglior Film nel 2001. Anche in quel caso l’amore era l’assoluto protagonista, anche se, oltre a ciò, la schizofrenia di Nash creava impressionati incroci tra illusione e realtà. Il paragone tra le due pellicole diventa inevitabile vista la somiglianza tra alcune scene (famosa è quella della visione delle stelle) e la quasi completa coincidenza nell’andamento dell’intreccio narrativo con un inizio all’insegna del genio dello scienziato protagonista, poi un trionfo dell’amore, i vari problemi e la (parziale) risoluzione degli stessi fino al finale.

Proprio come nel capolavoro di Howard, strepitose sono le prove degli attori principali: Eddie Redmayne sforna una prova memorabile che gli è già valsa il Golden Globe e che molto probabilmente gli varrà l’Oscar (Keaton permettendo). L’attore, che fino a questo film era stato impegnato in parti secondarie e che già dopo questo film si è pericolosamente rigettato nei blockbuster (Jupiter dei fratelli Wachowski, in uscita a breve nelle sale), interpreta uno Stephen Hawking estremamente realistico muovendosi, soffrendo e sorridendo come l’originale. Affascina la sua visione della vita: Stephen, nonostante il suo genio e la sua malattia, è un uomo come noi e vicino a noi.

Ottima prova anche per Felicity Jones che è brava nel lasciarci il dubbio se la sua Jane abbia sposato Stephen Hawking nonostante tutto o se l’abbia sposato proprio perché era certa che gli mancasse poco da vivere. Per lei l’Oscar sarà una meta più difficile da raggiungere vista l’agguerrita concorrenza.

Forse la vita di Hawking poteva offrire qualcosa di più di un film sentimentale, come testimoniano le concezioni religiose dello scienziato (non crede nell’esistenza di Dio) o la sua convinta ostilità nei confronti della guerra. Nonostante ciò, la pellicola risulta comunque un lavoro più che riuscito soprattutto grazie alla straordinaria prova di Redmayne, che vale da sola il prezzo del biglietto.

E poi c’è la scena finale che lascia a bocca aperta: il montaggio che ripercorre andando indietro nel tempo (proprio come la prima teoria di Hawking sull’origine dell’universo), sulle delicate note di Jóhann Jóhannsson,la vita insieme dei due protagonisti è l’essenza della pellicola.

Michael Cirigliano

TOP 5-LE MIGLIORI SAGHE DI ONE PIECE

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Perché il flashback di Noland, assieme a quelli di Nami e Nico Robin, vale da solo una saga intera. Perché Ener con la sua strafottenza è uno dei miei villain preferiti. Perché la gag della capriola acrobatica di Usopp mi ha fatto scompisciare dalle risate. Perché quando Rufy suona la campana è una gioia immensa. Perché, Ener a parte, gli altri avversari non mi hanno coinvolto più di tanto.

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Perché ci sono tutti ma proprio tutti. Perché veramente non hai idea di cosa possa accadere. Perché il tradimento di Squardo e il perdono del padre fanno venire un groppo alla gola. Perché la morte di Barbabianca commuove e fa venire un’erezione contemporaneamente. Perché non si capisce una mazza dei reali livelli di forza e vorresti vedere molti più scontri. Perché Akainu è un pezzo di merda. Perché Ace muore da coglione.

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Perché più che una saga è una vera storia nella storia. Perché lo scontro Rufy vs Usopp spezza i cuori. Perché la scena in cui Rufy usa per la prima volta il Gear 2nd contro Blueno mi ha emozionato tanto quanto la trasformazione in Super Sayan di Goku. Perché la Cp9 è troppo stilosa. Perché l’urlo di Nico Robin fa venire la pelle d’oca. Perché il duello con Lucci è forse il combattimento più bello di tutto il manga.

