MESSIEURS, IO VI INVIDIO

CharlieHebdo-satira-risponde

“Parigi è esattamente come qualsiasi altra grande città, ad eccezione di due particolari: a Parigi si mangia bene e si fa l’amore, non meglio ma sicuramente più spesso”

Si apriva con queste parole di Maurice Chevalier Love in the Afternoon, una delle più deliziose commedie sofisticate di Billy Wilder, da sempre legato alla capitale francese, in cui si è rifugiato prima della guerra, ha realizzato il suo primo lungometraggio Amore che redime e che ha omaggiato, in loco o indirettamente, in molte pellicole della sua filmografia. Parole che rendono perfettamente l’idea della sensazione che si prova a camminare per le sue strade, sedersi nei suoi locali o prendere i treni della sua metrò: è uguale alle altre città, ma con un pizzico di magia in più. Quel qualcosa in più non è però l’amore, è l’arte.

Parigi è una città per artisti più che per amanti; chiunque cerchi ispirazione o voglia vedere dal vivo grandi opere trova la sua terra promessa. Un cinefilo al Louvre si ferma davanti a ll giuramento degli Orazi di Jacques-Louis David e pensa a Godard, passeggia per la zona Montparnasse e si lancia emozionato verso la statua di Balzac che Truffaut mostra in Le due inglesi, si siede su una panchina del retro di Notre Dame e ha la stessa visuale che Emmanuel Seigner e Peter Coyote avevano in Luna di Fiele di Polanski, sale sul metrò come Zazie, passa oltre il Mouline Rouge (troppa gente) perché li vicino c’è il locale dove lavorava Amelie. Per questo fa ancora più male leggere che in questa città d’arte e bellezza si è consumato quello che in tutto il mondo è stato ribattezzato “l’11 Settembre europeo”, con l’attacco alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo (che io ho conosciuto, senza poi approfondire, quasi casualmente due anni fa mentre passeggiavo nella sezione “Fumetti” della Feltrinelli in Duomo a Milano), l’uccisione di 12 persone e la simbolica morte della libertà di espressione.

Non intendo parlare della questione Isis, terrorismo, dell’Islam moderato che per alcuni esiste e per altri no; non mi interessa se Oriana Fallaci aveva capito tutto (che poi tutto cosa?) anni fa o se i politici italiani hanno marciato sui corpi ancora caldi di quelle vittime lanciando slogan più o meno vicini ai loro ideali; non commento neanche la moda hashtag, con milioni di persone che #sonoCharlie e neanche l’avevano mai sentito prima, che manifestano per la libertà di parola e sono i primi a chiedere la censura, a tappare la bocca ad artisti (non per forza con il kalashnikov che è l’esempio più estremo di guerra alla liberta di parola e arte, basta anche chiamare vigliaccamente la polizia perché “il locale sotto fa i concertini alle undici di sera e io voglio dormire”) e soprattutto barricarsi dietro paure che quelli che #eranoCharlie e #sonomortiperCharlie non avevano. #IononsonoCharlie, ma li invidio; invidio Charb, Capu, Wolinski, Tignous, Honoré morti con onore e senza paura per una cosa che amavano e difendevano. Li invidio come Truffaut, parigino DOC e amante delle arti, invidiava Richard Dreyfuss nella celeberrima scena finale di Incontri ravvicinati del terzo tipo: con sincerità, commozione e il profondo rispetto di un uomo che vede qualcun altro fare quello che lui ha sempre sognato. Il rispetto è ovvio lo meritano tutti i presenti di quella mattina, nonostante le minacce reiterate. Io non avrei quel coraggio, questo è certo. Sono un Woody Allen più felice vivo nel mio appartamento che morto ma con onori eterni. E da qui nasce l’invidia per quel coraggio.

Mi rattrista la paura che circonda il nome di Parigi in questi giorni, sinonimo di morte e scempi. Una città in cui chi ha 25 o meno anni non paga i musei, che ospita la bellissima mostra su Francois Truffaut alla Cinémathèque i cui sono raccolti i suoi appunti, i suoi oggetti, abiti di scena, libri letti, curiosità, interviste famose e altre meno, articoli scritti ai tempi dei “giovani turchi” non può e non deve incutere timore in chi la vuole visitare. Temere Parigi significa temere la cultura, e senza essa manca l’espressione di cui tutti chiedono la libertà in questi giorni. Leggiamo libri, scriviamo, guardiamo quadri, film, leggiamo fumetti, impariamo; sono armi più forti di quelle che qualsiasi terrorista potrà mai usare contro noi. Perché Parigi è bellissima, l’arte è bellissima, la conoscenza e la cultura sono bellissime. Saranno loro ad invidiarci in quel caso.

Matteo Chessa

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