RIMPIANTI DA OSCAR – MYSTIC RIVER, LA FORZA DEL PASSATO SECONDO CLINT EASTWOOD

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Mentre in Italia Simona Ventura da lì a qualche giorno avrebbe condotto il peggior Festival di Sanremo della storia della più grande kermesse italiana, a Los Angeles il 29 febbraio 2004 fu il giorno dell’apoteosi de Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re di Peter Jackson che si aggiudicò 11 statuette (su 11 candidature) eguagliando il record di Titanic e Ben Hur.

Non stiamo parlando del capitolo migliore della saga (tant’è che l’Oscar è da ritenere un riconoscimento all’intera trilogia) e nemmeno del migliore tra i candidati di quell’anno visto che il 2004 segnò anche il ritorno ad altissimi livelli di Clint Eastwood con uno dei suoi lavori migliori in assoluto, Mystic River.

Le vicende iniziano nel 1975: un bambino viene prelevato da un uomo portato via con un’auto. Verrà violentato e poi riuscirà a fuggire. Due suoi compagni scampano alla stessa sorte. 25 anni dopo, l’uomo, Dave (interpretato da Tim Robbins) ha una moglie (Celeste, Marcia Gay Harden) e un figlio. I suoi due amici sono divenuti uno un poliziotto (Sean, Kevin Bacon) e l’altro un commerciante (Jimmy, Sean Penn). Un giorno la figlia diciannovenne di quest’ultimo viene trovata massacrata e i sospetti ricadono proprio su Dave. Questo è solo l’inizio di un thriller atipico che non si risparmia colpi di scena (come lo stesso finale che lascia letteralmente senza fiato) ma che fa dell’esplorazione degli stati d’animo e delle esistenze dei personaggi il suo punto di forza.

Clint girò la pellicola in soli 39 giorni (si superò l’anno seguente girando Million Dollar Baby in 37 giorni) portando sullo schermo il romanzo La morte non dimentica di Dennis Lehane (che interpreta un cameo, appare su una decappottabile durante la parata finale). Il risultato è un film doloroso e carico di riflessioni profonde e angoscianti che ritrae abilmente le diverse modalità di interpretazione delle vicende esistenziali a partire dalle differenti reazioni al lutto e al dolore che divergono a seconda delle esperienze vissute in passato. È un film che guarda indietro, con flashback e analogie, attraverso un viaggio interiore che i tre protagonisti si trovano a dover affrontare. E per un’opera del genere, il regista californiano trova in Sean Penn e Tim Robbins due interpreti ideali (premiati entrambi con l’Oscar). Il primo, uno dei migliori attori degli ultimi anni, domina la scena riuscendo a conferire al personaggio del padre dilaniato dal lutto una profondità e una complessità indescrivibili. Robbins interpreta magistralmente la parte dell’adulto problematico in lotta con i fantasmi del suo tragico passato di vittima e continuando a essere vittima, ma del suo destino. Bene anche Kevin Bacon, bravissimo nel far nascondere i problemi del suo Sean al mondo e soprattuto a se stesso.

Peccato per Clint Eastwood che non si portò a casa nemmeno la Miglior Regia (vinse Peter Jackson) ma si sarebbe riscattato l’anno dopo stregandoci ancora una volta e per l’ennesima volta, con Million Dollar Baby.

Michael Cirigliano

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