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Perché la trama è arzigogolata al punto giusto, perché facciamo la conoscenza di Ace, perché Crocodile non è solo fico ma anche estremamente forte e randella Rufy in più occasioni. Perché Ciglione e Chelotto non si possono dimenticare. Perché la Baroque Works è in piccolo quello che poi sarà la Cp9. Perchè gli scontri Sanji vs Mr.2 e Zoro vs Mr. 1 sono meravigliosi e ben orchestrati. Perché allora il secondo posto? Perché il modo in cui Rufy sconfigge Crocco è disarmante e perché Pell doveva morire, caspiterina!

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ARLONG PARK

Perché è la prima vera saga di One Piece. Perché è la prima vera saga che mi ha fatto innamorare del manga di Oda sensei. Perché c’è tutto quello che ci deve essere: un cattivo con i controcoglioni, un flashback meraviglioso di Nami, frasi epiche che rimarranno scolpite nella memoria (“Chi di voi uomini pesce è Arlong?”). Perché per la prima volta insomma vediamo il grande potenziale dei Mugiwara quando combattono assieme. Perché non la dimenticherò mai…TOP!

Francesco Pierucci

RAT-MAN N.106 – LA NOTTE DEI RATTI VIVENTI

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Eccoci qua cari lettori a parlare ancora del fumetto più divertente del mondo, che in questo inizio di 2015 si tinge di rosso, rosso sangue.

Leo Ortolani, padre e autore di Rat-Man è un grande fan di The Walking Dead ed ha deciso di cimentarsi nella parodia dell’acclamato fumetto/serie TV: ci porta a conoscere la vita di un piccolo zombie già conosciuto in qualche pagina del N.100, a cui non piace la vita monotona dei mangiacarne e non senza difficoltà cerca di riscattare la categoria zombie con risultati esilaranti. L’occasione di cambiare vita gli si presenta quando arrivano Brick e i suoi allegri compagni. Il gruppo di sopravissuti accampati fuori città ricordano ovviamente i personaggi di Kirkman, e la forza di Ortolani emerge a questo punto: il Venerabile sfrutta a suo vantaggio le prerogative trovate nella serie tv e le fa un pò sue e, aggiungo, si trova a suo agio anche con l’impostazione del fumetto The Walking Dead dove anche Kirkman si fa trascinare dalla storia e nulla è dato per scontato: quello che deve succedere succede perché così è la storia, “non si fa il tifo per nessuno”, proprio come nelle storie di Leo.

Ovviamente aiuta anche il bianco e nero, tratto distintivo di entrambe le pubblicazioni, in più se come me siete abituati a leggere Kirkman in formato bonelliano, Rat-Man 106 vi convincerà ancora di più! Quando leggerete la storia The Walking Rat noterete l’espediente semplice ma inaspettato e spassoso usato per portare Rat-Man in un avventura che non è sua. Prova che anche Ortolani è ancora bravo con i cliffhanger. Il volume è accompagnato in edicola da un albetto extra dove l’autore ci racconta del suo amore per gli zombie e per il cinema; qui trovano spazio gli schizzi originali usati per preparare la storia e anche opinioni sul lavoro di Robert Kirkman che dimostrano non una passione ma un amore per il collega.

