LA TEORIA DEL TUTTO: UN BIOPIC SU UNO SCIENZIATO CON L’AMORE PROTAGONISTA

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Tratto dalla biografia dell’ex moglie dello scienziato Stephen Hawking,Jane Wilde Hawking, La teoria del tutto (The Theory of Everything) è il quarto film per il cinema del regista britannico James Marsh, noto però al pubblico soprattutto per i suoi documentari Man on Wire e Project Nim (il primo vinse l’Oscar nel 2009).

Le vicende del film si concentrano sulla storia d’amore tra Stephen Hawking (Eddie Redmayne), giovane cosmologo dell’università di Cambridge, e Jane (Felicity Jones), laureata in lettere. I due si conoscono ad una festa e Stephen si innamora subito di lei venendo, inaspettatamente, ricambiato. Mentre si appresta a lavorare su una nuova teoria riguardante la nascita dell’universo gli viene diagnosticata una malattia del motoneurone (nel film non si approfondisce quale tra le varie ma Hawking stesso ha affermato di essere affetto da SLA) che colpisce i muscoli volontari e li atrofizza causandone in poco tempo la morte. Nonostante i dottori abbiano previsto che gli manchino solo due anni da vivere, Jane non lo abbandona, lo sposa, incoraggiandolo a continuare il suo lavoro e donandogli tre bambini.

Come detto, il soggetto è la biografia Verso linfinito di Jane Hawking e tale ispirazione influisce non poco sulla trama della pellicola (si ha la sensazione di vedere un film non su Stephen Hawking ma sulla sua ex moglie). A fondare questo sospetto è il fatto che non siamo davanti a un film sulla scienza ma sull’amore. I cultori della scienza ne rimarranno delusi dato che le idee di quello che è (ed è necessario ribadirlo) uno dei più influenti fisici nell’era post Einstein vengono solamente sfiorate e trattate in funzione del suo rapporto con Jane. In molte scene compare la lavagna ma con modalità non proprio azzeccate (Hawking è un fisico teorico, non sperimentale, quindi i suoi studi si basano su calcoli). Si ha così la sensazione che le poche formule comparse servano solo come riempitivo, e non trovano spazio quelle che Hawking ha creato cosi come non vengono raccontate le ore che passava a scrivere e ridimostrare alcuni teoremi degli altri fisici.

La presenza continua dell’amore è in effetti l’elemento che lega inevitabilmente La teoria del tutto a A Beautiful Mind di Ron Howard,fortunato biopic sulla vita del matematico John Nash, premiato con l’Oscar al Miglior Film nel 2001. Anche in quel caso l’amore era l’assoluto protagonista, anche se, oltre a ciò, la schizofrenia di Nash creava impressionati incroci tra illusione e realtà. Il paragone tra le due pellicole diventa inevitabile vista la somiglianza tra alcune scene (famosa è quella della visione delle stelle) e la quasi completa coincidenza nell’andamento dell’intreccio narrativo con un inizio all’insegna del genio dello scienziato protagonista, poi un trionfo dell’amore, i vari problemi e la (parziale) risoluzione degli stessi fino al finale.

Proprio come nel capolavoro di Howard, strepitose sono le prove degli attori principali: Eddie Redmayne sforna una prova memorabile che gli è già valsa il Golden Globe e che molto probabilmente gli varrà l’Oscar (Keaton permettendo). L’attore, che fino a questo film era stato impegnato in parti secondarie e che già dopo questo film si è pericolosamente rigettato nei blockbuster (Jupiter dei fratelli Wachowski, in uscita a breve nelle sale), interpreta uno Stephen Hawking estremamente realistico muovendosi, soffrendo e sorridendo come l’originale. Affascina la sua visione della vita: Stephen, nonostante il suo genio e la sua malattia, è un uomo come noi e vicino a noi.

Ottima prova anche per Felicity Jones che è brava nel lasciarci il dubbio se la sua Jane abbia sposato Stephen Hawking nonostante tutto o se l’abbia sposato proprio perché era certa che gli mancasse poco da vivere. Per lei l’Oscar sarà una meta più difficile da raggiungere vista l’agguerrita concorrenza.

Forse la vita di Hawking poteva offrire qualcosa di più di un film sentimentale, come testimoniano le concezioni religiose dello scienziato (non crede nell’esistenza di Dio) o la sua convinta ostilità nei confronti della guerra. Nonostante ciò, la pellicola risulta comunque un lavoro più che riuscito soprattutto grazie alla straordinaria prova di Redmayne, che vale da sola il prezzo del biglietto.

E poi c’è la scena finale che lascia a bocca aperta: il montaggio che ripercorre andando indietro nel tempo (proprio come la prima teoria di Hawking sull’origine dell’universo), sulle delicate note di Jóhann Jóhannsson,la vita insieme dei due protagonisti è l’essenza della pellicola.

Michael Cirigliano

TOP 5-LE MIGLIORI SAGHE DI ONE PIECE

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Perché il flashback di Noland, assieme a quelli di Nami e Nico Robin, vale da solo una saga intera. Perché Ener con la sua strafottenza è uno dei miei villain preferiti. Perché la gag della capriola acrobatica di Usopp mi ha fatto scompisciare dalle risate. Perché quando Rufy suona la campana è una gioia immensa. Perché, Ener a parte, gli altri avversari non mi hanno coinvolto più di tanto.

