FILM IN SALA: MORTDECAI, LA TRUFFA GLI FA UN BAFFO

Nell’osservare le movenze e la personalità di Charlie Mortdecai alzi la mano chi non ha pensato subito a Jack Sparrow, Tonto o a uno degli altri mille personaggi interpretati da Johnny Depp negli ultimi anni. Purtroppo l’attore americano sembra essersi inspiegabilmente rinchiuso in un default character che ne limita la linfa creativa. La pellicola in generale risulta essere un prodotto alquanto schizofrenico; a tratti commedia demenziale, a tratti heist movie condito da humor british, il film sembra straniante anche per gli stessi attori (un cast sicuramente stellare ma forse non ideale per il tipo di commedia). La regia di Koepp (Secret Window) è al servizio delle interpretazioni e proprio da queste viene in parte tradita. La sceneggiatura infrange una delle principali regole comiche non scritte ovvero che uno sketch non può essere ripetuto più di due volte perché poi non fa più ridere. Anzi a volte irrita proprio come i baffi del protagonista. Il problema principale di Mortdecai è proprio la ripetitività: il meccanismo narrativo infatti alterna continuamente viaggi intercontinentali,inseguimenti, gag riuscite (quelle con il forzuto Jock) e altre decisamente discutibili (il vomito su tutte). Con un pizzico di originalità in più il risultato sarebbe stato ben diverso. Un’occasione persa, purtroppo.

Francesco Pierucci

RIMPIANTI DA OSCAR –TORO SCATENATO: DATE A MARTIN QUEL CHE E’ DI MARTIN

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Nella notte degli Oscar una delle attività più svolte dal pubblico a casa è il cercare, guardando il volto dei candidati alla vittoria della statuetta, di notare le loro espressioni e le loro reazioni dopo la nomina del vincitore per notare i sentimenti contrastanti. Tra le tante è indimenticabile, soprattutto per noi italiani, quella di Roberto Benigni che, al grido della Loren, si alzò in piedi e cominciò a camminare sui seggiolini trasportato sino al palco dalle mani degli ospiti che ne approfittavano per congratularsi con lui. Al primo posto però non può non esserci il grande Martin Scorsese che nel 1981 dovette subire una dura sconfitta portando a casa solo due statuette su otto alle quali era candidato il suo Raging Bull ( Toro Scatenato) autentico capolavoro del regista newyorkese. Quell’anno la vittoria del miglior film andò a Ordinary People di Robert Redford, che si aggiudicò anche la statuetta come miglior regista. A distanza di anni però pare lecito dire che la pellicola di Scorsese meritava sorte migliore. Sceneggiato da Paul Schrader e Mardik Martin, che s’ispirarono alla sua autobiografia, è la storia del campione mondiale dei pesi medi Jake La Motta, della sua ascesa ai massimi livelli del pugilato e della sua distruzione. Una parabola discendente che porterà quest’uomo a vendersi per perdere un incontro e a ritrovarsi come gestore di squallidi night club. L’interpretazione di De Niro è eccezionale, caratterizzata da un’immedesimazione perfetta del personaggio che lo porterà a prendere lezioni di boxe in segreto da La Motta ( tant’è che lo stesso pugile ammise che l’attore sarebbe stato pronto per lottare seriamente), a rompere le costole a Joe Pesci in una scena del film ma soprattutto a ingrassare ben trenta chili per interpretare la fine del “Toro del Bronx”, interpretazione che gli consentirà di vincere a mani basse l’Oscar come miglior attore. Le immagini sul ring non sono numerose ma sono fredde e crude, anche per merito di Thelma Schoonmaker, vincitrice dell’Oscar per il montaggio (e recentemente premiata a Venezia per la sua splendida carriera), e della stupenda fotografia in bianconero di Michael Chapman. Unica spiegazione per  il Miglior Film mancato può essere che pochi anni prima trionfò un altro film incentrato sul mondo della boxe, Rocky. Ciò non basta a motivare la sconfitta perché Toro Scatenato è ben più di un semplice film sul pugilato, è una pellicola che mostra la facilità che l’uomo ha nell’autodistruggersi, tema immortale e mai datato che trova nel film di Scorsese la sua più aulica realizzazione.

