SERIE TV – 1992, SKY DIMOSTRA ANCORA UNA VOLTA DI SAPER FARE TELEVISIONE

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Tangentopoli è stato un evento determinante della storia italiana, un ciclone che ha spazzato via tutto ciò che l’Italia repubblicana era stata fino a quel momento. L’inchiesta Mani Pulite ha segnato il tramonto non solo di un’intera classe politica, ma anche di un sistema di valori sociale e culturale, in un anno già funestato dalle stragi di mafia.

Tutto cominciò in un freddo 17 febbraio 1992 quando il pubblico ministero di Milano Antonio Di Pietro riuscì ad ottenere un’ordine di cattura nei confronti dell’ingegner Mario Chiesa, esponente di spicco del PSI milanese, colto in flagrante mentre intascava una tangente dall’imprenditore monzese Luca Magni. Con questa tristemente celeberrima scena inizia la serie 1992, con un Di Pietro più misurato di quello che siamo abituati a vedere ma comunque verosimile, interpretato da un Antonio Gerardi in stato di grazia, Ad affiancarlo vi sono due giovani ufficiali (si tratta di personaggi di invenzione, come tutti i protagonisti), Luca Pastore (Domenico Diele) e Rocco Venturi (Alessandro Roja). A questa si intrecciano altre storie. Vi è innanzitutto il filone, per così dire, “berlusconiano” con il personaggio di Leonardo Notte (Stefano Accorsi, che ha anche ideato la serie), pubblicitario di successo di Publitalia ’80, la concessionaria esclusiva di pubblicità di Mediaset, guidata ai tempi dal braccio destro di Berlusconi, Marcello Dell’Utri. Il Cavaliere non si vede nei primi due episodi (eccetto per una scena nei bagni con lo stesso Notte in cui però non viene inquadrato), ma la sua presenza si sente, la si avverte nell’aria. Si ha la sensazione di avere a che fare con un personaggio determinante ma che non ha bisogno di apparire on screen per risultare decisivo, un po’ come la madre di Howard in Big Bang Theory. Poi c’è la Lega Nord, la speranza politica di quegli anni con Pietro Bosco, un veterano della Guerra del Golfo che viene candidato alle elezioni del 1992 dal partito di Bossi dopo aver salvato un dirigente leghista dall’assalto di alcuni delinquenti albanesi nei pressi di Piazza Duomo a Milano. Infine abbiamo due quote rosa: una sorprendente Miriam Leone, di una bellezza come sempre ribaltante, nei panni di Veronica Castello, una showgirl pronta a tutto pur di arrivare a condurre Domenica In;e Tea Falco, ovvero Beatrice Mainaghi (figlia dell’imprenditore Michele Mainaghi), erede della Milano Bene, che però si perde e sceglie la strada sbagliata.

Come si può notare, la carne al fuoco è molta (forse troppa), non saperla gestire potrebbe risultare fatale per il prosieguo della serie. Ma nei primi due episodi la sceneggiatura regge brillantemente e la regia di Giuseppe Gagliardi cerca di sincronizzare il ritmo delle riprese con il respiro dei protagonisti. È difficile sapere guardarsi nello specchio della propria storia, raccontarla e interpretarla soprattutto quando la storia è fitta di misteri e scomode rivelazioni.

Dopo Boris, Romanzo Criminale e Gomorra ecco quindi un altro prodotto targato Sky che nulla ha da invidiare alle serie d’Oltreoceano, tant’è che è già stata venduta in vari paesi Europei. Forse dobbiamo arrenderci al fatto che in Italia il servizio pubblico, quello vero, quello che vuole far riflettere lo spettatore, che scava nell’identità nazionale, che si prende rischi pur di raccontare una storia che merita di essere raccontata, lo faccia una TV a pagamento.

Chi vi scrive è un rassegnato amante della verità e questa è una serie che contribuisce a riportarla a galla o quantomeno a non farcela dimenticare.