Pietro Micheli

PROSSIMAMENTE IN SALA- MORTDECAI DI DAVID KOEPP

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Già nelle sale in America (uscito il 23 Gennaio), in Italia dal 19 Febbraio, Mordecai è l’attesissimo film diretto da David Koepp, talentuoso regista in cerca del riscatto dopo i fiacchi Secret Window (2004) e Senza Freni (2012) ma con un ottimo passato da sceneggiatore di numerose opere di successo hollywoodiane quali Mission: Impossible, Jurassic Park e Spiderman. Tratto dalla serie di quattro romanzi del britannico  Kyril Bonfiglioli, scovata casualmente dallo sceneggiatore del film Eric Aronson (al suo primo lavoro per il cinema) in una libreria londinese vicino a Trafalgar Square, narra le vicende dell’affabile e baffuto mercante d’arte Charlie Mortdecai, spesso immischiato in faccende dalla dubbia legalità, contattato dall’MI5, il servizio segreto inglese (da non confondere con l’MI6 dei film di Bond, quella è un’altra storia) per ritrovare un importante dipinto di Goya di cui si sono perse le tracce e a cui bramano molti nemici. Accompagnato dal fido braccio destro Jock Strapp e dalla bella moglie Johanna, si lancia nella ricerca del dipinto scomparso, dietro cui si cela il codice per accedere ad un conto bancario in cui era stato depositato l’oro dei Nazisti. La trama è accattivante, le scenografie e i costumi ricordano i film di Wes Anderson, ma il fiore all’occhiello è il cast stellare, capitanato da Johnny Depp (Mortdecai) sempre più a suo agio nel ruolo di personaggi spregevoli, codardi, ma allo stesso tempo adorabili. Al suo fianco Gwyneth Paltrow (Sliding Doors), Paul Bettany (Il Codice DaVinci), Ewan McGregor (Big Fish) e Jeff Goldblum (La Mosca). La premessa è quella di una commedia irresistibile. Vedremo tra un mesetto.

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Matteo Chessa

TOP 6 – MIGLIORI PERSONAGGI DI BREAKING BAD

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Ormai è più di un anno che Breaking Bad, una delle serie più viste e amate di tutti i tempi, è giunta al termine. Ma il lavoro di Vince Gilligan, che l’ha portata alla luce, è lontano dal giungere al capolinea. A partire dall’8 febbraio infatti, uno dei personaggi più amati della serie, Saul Goodman, tornerà sugli schermi come protagonista dello spin-off di Breaking Bad, Better Call Saul. Alcuni critici americani hanno avuto la possibilità di vedere i primi tre episodi in anteprima e ne sono rimasti entusiasti. Lasciando ora da parte lo spin-off sul quale ritorneremo certamente in futuro, concentriamoci sui personaggi che abbiamo tanto apprezzato nel corso delle cinque stagioni di BB.

Ma perché una TOP 6 e non una TOP 5 vi chiederete voi? Se siete pronti a convincervi del fatto che Skyler sia solo una moglie odiosa e incoerente, dell’inutilità del fastidioso figlio di Walt e Skyler, Walter Jr. (non si sa per quale strano motivo si voglia far chiamare Flynn, per non parlare del suo altrettanto inutile amico, Louise, che viene continuamente tirato in ballo ma che, grazie al cielo, non compare mai onscreen) e del fatto che Marie la ricordiamo solo per il celeberrimo servizietto manuale eseguito con maestria al marito Hank, converrete con chi scrive che i personaggi che meritano un approfondita trattazione sono i sei (e solo i sei) che troverete in questa classifica. Sono comunque degni di una dovuta e rispettosa menzione i personaggi di Steve Gomez e Hector “Tio” Salamanca. Il primo, agente della Dea, segue le sorti del suo compagno di divisa Hank mostrando una dedizione al lavoro e uno spirito per il sacrificio non indifferenti; il secondo, ex capo indiscusso del cartello messicano, ora totalmente paralizzato, riesce, nonostante il suo handicap fisico, a farci cogliere il suo dolore per la perdita della sua famiglia solamente grazie ad espressioni facciali cariche di emotività. Entrambi vanno incontro ad una fine eroica e coerente con la caratterizzazione del loro personaggio, servendo la causa per la quale hanno dedicato la loro vita.

Alla luce di queste considerazioni, ecco dunque la mia TOP 6 dei personaggi di BreakingBad.

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GUSTAVO “GUS” FRING (interpretato da Giancarlo Esposito)

A parte Walt e Jesse, nessuno può immaginare che dietro a questo imprenditore miliardario, benefattore e amato dai suoi dipendenti, si nasconda il sovrano assoluto dell’impero della droga nel Sud degli Stati Uniti. Connotato da una calma olimpica, persino nel compimento degli atti più spietati (come il cruento omicidio col taglierino) ma allo stesso tempo da un’istintività a volte incontrollabile, è il meno classico dei villain. Molto spesso infatti arrivi a chiederti chi ci sia dalla parte del bene e chi dalla parte del male e la stessa sua morte sembra richiamare un altro famoso criminale (Due Facce) con il volto sfigurato a metà…

Bisogna dargli atto che, fino alla fine della quarta stagione, è l’unico personaggio che riesce a rubare la scena a Walt.