Nicola Chessa

AL DISOCCUPATO PIACE… LEGGERE PANDA – BREVE COMMENTO AL RECENTE A PANDA PIACE FARE I FUMETTI DEGLI ALTRI E VICEVERSA

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Devo ringraziare una chiacchierata al bar con un mio amico se mi sono deciso ad acquistare in fumetteria questo A Panda Piace… Fare i Fumetti degli Altri e Viceversa, che è rimasto sullo scaffale del negozio per mesi e che ogni volta mi implorava di prenderlo come un cucciolo del canile. Mai lettura fu più gradita!

Il volume è sostanzialmente un “what if…?”, una serie di storie che ipotizzano come Panda (con la p maiuscola così capite che è il protagonista) si sarebbe comportato e avrebbe vissuto se fosse stato disegnato da altri autori italiani, vissuto come super eroe della Marvel o come sarebbe andata se avesse incontrato Rat-Man.

Molto molto divertenti sono il capitolo di Zero, che scherza su come è buono Panda rispetto al suo armadillo, animale che darebbe molto filo da torcere a Bevilacqua, e le 3 pagine di Caselli (famosa firma italiana di The Amazing Spider-Man), che presta le sue arti per ‘Peter Panda’.

Il filo conduttore sono ovviamente le sue dinamiche più “ordinarie” come la famosa ansia che anche in questa avventura si personalizza in un essere tutto nero! A me questo duo ricorda sempre molto Naruto e Kurama… non Calvin e Hobbes come vogliono farci credere, però non scrivo io il fumetto.

Non mancano le intromissioni del simpaticissimo Godfrey o del Dr.Scimmia, quel pervertito.

Poi si scherza anche sullo strapotere della Disney nel mondo mediatico, battuta sentita troppo spesso ma che fornisce qui un siparietto davvero divertente, solo per i nomi storpiati di certi personaggi valeva la pena perderci tempo.

Chiudo ricordando che molti degli autori che partecipano a questo crossover del fumetto italiano si sono fatti notare tramite internet… e solo dopo si sono trasferiti su carta!

Pietro Micheli

RIMPIANTI DA OSCAR – IL POSTINO, QUANTO ERA GRANDE MASSIMO TROISI

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Torna l’appuntamento con Waiting for the Oscars che, dopo l’impresa dello scorso anno che ci ha visto recensire tutti i Migliori Film, quest’anno con lo speciale Rimpianti da Oscar esaminerà gli sconfitti più celebri della storia del più ambito premio assegnato dall’Academy. Da qui al 22 febbraio (data in cui si terrà la notte degli Oscar) analizzeremo una serie di capolavori della storia del cinema che sono stati spodestati immeritatamente da film di livello inferiore.

Iniziamo questo percorso facendo un salto all’indietro fino al 1996: quell’anno a vincere fu Braveheart di Mel Gibson, pellicola di buon livello, che sicuramente ebbe un ruolo di primo piano nel risveglio dell’orgoglio nazionale scozzese, ma con una sceneggiatura densa di inesattezze storiche molto pesanti.

Tra i candidati di quell’anno vi era anche un film prodotto anche in Italia, Il Postino di Michael Redford, che aveva come attore protagonista nientemeno che uno straordinario Massimo Troisi, alla sua ultima interpretazione prima della sua prematura morte. Il film uscì nella sale dopo la dipartita dell’attore originario di San Giorgio a Cremano, che scomparse solo 12 ore dopo la fine delle riprese, il 4 giugno 1994. Troisi riuscì a terminare il  film con il cuore stremato, facendosi sostituire in alcune scene da una controfigura.

Il Postino, liberamente tratto dal romanzo Il postino di Neruda di Antonio Skármeta, racconta l’amicizia tra un umile postino, Mario Ruoppolo (Troisi) e Pablo Neruda (Philippe Noiret) durante l’esilio del poeta cileno in Italia. Mario finirà per innamorarsi di una giovane barista, Beatrice (Maria Grazia Cucinotta) e proprio l’amico Neruda lo aiuterà a conquistarla grazie all’arte della poesia.