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Perché ci sono tutti ma proprio tutti. Perché veramente non hai idea di cosa possa accadere. Perché il tradimento di Squardo e il perdono del padre fanno venire un groppo alla gola. Perché la morte di Barbabianca commuove e fa venire un’erezione contemporaneamente. Perché non si capisce una mazza dei reali livelli di forza e vorresti vedere molti più scontri. Perché Akainu è un pezzo di merda. Perché Ace muore da coglione.

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Perché più che una saga è una vera storia nella storia. Perché lo scontro Rufy vs Usopp spezza i cuori. Perché la scena in cui Rufy usa per la prima volta il Gear 2nd contro Blueno mi ha emozionato tanto quanto la trasformazione in Super Sayan di Goku. Perché la Cp9 è troppo stilosa. Perché l’urlo di Nico Robin fa venire la pelle d’oca. Perché il duello con Lucci è forse il combattimento più bello di tutto il manga.

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Perché la trama è arzigogolata al punto giusto, perché facciamo la conoscenza di Ace, perché Crocodile non è solo fico ma anche estremamente forte e randella Rufy in più occasioni. Perché Ciglione e Chelotto non si possono dimenticare. Perché la Baroque Works è in piccolo quello che poi sarà la Cp9. Perchè gli scontri Sanji vs Mr.2 e Zoro vs Mr. 1 sono meravigliosi e ben orchestrati. Perché allora il secondo posto? Perché il modo in cui Rufy sconfigge Crocco è disarmante e perché Pell doveva morire, caspiterina!

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ARLONG PARK

Perché è la prima vera saga di One Piece. Perché è la prima vera saga che mi ha fatto innamorare del manga di Oda sensei. Perché c’è tutto quello che ci deve essere: un cattivo con i controcoglioni, un flashback meraviglioso di Nami, frasi epiche che rimarranno scolpite nella memoria (“Chi di voi uomini pesce è Arlong?”). Perché per la prima volta insomma vediamo il grande potenziale dei Mugiwara quando combattono assieme. Perché non la dimenticherò mai…TOP!

Francesco Pierucci

RAT-MAN N.106 – LA NOTTE DEI RATTI VIVENTI

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Eccoci qua cari lettori a parlare ancora del fumetto più divertente del mondo, che in questo inizio di 2015 si tinge di rosso, rosso sangue.

Leo Ortolani, padre e autore di Rat-Man è un grande fan di The Walking Dead ed ha deciso di cimentarsi nella parodia dell’acclamato fumetto/serie TV: ci porta a conoscere la vita di un piccolo zombie già conosciuto in qualche pagina del N.100, a cui non piace la vita monotona dei mangiacarne e non senza difficoltà cerca di riscattare la categoria zombie con risultati esilaranti. L’occasione di cambiare vita gli si presenta quando arrivano Brick e i suoi allegri compagni. Il gruppo di sopravissuti accampati fuori città ricordano ovviamente i personaggi di Kirkman, e la forza di Ortolani emerge a questo punto: il Venerabile sfrutta a suo vantaggio le prerogative trovate nella serie tv e le fa un pò sue e, aggiungo, si trova a suo agio anche con l’impostazione del fumetto The Walking Dead dove anche Kirkman si fa trascinare dalla storia e nulla è dato per scontato: quello che deve succedere succede perché così è la storia, “non si fa il tifo per nessuno”, proprio come nelle storie di Leo.

Ovviamente aiuta anche il bianco e nero, tratto distintivo di entrambe le pubblicazioni, in più se come me siete abituati a leggere Kirkman in formato bonelliano, Rat-Man 106 vi convincerà ancora di più! Quando leggerete la storia The Walking Rat noterete l’espediente semplice ma inaspettato e spassoso usato per portare Rat-Man in un avventura che non è sua. Prova che anche Ortolani è ancora bravo con i cliffhanger. Il volume è accompagnato in edicola da un albetto extra dove l’autore ci racconta del suo amore per gli zombie e per il cinema; qui trovano spazio gli schizzi originali usati per preparare la storia e anche opinioni sul lavoro di Robert Kirkman che dimostrano non una passione ma un amore per il collega.

Pietro Micheli

PROSSIMAMENTE IN SALA- MORTDECAI DI DAVID KOEPP

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Già nelle sale in America (uscito il 23 Gennaio), in Italia dal 19 Febbraio, Mordecai è l’attesissimo film diretto da David Koepp, talentuoso regista in cerca del riscatto dopo i fiacchi Secret Window (2004) e Senza Freni (2012) ma con un ottimo passato da sceneggiatore di numerose opere di successo hollywoodiane quali Mission: Impossible, Jurassic Park e Spiderman. Tratto dalla serie di quattro romanzi del britannico  Kyril Bonfiglioli, scovata casualmente dallo sceneggiatore del film Eric Aronson (al suo primo lavoro per il cinema) in una libreria londinese vicino a Trafalgar Square, narra le vicende dell’affabile e baffuto mercante d’arte Charlie Mortdecai, spesso immischiato in faccende dalla dubbia legalità, contattato dall’MI5, il servizio segreto inglese (da non confondere con l’MI6 dei film di Bond, quella è un’altra storia) per ritrovare un importante dipinto di Goya di cui si sono perse le tracce e a cui bramano molti nemici. Accompagnato dal fido braccio destro Jock Strapp e dalla bella moglie Johanna, si lancia nella ricerca del dipinto scomparso, dietro cui si cela il codice per accedere ad un conto bancario in cui era stato depositato l’oro dei Nazisti. La trama è accattivante, le scenografie e i costumi ricordano i film di Wes Anderson, ma il fiore all’occhiello è il cast stellare, capitanato da Johnny Depp (Mortdecai) sempre più a suo agio nel ruolo di personaggi spregevoli, codardi, ma allo stesso tempo adorabili. Al suo fianco Gwyneth Paltrow (Sliding Doors), Paul Bettany (Il Codice DaVinci), Ewan McGregor (Big Fish) e Jeff Goldblum (La Mosca). La premessa è quella di una commedia irresistibile. Vedremo tra un mesetto.