 

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SAUL GOODMAN (interpretato da Bob Odenkirk)

 Saul: Ci domandavamo se questa non sia forse un tipo di situazione alla Zanna Gialla.

Walt: Zanna Gialla?

Saul: Sì, Zanna Gialla è il cane migliore e leale che possa esistere. Insomma, lo amano tutti quel bastardo però un giorno mostra i sintomi della rabbia e il piccolo Timmy per amore del suo Zanna Gialla purtroppo deve…Beh, tu l’hai visto il film, no?

Walt: A te piacciono le metafore molto colorite, non è vero, Saul? Il Belize, Zanna Gialla…Sì, sei un vero diluvio di consigli.

Lo scambio di battute con Walt basta e avanza per ammirare questo notevole e originale personaggio. I momenti comici della serie sono tutti suoi.

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MIKE EHRMANTRAUT (interpretato da Jonathan Banks)

 La prima volta che appare il personaggio è sul finale della seconda stagione quando viene spedito da Saul a ripulire la casa di Jesse dopo la triste morte di Jane. E pochi potevano immaginare che questo signore anziano, di poche parole, dallo sguardo di ghiaccio e a volte addirittura scontroso sarebbe entrato nel cuore degli appassionati. Nelle stagioni successive lo vediamo come sicario assoldato da Gus, il quale nutre per lui profonda stima e fiducia, che Mike si è meritato e guadagnato nel corso degli anni. È in grado di compiere ogni genere di operazione criminale e il suo passato misterioso, che lo vide essere un poliziotto, contribuisce a dare maggiore fascino al suo personaggio. Sì è vero, parla poco, ma quando lo fa lascia il segno. Indimenticabile la famosa frase a Walt: “l’aver ucciso Jesse James non fa di te Jesse James“. Non avrebbe meritato di morire e in fin dei conti la sua morte si rivela del tutto evitabile, come capisce Walt appena dopo averlo ucciso.

 

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JESSE PINKMAN (interpretato da Aaron Paul)

Vince Gilligan ha dichiarato che la sua intenzione iniziale era di fare morire Jesse al termine della prima stagione e di avere cambiato idea una volta scoperte le grandi doti recitative di Aaron Paul. Ed è in effetti degno di grande considerazione il suo personaggio, che va incontro ad una maturazione incredibile nonostante sia quello che soffre maggiormente lo scorrere beffardo degli eventi: dalla morte per overdose della sua prima ragazza Jane all’abbandono da parte dei genitori che non si fidano più di lui, dall’avvelenamento del figlio della sua seconda compagna Andrea da parte di Walt fino alla morte della stessa, freddata da Todd nell’ultimissima fase della serie. Notevole è la sua evoluzione: da ragazzino tossicodipendente e poco considerato da Fring, finisce per diventare un suo uomo di fiducia in quanto compagno di “lavoro” di Mike nelle sue spedizioni ed è anche l’unico in grado di cucinare la metanfetamina quasi allo stesso livello di purezza di Walt. Commovente è la scena in cui Mike e Jesse si salutano per l’ultima volta: Mike ha capito il valore del ragazzo, lo stima profondamente e gli offre un’ultima stretta di mano. Il destino purtroppo farà legare Jesse a molte delle persone che gli si avvicineranno ma tutte da lì a poco faranno una brutta fine, spesso per mano dell’uomo che vuole sì stargli a fianco ma che in fin dei conti si rivela essere il suo più grande nemico, Walter White.