Michael Cirigliano

THE LOOK OF SILENCE-UNIPOL BIOGRAFILM COLLECTION

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In occasione della proiezione di domani per la Unipol Biografilm Collection, sfruttiamo l’occasione per parlare di The Look of Silence di Joshua Oppenheimer. Il regista di Austin è probabilmente uno dei documentaristi più interessanti e talentuosi degli ultimi vent’anni. Qualche anno fa ha scioccato il pubblico di tutto il mondo con The Act of Killing, cruda testimonianza della purga anticomunista raccontata attraverso gli occhi di due preman (gangster) che è diventato un vero e proprio “caso” mondiale e che, oltre alla nomination agli Oscar del 2014, aveva vinto anche il Lancia Award.  Poi con The Look of Silence ha continuato la sua indagine sul genocidio indonesiano attraverso il racconto dell’epurazione compiuta dal generale Suharto tra il 1965 e il 1966  ed è stato giustamente premiato al Festival di Venezia con il Gran Premio della Giuria.

Chi è affascinato dallo scontro tra cinema e realtà, tra ricordo e ricostruzione storica, tra tradizione e innovazione non può mancare all’appuntamento con l’ultima opera di Oppenheimer.

Francesco Pierucci

 

 

I MIGLIORI “COLPI GROSSI” DEL CINEMA. I CAPER MOVIE

Il Caper Movie (o anche, per i fichi, heist movie) è un genere che ha sempre avuto un discreto successo cinematografico. Solitamente ruota intorno a una banda di criminali che, studiando accuratamente e dettagliatamente un piano e preparandosi scrupolosamente per realizzarlo, mette in atto una rapina o una truffa. Anche se spesso viene considerato  erroneamente un sottogenere del thriller, può essere contaminato da altri generi cinematografici (si pensi a Full Monty, un evidente caper movie il cui fine non è però un furto ma uno spogliarello). Tanti sono i titoli nel mondo della settima arte che meritano di essere annoverati in questa classifica (si pensi al premio Oscar La Stangata, già recensito dal blog QUI); io vi propongo questi cinque.

RAPINA A MANO ARMATA

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Tratto dal romanzo Clean Break di Lionel White, terzo lungometraggio di Kubrick, il primo che fa urlare al genio. Uscito dal carcere, Johnny (Sterling Hayden) organizza un piano per rapinare un ippodromo. Il colpo frutta due milioni di dollari ma sprigiona la crudeltà dei complici. Ritmo incalzante, b/n spettacolare e movimenti di macchina che non a caso hanno fatto gridare al nuovo Welles.

GIUNGLA D’ASFALTO

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1950, John Huston. Cronaca di un furto in una gioielleria. Il colpa va in porto ma i rapporti si guastano. Capostipite del genere, tratto dal romanzo di Burnett, ha avuto tre remake (inferiori). Sterling Heyden e Sam Jaffe in grande spolvero e una Marilyn Monroe agli esordi. Uno dei capolavori noir americani.

I SOLITI IGNOTI

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Uno dei pilastri della commedia italiana, diretto da Monicelli e interpretato da un affiatato cast che annovera Gassaman, Mastroianni, Totò, Salvatori, Claudia Cardinale. Un gruppetto di furfanti senza talento tenta un colpo in un Monte dei Pegni periferico. Il piano fallisce. Innovativo per il cinema del tempo, pone al centro il tema dell’amicizia virile mai vista prima in Italia. È anche il primo film comico italiano in cui si muore. Sceneggiato perfettamente da Age, Scarpelli e  Suso Cecchi D’Amico.

INSIDE MAN

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Quattro rapinatori entrano in una banca di Broadway e prendono in ostaggio cinquanta persone vestendole come loro. Senza fretta trattano il rilascio delle persone con un intelligente detective nero. È una partita a scacchi. Spike Lee fa centro regalando al cinema il miglior film su una rapina in banca (al pari di Quel pomeriggio di un giorno da cani). Ottimo Denzel Washingtown, ma è Clive Owen la star.

RIFIFI

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Capolavoro francese di Jules Dassin (che ha regalato al cinema un altro famoso heist movie, Topkapi, oltre al capolavoro noir La città nuda). Due bande rivali si contendono la refurtiva di una gioielleria . Celeberrima sequenza muta di mezzora. Inutile dirlo, recuperatelo.

Matteo Chessa

QUESTO E’ UN BLOG CHE PARLA DEI FUMETTI DI SIO

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Allora, se tanto mi dà tanto pochi di voi sapranno di chi sto parlando.