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Matteo Chessa

TOP 6 – MIGLIORI PERSONAGGI DI BREAKING BAD

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Ormai è più di un anno che Breaking Bad, una delle serie più viste e amate di tutti i tempi, è giunta al termine. Ma il lavoro di Vince Gilligan, che l’ha portata alla luce, è lontano dal giungere al capolinea. A partire dall’8 febbraio infatti, uno dei personaggi più amati della serie, Saul Goodman, tornerà sugli schermi come protagonista dello spin-off di Breaking Bad, Better Call Saul. Alcuni critici americani hanno avuto la possibilità di vedere i primi tre episodi in anteprima e ne sono rimasti entusiasti. Lasciando ora da parte lo spin-off sul quale ritorneremo certamente in futuro, concentriamoci sui personaggi che abbiamo tanto apprezzato nel corso delle cinque stagioni di BB.

Ma perché una TOP 6 e non una TOP 5 vi chiederete voi? Se siete pronti a convincervi del fatto che Skyler sia solo una moglie odiosa e incoerente, dell’inutilità del fastidioso figlio di Walt e Skyler, Walter Jr. (non si sa per quale strano motivo si voglia far chiamare Flynn, per non parlare del suo altrettanto inutile amico, Louise, che viene continuamente tirato in ballo ma che, grazie al cielo, non compare mai onscreen) e del fatto che Marie la ricordiamo solo per il celeberrimo servizietto manuale eseguito con maestria al marito Hank, converrete con chi scrive che i personaggi che meritano un approfondita trattazione sono i sei (e solo i sei) che troverete in questa classifica. Sono comunque degni di una dovuta e rispettosa menzione i personaggi di Steve Gomez e Hector “Tio” Salamanca. Il primo, agente della Dea, segue le sorti del suo compagno di divisa Hank mostrando una dedizione al lavoro e uno spirito per il sacrificio non indifferenti; il secondo, ex capo indiscusso del cartello messicano, ora totalmente paralizzato, riesce, nonostante il suo handicap fisico, a farci cogliere il suo dolore per la perdita della sua famiglia solamente grazie ad espressioni facciali cariche di emotività. Entrambi vanno incontro ad una fine eroica e coerente con la caratterizzazione del loro personaggio, servendo la causa per la quale hanno dedicato la loro vita.

Alla luce di queste considerazioni, ecco dunque la mia TOP 6 dei personaggi di BreakingBad.

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GUSTAVO “GUS” FRING (interpretato da Giancarlo Esposito)

A parte Walt e Jesse, nessuno può immaginare che dietro a questo imprenditore miliardario, benefattore e amato dai suoi dipendenti, si nasconda il sovrano assoluto dell’impero della droga nel Sud degli Stati Uniti. Connotato da una calma olimpica, persino nel compimento degli atti più spietati (come il cruento omicidio col taglierino) ma allo stesso tempo da un’istintività a volte incontrollabile, è il meno classico dei villain. Molto spesso infatti arrivi a chiederti chi ci sia dalla parte del bene e chi dalla parte del male e la stessa sua morte sembra richiamare un altro famoso criminale (Due Facce) con il volto sfigurato a metà…

Bisogna dargli atto che, fino alla fine della quarta stagione, è l’unico personaggio che riesce a rubare la scena a Walt.

 

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SAUL GOODMAN (interpretato da Bob Odenkirk)

 Saul: Ci domandavamo se questa non sia forse un tipo di situazione alla Zanna Gialla.

Walt: Zanna Gialla?

Saul: Sì, Zanna Gialla è il cane migliore e leale che possa esistere. Insomma, lo amano tutti quel bastardo però un giorno mostra i sintomi della rabbia e il piccolo Timmy per amore del suo Zanna Gialla purtroppo deve…Beh, tu l’hai visto il film, no?

Walt: A te piacciono le metafore molto colorite, non è vero, Saul? Il Belize, Zanna Gialla…Sì, sei un vero diluvio di consigli.

Lo scambio di battute con Walt basta e avanza per ammirare questo notevole e originale personaggio. I momenti comici della serie sono tutti suoi.

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MIKE EHRMANTRAUT (interpretato da Jonathan Banks)

 La prima volta che appare il personaggio è sul finale della seconda stagione quando viene spedito da Saul a ripulire la casa di Jesse dopo la triste morte di Jane. E pochi potevano immaginare che questo signore anziano, di poche parole, dallo sguardo di ghiaccio e a volte addirittura scontroso sarebbe entrato nel cuore degli appassionati. Nelle stagioni successive lo vediamo come sicario assoldato da Gus, il quale nutre per lui profonda stima e fiducia, che Mike si è meritato e guadagnato nel corso degli anni. È in grado di compiere ogni genere di operazione criminale e il suo passato misterioso, che lo vide essere un poliziotto, contribuisce a dare maggiore fascino al suo personaggio. Sì è vero, parla poco, ma quando lo fa lascia il segno. Indimenticabile la famosa frase a Walt: “l’aver ucciso Jesse James non fa di te Jesse James“. Non avrebbe meritato di morire e in fin dei conti la sua morte si rivela del tutto evitabile, come capisce Walt appena dopo averlo ucciso.