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HANK SCHRADER (interpretato da Dean Norris)

 Fino alla seconda parte della quinta stagione non è che Hank fosse un personaggio indimenticabile, anzi. Fino a quel momento tutto per lui era andato storto: basti pensare alla sospensione dal servizio in seguito all’aggressione a Jesse e all’agguato dei fratelli Salamanca che l’aveva condotto ad un passo dalla morte. Ma quando la sua vita sembrava destinata ad essere noiosa e monotona e la soddisfazione più grande poteva essere al massimo il ritrovamento di un minerale raro, ecco che riceve da un suo collega i documenti relativi alla morte di Gale Boetticher. Hank riprende ad investigare e inizialmente sospetta che Heisenberg possa essere proprio lui. Successivamente la sua attenzione si sposta sull’insospettabile Gus Fring, che del resto ha i mezzi economici per creare e sostenere un impero della droga. Mostrando un intuito eccellente e una capacità investigativa di gran lunga superiore a quella dei suoi colleghi, riesce a ricostruire con precisione tutti gli eventi riconducibili all morte di Gale e ai suoi legami con Gus fino ad ipotizzare la presenza dello stesso Fring al vertice del traffico della metanfetamina. Lo stesso intuito lo porterà a sospettare anche del cognato Walt: è lui Heisenberg, il nemico che da tanto cercava lo aveva addirittura sotto il naso, in casa propria. Quest’ultima scoperta peròlo porterà alla morte. L’episodio 5×14 è sicuramente il migliore della serie: Hank preferisce morire con orgoglio, realismo, giusta e inevitabile rassegnazione, piuttosto che scendere a patti con i criminali. Ciò segna la sua consacrazione definitiva. Le sue ultime parole dirette a Walt: “per cosa mi stai pregando? Sei l’uomo più intelligente che conosca, eppure sei così stupido. Lui ha deciso dieci minuti fa”. Esce di scena da eroe assoluto.

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WALTER WHITE (interpretato da Bryan Cranston)

Walter White è un uomo con una famiglia felice, un lavoro sottopagato da insegnante di chimica e una bella casa ma un giorno a turbare questa routine arriva un flagello inaspettato: il cancro ai polmoni. Walt vorrebbe così garantire alla sua famiglia una sicurezza economica dopo la sua morte (ha un’aspettativa di vita di due anni) ma con il suo lavoro da insegnante di chimica non ha questa possibilità. Così un giorno accompagna suo cognato Hank sul luogo di una retata antidroga, dove vede il suo ex allievo del liceo Jesse Pinkmanin fuga dalla casa in cui è in corso la retata. Più tardi Walt incontra Jesse e gli propone di lavorare insieme, Walt come produttore e Jesse come assistente e spacciatore. Da qui l’inizio di tutto, l’inizio di un percorso che porterà Walt a diventare il più grande e stimato produttore di MET di tutto il Paese e a guadagnare una montagna di soldi. Ma la situazione sfugge presto di mano e i due arrivano spesso ad uccidere tutti quelli che mettono loro il bastone tra le ruote. Walt non si rivela essere solo un genio scientifico ma anche un uomo esperto nella manipolazione e nel comando, un acuto tattico e stratega.

Ha fatto tutto questo, però, solo ed esclusivamente per la sua famiglia. E così crediamo tutti fino alla fine. Ma in realtà non è così: si è spinto così in là solo per appagamento personale e per sentirsi vivo.

Un personaggio complesso e imprevedibile, folle e spesse volte brutale tant’è che vorremmo odiarlo per certe sue azioni. Non c’è dubbio sul fatto che siamo di fronte ad un’interpretazione memorabile da parte di Bryan Cranston (per la quale ha vinto quattro Emmy e un Golden Globe).

Forse il miglior personaggio mai scritto e caratterizzato in una Serie TV. Chi può essere al vertice di questa classifica se non lui?

Michael Cirigliano

WANTED – IL CRIMINE PAGA

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Chi di noi non ha mai pensato di scappare dalla routine della propria vita? Stress al lavoro, con le fidanzate, brutte notizie al TG e frustrazioni quotidiane per strada o al supermercato che vanno prese civilmente se no si fa una strage. È la stessa vita che ha il protagonista di questa rara perla del fumetto americano, Wanted di Mark Millar, che poco ha a che fare con il bruttissimo film con Angelina.