Sio, questo strano artista, esordisce nel mondo del fumetto autoprodotto, ma poco dopo viene reclutato nella fucina di fumettisti della Shockdom, famoso sito dove sono pubblicate strisce e storie di giovani talenti che creano fumetti appositamente per il web; su questa piattaforma Sio si fa notare quasi subito, siamo nel 2006.

A colpire è la stupidità e l’incoerenza di molte delle sue strisce, i giochi di parole sono i protagonisti assoluti… non so come spiegarlo a qualcuno che non abbia mai letto qualcosa di Sio: le situazioni in cui gli omini si trovano a vivere nascono dal prendere alla lettera certe affermazioni, oppure semplicemente i personaggi fanno qualcosa di inaspettato e violento che non ha coerenza con quello che succede nel riquadro precedente della strisca.

A parte personaggi ricorrenti, le tante ma brevissime creazioni di Sio sono autoconclusive e sono appunto realizzate per una fruizione sporadica, non che ci sia molto da dire dopo che uno prende un treno da mangiare da portare via.

Il suo stile tocca anche You Tube, dove sono pubblicati video che animano la pazzia con cui fa ridere i lettori. Famosi anche i video musicali, uno addirittura con Elio e le Storie Tese, ma anche le parodie di Milei Cyrus, Frozen o Ac/Dc.

Colpo di genio nel 2013, non potendo partecipare fisicamente a Lucca Comics si collega con una webcam e regala ai suoi estimatori le famose 30 strisce in 30 minuti anche queste finite su you tube.

Sio, che a scuola conoscevano come Simone Albrigi, ha recentemente sfondato il muro del web arrivando anche in edicola con Scottecs Magazine: volumetto sottile che riporta in auge uno dei personaggi con cui esordiva anni fa.

Qualche mese fa è uscito il volumone ritratto nel immagine, dove sono raccolti anni e anni di grasse risate prima fruibili solo su intenet!

Pietro Micheli

CINQUE GRANDI FILM SULL’ALCOLISMO

“ Il mio fisico non lo tollera, l’alcol. Veramente! Ho bevuto due Martini, la vigilia dell’ultimo dell’anno, e ho tentato di dirottare un ascensore su Cuba!”

Questo fulminante aforisma di Woody Allen suggerisce una riflessione: il regista newyorkese, che nella sua lunga carriera ha affrontato diverse tematiche scomode e forti (sesso, Dio, esistenza dopo la morte, senso della vita, nulla assoluto) mai si è cimentato con l’alcolismo, rifiutato non solo dal suo fisico ma dal suo intero cinema. Non che nei suoi film non si beva mai, anzi, ma la patologia in sé, i suoi sintomi, le conseguenze e le possibili cure sono totalmente assenti. Se Allen evita l’argomento non mancano comunque esempi nella storia del cinema che lo trattano; da La gatta sul tetto che scotta di Richard Brooks a Sotto il vulcano di John Huston, da Barfly (o il più recente Mosche da bar di Steve Buscemi) o Factotum rispettivamente sceneggiato da e tratto da un romanzo di Bukowski al drammatico Amarsi di Luis Mandoki. Tantissimi sono i titoli e i registi che esaminano l’argomento; ecco i cinque migliori per Il Disoccupato Illustre.

VIA DA LAS VEGAS

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Tratto dall’ominimo romanzo di John O’Brien, diretto da Mike Figgis e magnificamente interpretato da Nicolas Cage nella parte della sua vita, quella che zittisce i detrattori. Ben, alcolizzato e solo, si reca a Las Vegas per bere fino alla morte. Conosce una prostituta, Sara, e nasce l’amore. Ma nonostante ciò non cambia il suo piano. Elisabeth Shue ottima spalla. Finale commovente.

I GIORNI DEL VINO E DELLE ROSE

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Joe e Kirsten, sposati, sono accaniti bevitori. Dopo la nascita della loro prima figlia decidono di smettere. Joe ci riesce grazie agli Alcolisti Anonimi, la moglie no. Lui decide di starle vicino. Primo film che Jack Lemmon gira con Blake Edwards, è forse il migliore del regista, sicuramente il più personale. Lieto fine evitato. Titolo tratto da una poesia di Ernest Dowson.