 

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JESSE PINKMAN (interpretato da Aaron Paul)

Vince Gilligan ha dichiarato che la sua intenzione iniziale era di fare morire Jesse al termine della prima stagione e di avere cambiato idea una volta scoperte le grandi doti recitative di Aaron Paul. Ed è in effetti degno di grande considerazione il suo personaggio, che va incontro ad una maturazione incredibile nonostante sia quello che soffre maggiormente lo scorrere beffardo degli eventi: dalla morte per overdose della sua prima ragazza Jane all’abbandono da parte dei genitori che non si fidano più di lui, dall’avvelenamento del figlio della sua seconda compagna Andrea da parte di Walt fino alla morte della stessa, freddata da Todd nell’ultimissima fase della serie. Notevole è la sua evoluzione: da ragazzino tossicodipendente e poco considerato da Fring, finisce per diventare un suo uomo di fiducia in quanto compagno di “lavoro” di Mike nelle sue spedizioni ed è anche l’unico in grado di cucinare la metanfetamina quasi allo stesso livello di purezza di Walt. Commovente è la scena in cui Mike e Jesse si salutano per l’ultima volta: Mike ha capito il valore del ragazzo, lo stima profondamente e gli offre un’ultima stretta di mano. Il destino purtroppo farà legare Jesse a molte delle persone che gli si avvicineranno ma tutte da lì a poco faranno una brutta fine, spesso per mano dell’uomo che vuole sì stargli a fianco ma che in fin dei conti si rivela essere il suo più grande nemico, Walter White.

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HANK SCHRADER (interpretato da Dean Norris)

 Fino alla seconda parte della quinta stagione non è che Hank fosse un personaggio indimenticabile, anzi. Fino a quel momento tutto per lui era andato storto: basti pensare alla sospensione dal servizio in seguito all’aggressione a Jesse e all’agguato dei fratelli Salamanca che l’aveva condotto ad un passo dalla morte. Ma quando la sua vita sembrava destinata ad essere noiosa e monotona e la soddisfazione più grande poteva essere al massimo il ritrovamento di un minerale raro, ecco che riceve da un suo collega i documenti relativi alla morte di Gale Boetticher. Hank riprende ad investigare e inizialmente sospetta che Heisenberg possa essere proprio lui. Successivamente la sua attenzione si sposta sull’insospettabile Gus Fring, che del resto ha i mezzi economici per creare e sostenere un impero della droga. Mostrando un intuito eccellente e una capacità investigativa di gran lunga superiore a quella dei suoi colleghi, riesce a ricostruire con precisione tutti gli eventi riconducibili all morte di Gale e ai suoi legami con Gus fino ad ipotizzare la presenza dello stesso Fring al vertice del traffico della metanfetamina. Lo stesso intuito lo porterà a sospettare anche del cognato Walt: è lui Heisenberg, il nemico che da tanto cercava lo aveva addirittura sotto il naso, in casa propria. Quest’ultima scoperta peròlo porterà alla morte. L’episodio 5×14 è sicuramente il migliore della serie: Hank preferisce morire con orgoglio, realismo, giusta e inevitabile rassegnazione, piuttosto che scendere a patti con i criminali. Ciò segna la sua consacrazione definitiva. Le sue ultime parole dirette a Walt: “per cosa mi stai pregando? Sei l’uomo più intelligente che conosca, eppure sei così stupido. Lui ha deciso dieci minuti fa”. Esce di scena da eroe assoluto.

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WALTER WHITE (interpretato da Bryan Cranston)

Walter White è un uomo con una famiglia felice, un lavoro sottopagato da insegnante di chimica e una bella casa ma un giorno a turbare questa routine arriva un flagello inaspettato: il cancro ai polmoni. Walt vorrebbe così garantire alla sua famiglia una sicurezza economica dopo la sua morte (ha un’aspettativa di vita di due anni) ma con il suo lavoro da insegnante di chimica non ha questa possibilità. Così un giorno accompagna suo cognato Hank sul luogo di una retata antidroga, dove vede il suo ex allievo del liceo Jesse Pinkmanin fuga dalla casa in cui è in corso la retata. Più tardi Walt incontra Jesse e gli propone di lavorare insieme, Walt come produttore e Jesse come assistente e spacciatore. Da qui l’inizio di tutto, l’inizio di un percorso che porterà Walt a diventare il più grande e stimato produttore di MET di tutto il Paese e a guadagnare una montagna di soldi. Ma la situazione sfugge presto di mano e i due arrivano spesso ad uccidere tutti quelli che mettono loro il bastone tra le ruote. Walt non si rivela essere solo un genio scientifico ma anche un uomo esperto nella manipolazione e nel comando, un acuto tattico e stratega.

Ha fatto tutto questo, però, solo ed esclusivamente per la sua famiglia. E così crediamo tutti fino alla fine. Ma in realtà non è così: si è spinto così in là solo per appagamento personale e per sentirsi vivo.

Un personaggio complesso e imprevedibile, folle e spesse volte brutale tant’è che vorremmo odiarlo per certe sue azioni. Non c’è dubbio sul fatto che siamo di fronte ad un’interpretazione memorabile da parte di Bryan Cranston (per la quale ha vinto quattro Emmy e un Golden Globe).

Forse il miglior personaggio mai scritto e caratterizzato in una Serie TV. Chi può essere al vertice di questa classifica se non lui?