La storia inizia con il giovane Wesley,dall’esistenza davvero infelice, che viene improvvisamente sequestrato da Fox, una criminale che gli aprirà la visione su un mondo più vasto; con lui scopriremo che tantissimi Super-Cattivi si spartiscono il pianeta come una bizzarra famiglia mafiosa.

Wasley Ghibson è speciale perché è il figlio del defunto cecchino più bravo del mondo, tale Killer, e ha ereditato i “doni” di questo membro dei signori del Nord America. La storia esplora in modi inediti il rapporto tra il bene e il male, scardinando un po’ tutti i cliché creati negli anni ’60 dai fumetti di super eroi e stravolgendo i canoni della lotta tra buoni e cattivi, turbamenti che solo qualche anno dopo hanno interessato i classici del fumetto… nulla di originale quindi se vediamo dove i recenti ‘Forever Evil’ della DC o ‘AXIS’ appena concluso per Marvel vogliono arrivare: eventi dove i ruoli tra Eroi e Villans si mescolano distruggendo le vecchie certezze.

Millar scrive questa storia nel 2004 per Top Cow, ma già da tre anni lavorava per la Marvel dove ha iniziato a creare le storie che avranno stravolto i classici schieramenti tra buoni e cattivi; partendo dalla linea Ultimate, dove Mark ha iniziato, queste idee hanno poi contagiato i creativi per le collane più “ufficiali” per poi spostarsi su altri editori come accennato sopra.

Pietro Micheli

THE IMITATION GAME: COPIA SBIADITA DI PRODOTTI RIUSCITI

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Quanti film simili abbiamo visto? Quanti biopic dal trailer esaltanti ma dallo svolgimento noioso vedremo ancora in futuro? The Imitation Game, otto nomination ai futuri Oscar, tra cui (non vuol dire nulla per i cinefili ma è comunque un gran riconoscimento) il Miglior Film, fa parte di una macro categoria di prodotti banali, già visti, telefonati, noiosi. Ciò non a causa della storia, peraltro sulla carta interessante, del matematico Alan Turing, padre del computer moderno e creatore di una macchina, Christopher, che permise la decrittazione dell’indecifrabile Codice Enigma con cui i tedeschi si scambiavano messaggi incomprensibili ai nemici durante la seconda guerra mondiale. Le colpe non vanno neanche cercate nel genere(biopic) che nella storia del cinema ha regalato prodotti interessanti, alcuni premiati anche dall’Academy come Emile Zola, Gandhi e Il Discorso del re, se trattati con piglio d’autore (esempi lampanti  più conosciuti da tutti sono i lavori di Fincher, Zodiac e The Social Network). L’errore sta nel coniare spudoratamente prodotti già visti, dal già citato Il Discorso del re al meno conosciuto ma altrettanto premiato dall’Academy (per il Miglior Film straniero) Il Falsario, con sfondo bellico e piaga nazista da giudicare. Manca il brio, come nel pessimo e inutile Royal Weekend o nell’orribile Marilyn ma con l’aggravante di una trama più interessante; manca lo svolgimento della sottotrama, mossa vincente dei titoli citati tre righe sopra, con la nascosta omosessualità che dovrebbe essere un’estensione del gioco imitativo degli scienziati ma che si perde presto in luogo di siparietti poco simpatici e molto imbarazzanti nei bar inglesi. Benedict Cumberbatch si limita al compitino ma pretende di vincere l’Oscar, non considerando che un altro biopic uscito in questo periodo, banale come The Imitation Game, è stato salvato dalla performance incredibile del suo attore principale. Keira Knightley è fastidiosa come sempre (forse la colpa è della Catania, doppiatrice). A salvarsi è come sempre Mark Strong, impeccabile, chirurgico nelle espressioni come nelle movenze. Non guardatelo al cinema, aspettate che esca in tv tra qualche anno, tanto sembra realizzato per questo fine.

Matteo Chessa