THE IMITATION GAME: COPIA SBIADITA DI PRODOTTI RIUSCITI

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Quanti film simili abbiamo visto? Quanti biopic dal trailer esaltanti ma dallo svolgimento noioso vedremo ancora in futuro? The Imitation Game, otto nomination ai futuri Oscar, tra cui (non vuol dire nulla per i cinefili ma è comunque un gran riconoscimento) il Miglior Film, fa parte di una macro categoria di prodotti banali, già visti, telefonati, noiosi. Ciò non a causa della storia, peraltro sulla carta interessante, del matematico Alan Turing, padre del computer moderno e creatore di una macchina, Christopher, che permise la decrittazione dell’indecifrabile Codice Enigma con cui i tedeschi si scambiavano messaggi incomprensibili ai nemici durante la seconda guerra mondiale. Le colpe non vanno neanche cercate nel genere(biopic) che nella storia del cinema ha regalato prodotti interessanti, alcuni premiati anche dall’Academy come Emile Zola, Gandhi e Il Discorso del re, se trattati con piglio d’autore (esempi lampanti  più conosciuti da tutti sono i lavori di Fincher, Zodiac e The Social Network). L’errore sta nel coniare spudoratamente prodotti già visti, dal già citato Il Discorso del re al meno conosciuto ma altrettanto premiato dall’Academy (per il Miglior Film straniero) Il Falsario, con sfondo bellico e piaga nazista da giudicare. Manca il brio, come nel pessimo e inutile Royal Weekend o nell’orribile Marilyn ma con l’aggravante di una trama più interessante; manca lo svolgimento della sottotrama, mossa vincente dei titoli citati tre righe sopra, con la nascosta omosessualità che dovrebbe essere un’estensione del gioco imitativo degli scienziati ma che si perde presto in luogo di siparietti poco simpatici e molto imbarazzanti nei bar inglesi. Benedict Cumberbatch si limita al compitino ma pretende di vincere l’Oscar, non considerando che un altro biopic uscito in questo periodo, banale come The Imitation Game, è stato salvato dalla performance incredibile del suo attore principale. Keira Knightley è fastidiosa come sempre (forse la colpa è della Catania, doppiatrice). A salvarsi è come sempre Mark Strong, impeccabile, chirurgico nelle espressioni come nelle movenze. Non guardatelo al cinema, aspettate che esca in tv tra qualche anno, tanto sembra realizzato per questo fine.

Matteo Chessa

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