Michael Cirigliano

WANTED – IL CRIMINE PAGA

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Chi di noi non ha mai pensato di scappare dalla routine della propria vita? Stress al lavoro, con le fidanzate, brutte notizie al TG e frustrazioni quotidiane per strada o al supermercato che vanno prese civilmente se no si fa una strage. È la stessa vita che ha il protagonista di questa rara perla del fumetto americano, Wanted di Mark Millar, che poco ha a che fare con il bruttissimo film con Angelina.

La storia inizia con il giovane Wesley,dall’esistenza davvero infelice, che viene improvvisamente sequestrato da Fox, una criminale che gli aprirà la visione su un mondo più vasto; con lui scopriremo che tantissimi Super-Cattivi si spartiscono il pianeta come una bizzarra famiglia mafiosa.

Wasley Ghibson è speciale perché è il figlio del defunto cecchino più bravo del mondo, tale Killer, e ha ereditato i “doni” di questo membro dei signori del Nord America. La storia esplora in modi inediti il rapporto tra il bene e il male, scardinando un po’ tutti i cliché creati negli anni ’60 dai fumetti di super eroi e stravolgendo i canoni della lotta tra buoni e cattivi, turbamenti che solo qualche anno dopo hanno interessato i classici del fumetto… nulla di originale quindi se vediamo dove i recenti ‘Forever Evil’ della DC o ‘AXIS’ appena concluso per Marvel vogliono arrivare: eventi dove i ruoli tra Eroi e Villans si mescolano distruggendo le vecchie certezze.

Millar scrive questa storia nel 2004 per Top Cow, ma già da tre anni lavorava per la Marvel dove ha iniziato a creare le storie che avranno stravolto i classici schieramenti tra buoni e cattivi; partendo dalla linea Ultimate, dove Mark ha iniziato, queste idee hanno poi contagiato i creativi per le collane più “ufficiali” per poi spostarsi su altri editori come accennato sopra.

Pietro Micheli

THE IMITATION GAME: COPIA SBIADITA DI PRODOTTI RIUSCITI

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Quanti film simili abbiamo visto? Quanti biopic dal trailer esaltanti ma dallo svolgimento noioso vedremo ancora in futuro? The Imitation Game, otto nomination ai futuri Oscar, tra cui (non vuol dire nulla per i cinefili ma è comunque un gran riconoscimento) il Miglior Film, fa parte di una macro categoria di prodotti banali, già visti, telefonati, noiosi. Ciò non a causa della storia, peraltro sulla carta interessante, del matematico Alan Turing, padre del computer moderno e creatore di una macchina, Christopher, che permise la decrittazione dell’indecifrabile Codice Enigma con cui i tedeschi si scambiavano messaggi incomprensibili ai nemici durante la seconda guerra mondiale. Le colpe non vanno neanche cercate nel genere(biopic) che nella storia del cinema ha regalato prodotti interessanti, alcuni premiati anche dall’Academy come Emile Zola, Gandhi e Il Discorso del re, se trattati con piglio d’autore (esempi lampanti  più conosciuti da tutti sono i lavori di Fincher, Zodiac e The Social Network). L’errore sta nel coniare spudoratamente prodotti già visti, dal già citato Il Discorso del re al meno conosciuto ma altrettanto premiato dall’Academy (per il Miglior Film straniero) Il Falsario, con sfondo bellico e piaga nazista da giudicare. Manca il brio, come nel pessimo e inutile Royal Weekend o nell’orribile Marilyn ma con l’aggravante di una trama più interessante; manca lo svolgimento della sottotrama, mossa vincente dei titoli citati tre righe sopra, con la nascosta omosessualità che dovrebbe essere un’estensione del gioco imitativo degli scienziati ma che si perde presto in luogo di siparietti poco simpatici e molto imbarazzanti nei bar inglesi. Benedict Cumberbatch si limita al compitino ma pretende di vincere l’Oscar, non considerando che un altro biopic uscito in questo periodo, banale come The Imitation Game, è stato salvato dalla performance incredibile del suo attore principale. Keira Knightley è fastidiosa come sempre (forse la colpa è della Catania, doppiatrice). A salvarsi è come sempre Mark Strong, impeccabile, chirurgico nelle espressioni come nelle movenze. Non guardatelo al cinema, aspettate che esca in tv tra qualche anno, tanto sembra realizzato per questo fine.

Matteo Chessa

TOP 5: PERSONAGGI SECONDARI DI ONE PIECE

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ABSALOM

Nella deboluccia saga di Thriller Bark, i punti di forza sono essenzialmente due: le gag con gli zombie e il personaggio di Absalom. Questo uomo-leone ricucito ha il potere che tutti i guardoni vorrebbero avere:  diventare invisibili. L’amore non corrisposto per Nami e quello corrisposto per lo zombie facocero di Laura lo rendono un villain molto divertente.

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HATTORI

E’ un fottuto piccione con la cravatta! Devo veramente aggiungere altro?

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CIGLIONE E CHELOTTO

I miei due animali di One Piece preferiti assieme allo squalo Megalo. Con la loro presenza rendono leggendaria la saga di Alabasta: Ciglione ama le donne e si lascia cavalcare solo da loro, anche Chelotto è un pervertito che si eccita nel vedere le ragazze che ballano.

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GIN

Questo tossico eroinomane dal nome evocativo è il personaggio che aspetto di rivedere con più ansia, da quando alla fine della saga di Creek aveva promesso di ritornare. Skillatissimo, fa una porca figura in battaglia e resta uno dei characters secondari più badassici e memorabili.

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ELIZABELLO II

Il vero protagonista di DressRosa è lui: il RE! Con il suo pugno Butone può spazzare via qualsiasi cosa. Il suo fisico a forma di uovo è antiestetico al massimo. Come si fa a non amarlo?