C’è poco da dire, a rendere indimenticabile questo lavoro è il talento infinito del suo attore protagonista. Il “comico dei sentimenti” (così veniva soprannominato Troisi) dà al timido e impacciato personaggio del postino un’anima e un tocco di malinconia come solo lui era in grado di fare. Le sue espressioni facciali sono spontanee, sentite, vere. Saggio, schivo ma, allo stesso tempo, disponibile si rivela invece il Neruda di Noiret (Nuovo Cinema Paradiso).

È un film statico ma non per questo noioso. La semplicità di Mario Ruoppolo, il suo vivere il mondo con ingenuità e il suo approccio puro verso la poesia catturano lo spettatore sin dai primi istanti; il suo rapporto con Neruda vuole farci sognare: tutto è possibile nei rapporti umani, anche un’amicizia tra un povero portalettere e un poeta di fama universale.

Candidato a cinque Oscar, vinse solo per la migliore colonna sonora (bellissima, curata da Luis Bacalov e Sergio Endrigo). Nemmeno Troisi si portò a casa la statuetta di Miglior attore protagonista (che andò a Nicolas Cage con Via da Las Vegas) ma il nostro Massimo ottenne quella fama internazionale che desiderava e meritava ma che non fece in tempo a godersi.

Michael Cirigliano

TOP 5- I MANGAKA PIU’ AMATI DAI GIAPPONESI

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TAKEHIKO INOUE

In quinta posizione troviamo l’autore che con le sue opere ha fatto conoscere il basket ai giapponesi: da Slam Dunk (forse il miglior spokon di sempre), a Buzzer Beater, passando per Real. Da sottolineare anche il tratto magnifico di Vagabond che riprende la storia del leggendario Ronin Miyamoto.

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EIICHIRO ODA

Non credo ci siamo bisogno di spendere ulteriori parole per il Sensei, assoluto protagonista di questo blog con il capolavoro One Piece.

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FUJIKO F. FUJIO

Pseudonimo dei mangaka Fujimoto-Abiko, ci si aspettava di trovarli più in alto per l’importanza monumentale che ha avuto in tutta l’Asia (e oltre) un personaggio come Doraemon. Non vanno dimenticati però Carletto, il principe dei mostri e Nino, il mio amico Ninja.

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Toriyama

AKIRA TORIYAMA

Il padre della nostra infanzia lo ritroviamo in seconda posizione. L’uomo (faccia sveglia…) che ci ha emozionato e ha dato via alle nostre più recondite fantasie con quel capolavoro che è Dragon Ball. Quante volte abbiamo rischiato la vita per riuscire a tornare da scuola in tempo per l’appuntamento con Goku&Friend. Nota di merito anche per Dr. Slump&Arale e le cacchine rosa.

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OSAMU TEZUKA

Era piuttosto prevedibile trovare in prima posizione colui che è conosciuto come “il Dio dei Manga”. Sembra evidente stilando la classifica che i mangaka più sono brutti più sono bravi. E Osamu con quel coppolino non fa eccezione. L’autore di Astro Boy e di Simb… volevo dire Kimba, il leone bianco vince nettamente per distacco.

Francesco Pierucci

UN REGISTA TRE FILM: FRANCOIS TRUFFAUT

Francois Truffaut

Una delle menti più brillanti della storia del cinema, critico e appassionato della settima arte di cui ha una conoscenza spropositata (saprete tutto, oh voi cinefili incalliti, sul suo rapporto con Bazin e sui “giovani turchi” del Chariers du Cinema), si cimenta con la regia nel 1959 (prima alcuni corti) ed è subito capolavoro: I 400 colpi è un film imprescindibile per chi ha pretese di conoscere il cinema. Per molti però Francois Truffaut inizia e finisce con questo film; sono invece tanti (TUTTI) i titoli da recuperare del regista francese, dai quattro successivi lavori della saga di Antoin Doinel (il corto Antoin e Colette episodio del lungometraggio a più mani L’amore a vent’anni, Baci Rubati, Domicile Conjugal e L’amore fugge) al bellissimo La calda amante, da Adele H a, logicamente, Jules e Jim, il suo capolavoro. Impossibile scegliere i suoi tre migliori film, propongo i miei tre preferiti

LA SPOSA IN NERO

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Jeanne Moreau, già attrice di Jules e Jim, nelle vesti di una sposa vendicatrice decisa a uccidere i cinque responsabili della morte del neo-marito, freddato da un colpo di fucile fuori dalla chiesa. Esemplare opera sulla vendetta e sull’amore, ha tocchi di regia poetici.

