RIMPIANTI DA OSCAR – IL POSTINO, QUANTO ERA GRANDE MASSIMO TROISI

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Torna l’appuntamento con Waiting for the Oscars che, dopo l’impresa dello scorso anno che ci ha visto recensire tutti i Migliori Film, quest’anno con lo speciale Rimpianti da Oscar esaminerà gli sconfitti più celebri della storia del più ambito premio assegnato dall’Academy. Da qui al 22 febbraio (data in cui si terrà la notte degli Oscar) analizzeremo una serie di capolavori della storia del cinema che sono stati spodestati immeritatamente da film di livello inferiore.

Iniziamo questo percorso facendo un salto all’indietro fino al 1996: quell’anno a vincere fu Braveheart di Mel Gibson, pellicola di buon livello, che sicuramente ebbe un ruolo di primo piano nel risveglio dell’orgoglio nazionale scozzese, ma con una sceneggiatura densa di inesattezze storiche molto pesanti.

Tra i candidati di quell’anno vi era anche un film prodotto anche in Italia, Il Postino di Michael Redford, che aveva come attore protagonista nientemeno che uno straordinario Massimo Troisi, alla sua ultima interpretazione prima della sua prematura morte. Il film uscì nella sale dopo la dipartita dell’attore originario di San Giorgio a Cremano, che scomparse solo 12 ore dopo la fine delle riprese, il 4 giugno 1994. Troisi riuscì a terminare il  film con il cuore stremato, facendosi sostituire in alcune scene da una controfigura.

Il Postino, liberamente tratto dal romanzo Il postino di Neruda di Antonio Skármeta, racconta l’amicizia tra un umile postino, Mario Ruoppolo (Troisi) e Pablo Neruda (Philippe Noiret) durante l’esilio del poeta cileno in Italia. Mario finirà per innamorarsi di una giovane barista, Beatrice (Maria Grazia Cucinotta) e proprio l’amico Neruda lo aiuterà a conquistarla grazie all’arte della poesia.

C’è poco da dire, a rendere indimenticabile questo lavoro è il talento infinito del suo attore protagonista. Il “comico dei sentimenti” (così veniva soprannominato Troisi) dà al timido e impacciato personaggio del postino un’anima e un tocco di malinconia come solo lui era in grado di fare. Le sue espressioni facciali sono spontanee, sentite, vere. Saggio, schivo ma, allo stesso tempo, disponibile si rivela invece il Neruda di Noiret (Nuovo Cinema Paradiso).

È un film statico ma non per questo noioso. La semplicità di Mario Ruoppolo, il suo vivere il mondo con ingenuità e il suo approccio puro verso la poesia catturano lo spettatore sin dai primi istanti; il suo rapporto con Neruda vuole farci sognare: tutto è possibile nei rapporti umani, anche un’amicizia tra un povero portalettere e un poeta di fama universale.

Candidato a cinque Oscar, vinse solo per la migliore colonna sonora (bellissima, curata da Luis Bacalov e Sergio Endrigo). Nemmeno Troisi si portò a casa la statuetta di Miglior attore protagonista (che andò a Nicolas Cage con Via da Las Vegas) ma il nostro Massimo ottenne quella fama internazionale che desiderava e meritava ma che non fece in tempo a godersi.

Michael Cirigliano

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