E i vostri quali sono?

Francesco Pierucci

NOMINATION OSCAR 2015 – FANNO LA VOCE GROSSA BOYHOOD, GRAND BUDAPEST HOTEL E BIRDMAN

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Dal Samuel Goldwyn Theatre di Beverly Hills, ieri sono state annunciate le nomination dell’87esima edizione dei premi Oscar (Academy Awards) da Chris Pine, Alfonso Cuarón (miglior regista lo scorso anno con Gravity), J. J. Abrams e il presidente dell’Academy Cheryl Boone Isaacs.

Non sono mancate le sorprese, anche tra i premi principali, ma non hanno deluso appassionati e bookmaker i tre titoli più attesi: Boyhood, Birdman e Grand Budapest Hotel, tutti e tre candidati per la statuetta di miglior film, con gli ultimi due che portano a casa addirittura nove nomination.

La cerimonia di premiazione, la Notte degli Oscar, avverrà il 22 febbraio.

Passiamo ora ad una rassegna dei premi principali.

Miglior Film

A differenza dello scorso anno, nella presente edizione degli Oscar si è verificato un certo distacco dalle corrispondenti candidature ai Golden Globes: delle nove nomination, sei erano candidate come Miglior Film nelle due categorie degli ambiti globi (l’anno scorso 8/9, con unico escluso Dallas Buyers Club). L’Academy ha snobbato, giustamente, i vari St.Vincent, Into The Woods, Foxcatcher e, immeritatamente, a detta di molti, Pride.

Il nuovo film di Clint Eastwood, American Sniper, escluso illustre ai Globes, invece sarà della partita con il maestro di San Francisco che raggiunge la quinta nomination per pellicole da lui dirette (dopo Gli Spietati, Mystic River, Million Dollar Baby e Lettere da Iwo Jima). Tra gli altri candidati sorprende la presenza di Whiplash, considerato Oltreoceano uno dei migliori film musicali degli ultimi anni, ma ancora senza distribuzione in Italia.

Come è da tradizione, non vengono presi in gran considerazione le pellicole uscite nella prima parte dell’anno ma, a dire il vero, quest’anno non ve n’erano di meritevoli eccezion fatta per Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, puntualmente candidato. Assenti tra le candidature sia film stranieri (l’ultimo è stato il francese Amour nel 2013) sia film di animazione (l’ultimo ToyStory 3 nel 2011). Fanno rumore alcuni esclusi di spicco: se erano nell’aria le non candidature di Interstellar di Christopher Nolan (che comunque porta a casa cinque candidature tra gli Oscar tecnici) e Unbroken di Angelina Jolie, lo stesso non si può dire dell’ottimo Gone Girl di David Fincher, a mio giudizio una delle migliori pellicole dell’anno passato. Favoriti per portarsi a casa l’ambita statuetta sono comunque Boyhood e Birdman con il primo leggermente in vantaggio rispetto al secondo.

Queste le candidature:

AMERICAN SNIPER

BIRDMAN

BOYHOOD

GRAND BUDAPEST HOTEL

THE IMITATION GAME

SELMA

LA TEORIA DEL TUTTO

WHIPLASH

Miglior Regista

Qui i candidati sono cinque ma è come se fossero due perché Richard Linklater con Boyhood e  Alejandro González Iñárritu (già candidato come miglior regista nel 2006 per Babel) con Birdman sono gli unici seri registi accreditati a portarsi a casa la statuetta. Il GoldenGlobe è finito nelle mani di Linklater, quasi sicuramente andrà così anche agli Oscar. Seconda candidatura, dopo quella per Truman Capote, anche per Bennett Miller. Meritava una candidatura David Fincher con GoneGirl ma quest’anno l’Academy ha deciso di non considerare il regista di FightClub. Altro escluso eccellente: Paul Thomas Anderson con InherentVice (6 candidature agli Oscar per lui in carriera, di cui una come miglior regista per Il Petroliere nel 2008).

Queste le candidature:

BIRDMAN – Alejandro G. Iñárritu

BOYHOOD – Richard Linklater

FOXCATCHER – Bennett Miller

GRAND BUDAPEST HOTEL – Wes Anderson

THE IMITATION GAME – Morten Tyldum

Miglior attore protagonista

Ai GoldenGlobes sono stati premiati Michael Keaton e Eddie Redmayne e anche il 22 febbraio saranno loro i favoriti. Da non sottovalutare Bradley Cooper, clamorosamente non candidato ai Globes, ma che è alla terza nomination consecutiva (dopo Il Lato Positivo e American Hustle). Può essere l’anno del riscatto di Keaton che dopo un inizio di carriera brillante, si è perso negli ultimi 15 anni in prodotti non degni delle sue qualità artistiche. Io personalmente tifo per l’ex Batman ma la commovente interpretazione di Stephen Hawking in La teoria del tutto da parte dì Redmayne gli darà sicuramente filo da torcere. Esclusi eccellenti: Joaquin Phoenix (InherentVice), Matthew McConoughey (Interstellar), Christoph Waltz (BigEyes), Ralph Fiennes (Grand Budapest Hotel), Jake Gyllenhaal (Nightcrawler) e soprattutto David Oyelowo (Selma) che era dato tra i sicuri candidati alla vigilia. I candidati sono tutti alla prima nomination in carriera, eccezion fatta, come detto, per Bradley Cooper.