IL RAGAZZO SELVAGGIO

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Victor , bambino cresciuto nella foresta in cattività, viene affidato al dottor Jean Itard che crede di poterlo educare nonostante l’età avanzata. Truffaut (qui anche attore) ha un rapporto stretto con i bambini, da Jean Pierre Laud ne I 400 colpi alle scolaresche di Gli anni in tasca; raggiunge il suo apice con l’emozionante Jeanne Pierre Cargol, di impressionante bravura. Aulica lezione di logopedia e educazione infantile.

EFFETTO NOTTE

Truffaut La Nuit Americaine

Un film sul cinema, un film per il cinema. Produzione e retroscena del lungometraggio Vi presento Pamela, mostra la vita di attori e staff quando sono impegnati nella realizzazione di un film. Premiato come Miglior Film straniero agli Oscar 1974, è il più grande film meta-cinematografico mai realizzato.

DA RECUPERARE ASSOLUTAMENTE (E NON ANCORA CITATI)

LA MIA DROGA SI CHIAMA JULIE

L’UOMO CHE AMAVA LE DONNE

LA CAMERA VERDE

L’ULTIMO METRO’

FINALMENTE DOMENICA

Matteo Chessa

L’IMPERO DEI MORTI – ROMERO A FUMETTI

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Tra pochi giorni riprende The Walking Dead, contenti? Per ingannare l’attesa eccovi una carovana di zombie, cucinati dal creatore degli Azzannatori moderni George A. Romero

Come recita la 4° di copertina de L’Impero dei Morti sono passati 5 anni dal primo attacco zombie, quello visto in La Notte dei Morti Viventi, e il mondo ha trovato un nuovo equilibrio. Romero punta l’obbiettivo su New York City dove arriva una giovane dottoressa, Penny Jones, convinta di poter rendere mansueti gli ambulanti sfruttando il ricordo che questi hanno della loro vita passata.

L’ormai già stravisto “noi vivi siamo i veri morti che camminano” acquista nuovo significato se si scopre cosa nascondono i politici della città e soprattutto gli zombie.

I personaggi che popolano L’Impero dei Morti sono tanto inquietanti quanto affascinanti, Penny è una protagonista a modo suo originale visto il contesto in cui si muove e anche gli altri Chandrake, Bill e Paul hanno un certo senso nella storia. Come immaginabile, i costumi e le abitudini dell’umanità si sono quanto meno corrotti e non mancano prostitute, poliziotti violenti e mafiosetti da quartiere, delinquenti che non tengono il confronto con i politici! Chandrake ad esempio è il sindaco di NY, uomo di potere che non le manda certo a dire, controlla con la paura molte persone illustri della Grande Mela, si fa arrivare donne sempre fresche e ha molta voglia di farsi rieleggere. Il Sindaco è anche il protettore della città e fornisce ai cittadini tutti il cibo e il divertimento di cui hanno bisogno, infatti la grande attrazione di questa NY è “l’arena degli zombie”, dove i morti combattono l’un l’altro come gladiatori e sono addestrati da Paul. L’uomo di fiducia del sindaco scova per strada i più “intelligenti” e li fa diventare dei lottatori provetti… molto figo!

I disegni sono di Alex Maleev, un artista che personalmente amo molto e che ben si sposa con la scrittura di Romero (l’ha scelto lui non a caso). I colori sono molto cupi ma certi particolari saltano subito fuori dalla pagina come se ogni personaggio avesse un faro colorato puntato su di se.

Ormai vanno di moda quelle storie che hanno come copertina gli zombie ma che in realtà vogliono raccontare come se la passano i vivi, L’Impero dei Morti è un po il contrario, in queste pagine sono i morti ad avere più cose da dire e la psicologia da approfondire è la loro non quella dei personaggi normali, leggere per credere.

Pietro Micheli