Queste le candidature:

MICHAEL KEATON per Birdman(per lui prima nomination in carriera all’età di 63 anni)

EDDIEREDMAYNE per La teoria del tutto

BENEDICT CUMBERBATCH per The Imitation game

STEVE CARELL per Foxcatcher

BRADLEYCOOPER per American Sniper

Miglior attrice protagonista

I GoldenGlobes avevano lasciato intendere che questo sarebbe stato l’anno di Julianne Moore viste le due candidature, per Still Alice e per Maps to the stars. L’Academy l’ha candidata solo per il primo e dopo quattro nomination che l’hanno lasciata a bocca asciutta, questa può essere davvero la volta buona per l’attrice dei cult Magnolia e Il Grande Lebowski. Alla prima candidatura Rosamund Pike (che porta a casa l’unica nomination per Gone Girl) e Felicity Jones. Cercheranno invece di bissare la vittoria del 2008 Marion Cotillard (vinse con La vie en rose) e del 2006 Reese Witherspoon (trionfò con Quando l’amore brucia l’anima). Ci speravano Jennifer Aniston con Cake e Amy Adams con Big Eyes con quest’ultima che aveva anche trionfato ai Globes nella sezione Comedy. Da notare l’assenza di attori di colore sia in questa categoria che in quella di Miglior attore.

Queste le candidature:

JULIANNE MOORE per Still Alice

FELICITY JONES per La teoria del tutto

MARION COTILLARD per Due giorni, una notte

REESE WITHERSPOON per Wild

ROSAMUND PIKE per Gone Girl

 

Queste le nomination per gli altri premi. Da segnalare la presenza di un’italiana, Milena Canonero nella sezione costumi per Grand Budapest Hotel (già costumista di Kubrick, portò a casa la statuetta per BarryLyndon oltre che per Momenti di Gloria e Marie Antoinette). Fa discutere l’assenza di The lego movie per l’Oscar al miglior film in animazione: a questo punto se la giocheranno Big Hero 6 e Dragon Trainer 2 nell’ennesimo Disney contro Dreamworks.

Miglior attore non protagonista

Robert Duvall per The Judge, Ethan Hawke per Boyhood, Edward Norton per Birdman, Mark Ruffalo per Foxcatcher, J.K. Simmons per Whiplash

Miglior attrice non protagonista

Patricia Arquette per Boyhood, Laura Dern per Wild, Keira Knightley per The Imitation Game, Emma Stone per Birdman, Meryl Streep per Into the Woods (19esima candidatura per lei!).

Miglior film danimazione

Big Hero 6 di Don Hall, Chris Williams e Roy Conli, The Boxtrolls di Anthony Stacchi, Graham Annable e Travis Knight, How to Train Your Dragon 2 – Dragon Trainer 2 di Dean DeBlois e Bonnie Arnold, Song of the Sea di Tomm Moore e Paul Young,The Tale of the Princess Kaguya di Isao Takahata e Yoshiaki Nishimura

Miglior film straniero

Ida (Polonia) di Pawel Pawlikowski, Leviathan (Russia) di Andrey Zvyagintsev, Tangerines (Estonia) di Zaza Urushadze, Timbuktu (Mauritania) di Abderrahmane Sissako, Wild Tales (Argentina) di Damián Szifron

Miglior sceneggiatura non originale

American Sniper, The Imitation Game, Inherent Vice – Vizio di forma, The Theory of Everything – La teoria del tutto, Whiplash

Miglior sceneggiatura originale

Birdman, Boyhood, Foxcatcher, The Grand Budapest Hotel, Nightcrawler – Lo sciacallo

Miglior fotografia

The Grand Budapest Hotel, The Imitation Game, Interstellar, Into the Woods, Mr. Turner

Miglior colonna sonora

Alexandre Desplat per The Grand Budapest Hotel, nuovamente Alexandre Desplat per The Imitation Game, Hans Zimmer per Interstellar, Gary Yershon per Mr. Turner, Jóhann Jóhannsson per The Theory of Everything – La teoria del tutto

Miglior canzone originale

Everything Is Awesome da The Lego Movie, Glory da Selma, Grateful da Beyond the lights, I’m Not Gonna Miss You da Glen Campbell… I’ll be me, Lost Stars da Begin again

Miglior scenografia

The Grand Budapest Hotel, The Imitation Game, Interstellar, Into the Woods, Mr. Turner

Migliori costumi

Milena Canonero per The Grand Budapest Hotel, Mark Bridges per Inherent Vice – Vizio di forma, Colleen Atwood per Into the Woods, Anna B. Sheppard e Jane Clive per Maleficent, Jacqueline Durran per Mr. Turner

Migliori effetti speciali

Captain America: The Winter Soldier, Apes Revolution – Il pianeta delle scimmie, Guardiani della Galssia, Interstellar, X-Men: Giorni di un futuro passato

Miglior make up

Bill Corso e Dennis Liddiard per Foxcatcher, Frances Hannon e Mark Coulier per The Grand Budapest Hotel, Elizabeth Yianni-Georgiou e David White per Guardiani della galassia

Miglior montaggio

American Sniper, Boyhood, The Grand Budapest Hotel, The Imitation Game, Whiplash

Migliori effetti sonori

American Sniper, Birdman, Interstellar, Unbroken, Whiplash

Miglior montaggio sonoro

American Sniper, Birdman, Lo Hobbit: la battaglia delle cinque armate, Interstellar, Unbroken

Miglior documentario e miglior documentario corto

CitizenFour di Laura Poitras, Mathilde Bonnefoy e Dirk Wilutzky; Finding Vivian Maier di John Maloof e Charlie Siskel; Last Days in Vietnam di Rory Kennedy e Keven McAlester; The Salt of the Earth di Wim Wenders, Juliano Ribeiro Salgado e David Rosier; Virunga di Orlando von Einsiedel e Joanna Natasegara

Crisis Hotline: Veterans Press 1 di Ellen Goosenberg Kent e Dana Perry; Joanna di Aneta Kopacz; Our Curse di Tomasz S’liwin’ski and Maciej S’lesicki; The Reaper (La Parka) di Gabriel Serra Arguello; White Earth di J. Christian Jensen

Miglior cortometraggio e cortometraggio animati

Aya di Oded Binnun e Mihal Brezis; Boogaloo and Graham di Michael Lennox e Ronan Blaney; Butter Lamp (La Lampe au Beurre de Yak) di Hu Wei e Julien Féret; Parvaneh di Talkhon Hamzavi e Stefan Eichenberger; The Phone Call di Mat Kirkby e James Lucas

The Bigger Picture di Daisy Jacobs e Christopher Hees; The Dam Keeper di Robert Kondo e Dice Tsutsumi; Feast di Patrick Osborne e Kristina Reed; Me and My Moulton di Torill Kove; A Single Life di Joris Oprins

Michael Cirigliano

BIG EYES – IL SOLITO DISCRETO TIM BURTON

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Dal primo gennaio (data diventata di buon auspicio per l’uscita nelle sale di nuovi prodotti cinematografici dopo il successo de La Migliore Offerta di Giuseppe Tornatore due anni fa) è nei cinema Big Eyes, il nuovo film di Tim Burton, che racconta l’incredibile storia della pittrice Margaret Keane (ancora in vita) e del marito Walter Keane che si attribuì la paternità delle sue opere che avevano come protagonisti bambini con occhi enormi e segnarono una svolta epocale nella storia della pittura americana del secolo scorso.

Ad interpretare i due protagonisti abbiamo due tra i migliori interpreti della scena internazionale, l’eclettica Amy Adams (5 candidature all’Oscar, l’ultima lo scorso anno in American Hustle) e il bravissimo Christoph Waltz (due Oscar da miglior attore non protagonista). Si tratta di un importante cambio di passo per Burton (era ora!) visto che dai tempi di Big Fish nel 2003 questo è il primo film (non in animazione) in cui non appare il suo attore feticcio, Johnny Depp, impegnato per le riprese del patetico Trascendence (uno dei film più brutti visti lo scorso anno) e dei ben più promettenti Into the Woods e Mortdecai, in arrivo nelle prossime settimane.

Tornando alla Adams e a Waltz, va detto subito che sono loro il punto forte del film. La prima interpreta in modo convincente una Margaret che, se all’inizio sembra debole e in ombra della forte personalità del marito, caratterizzato da un’indole eccentrica al confine con la follia, emerge in un secondo momento con tutta la sua forza per rivendicare le proprie opere. Amy Adams riesce a farci cogliere entrambi i lati del personaggio portando in scena una perfetta moglie cristiana di metà Novecento, che non si oppone al volere del marito e sembra vivere in conflitto con il mondo in cui vive, ma che finisce per ribellarsi mostrando una determinazione inaspettata.Waltz non è ai livelli di perfezione raggiunti con Bastardi senza gloria e Django Unchained ma comunque sforna una prestazione di buona fattura in un ruolo dai toni esagerati che è totalmente differente dai personaggi tarantiniani. Il suo maggior merito è che, nonostante Walter sia l’antagonista, ci fa addirittura simpatia per larghi tratti della pellicola. Per quanto riguarda il cast di supporto, da segnalare la buona prova di Krysten Ritter, già vista nei panni di Jane Margolis (la fidanzata e vicina di casa di Jesse) in Breaking Bad.

Big Eyes segna anche il ritorno al genere biografico da parte del regista dopo Ed Wood a metà anni Novanta. E come in quel caso, a curare la sceneggiatura sono Scott Alexander e Larry Karaszewski, ed è proprio questa uno dei punti deboli della pellicola, spesso piatta e prevedibile, che non aggiunge nulla di più alla storia originale. Burton non fa niente per metterci quel suo tocco di magia e di surreale che, piaccia o no, era presente nelle sue pellicole precedenti, ma si concentra piuttosto a rimanere aderente il più possibile alla storia. Il regista si limita a dare un vivo colore alla scenografia (ottima, riproduce fedelmente la San Francisco di quegli anni) ma non vi è alcuna intenzione, da parte sua, di smuovere minimamente l’eccessiva linearità della trama.

Nonostante qualche buon momento come l’omaggio al Kubrick di Shining con Walter/Waltz che minaccia la moglie e sua figlia Jane dalla serratura della porta, la pellicola si rivela perciò spesso telefonata senza risparmiarsi alcune cadute nel vuoto come l’imbarazzante cameo di Guido Furlani che interpreta Dino Olivetti.

Peccato perché le premesse per fare un ottimo film c’erano, tra tutte una storia avvincente e un cast molto interessante. Invece Burton non emerge dal livello solamente accettabile che permea gran parte della sua filmografia (eccezion fatta per Edward Mani di forbice e i suoi Batman, non capolavori ma comunque film più che soddisfacenti, altri come Dark Shadows, Mars Attacks e Alice in Wonderland sono addirittura di basso livello), firmando l’ennesimo film discreto.

Ma del resto Burton non è un grande regista e quelli che amano definirlo “visionario” prima o poi se ne faranno una ragione.

Consigliato solo a chi non conosce già la storia e la vita di Margaret Keane. Gli altri possono anche risparmiarselo.

Michael Cirigliano