L’ANGELO UBRIACO

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Giovane mafioso di un quartiere dei bassifondi di Tokio malato di tbc si affida, dopo vari litigi, ad un dottore alcolizzato ma di buon cuore che cerca di salvargli la vita. Primo film di Toshiro Mifune, è uno dei grandi capolavori di Kurosawa con un Takashi Shimura in grande spolvero. Clint Eastwood e Gran Torino gli devono molto.

GIORNI PERDUTI

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Il film più famoso sull’argomento, premiato con l’Oscar al Miglior Film. Già tratto nel blog (QUI la recensione). Un capolavoro di Billy Wilder da vedere assolutamente.

FUOCO FATUO

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1963, Louis Malle. Tratto dall’omonimo romanzo di Pierre Drieu La Rochelle, racconta le ultime 36 ore di Alain, una vita distrutta dall’alcol e dai troppi momenti mancati. Decide di suicidarsi, non prima di un ultimo incontro con amici ed ex amanti parigine. Considerato da molti il miglior film del regista, è commovente perché “patetico a ripetizione” (Truffaut). Splendido bianco e nero di Cloquet.

Matteo Chessa

TOP 5- FILM DI MAGGIORE INCASSO DELLA STORIA DEL CINEMA

Dopo il bell’articolo del collega Matteo Chessa sui grandi flop della storia del cinema, mi sono sentito in dovere di scriverne la controparte. Piccola postilla: visto che noi Disoccupati facciamo le cose per bene, i film in classifica tengono conto del tasso d’inflazione dal 1895 a oggi.

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TUTTI INSIEME APPASSIONATAMENTE

Al quinto posto troviamo il musical campione d’incassi. Quel volpone di Robert Wiise si portò a casa 5 Oscar dirigendo la straordinaria Julie Andrews.

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TITANIC

Il blockbuster per eccellenza lo troviamo a un passo dal podio. Undici statuette, due miliardi e mezzo di dollari incassati e la consacrazione del talento di Leonardo Di Caprio.

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GUERRE STELLARI

Sul gradino più basso del podio, troviamo il primo capitolo della trilogia (divenuta purtroppo esalogia e a breve eptalogia “grazie” alla Disney) di George Lucas che dopo questo exploit si è potuto comprare quel benedetto ranch e probabilmente anche altre sciocchezzuole.

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AVATAR

James Cameron ci riprova e si supera: dopo Titanic ecco Avatar. Risultato? Quasi due miliardi e otto di incassi (di cui credo la metà spesi in pubblicità) grazie a uno dei 3D meglio strutturati che abbia mai visto. La storia invece è quella di Pocahontas.

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VIA COL VENTO

Al primo posto l’intramontabile storia d’amore tra Rossella e Reth targata 1939 e diretta dalla triade a staffetta Wood-Cukor-Fleming. Fiumi di Oscar e posto d’onore tra i film più importanti della storia del cinema, Via col vento rimane l’unico lungometraggio ad aver superato i tre miliardi d’incasso.

 

Francesco Pierucci

OUTCAST, IL REIETTO – ALTRO OSCAR PER KIRKMAN?

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Arriva in questi giorni in edicola un nuovo mensile a fumetti, che ho letto per voi su una panchina della stazione di Milano.

Dunque, Outcas è la recente fatica di Robert Kirkman aiutato ora da Paul Azaceta, disegnatore dal tratto molto deciso e semplice, che non carica le vignette di troppi dettagli e che ben sa organizzare dentro la pagina la strabordante immaginazione del nostro Robert.

Venendo un po’ alla trama e all’ambientazione, siamo nel genere horror e in particolare quel filone di demoni, bambini pallidi e possessioni di sorta; il protagonista è Kyle, e ha a che fare con queste cose da tutta una vita; grazie a sporadici flashback e frasi dei personaggi si compone un puzzle di dolore e sofferenza che lo perseguita dal infanzia.

I protagonisti secondari sono molto stereotipati, come nel più classico dei film terrore: c’è il prete, la sorella e il cognato poliziotto che è anche uno stronzo; Poi ci sono le famiglie e gli abitanti di questa piccola cittadina della Virginia, che temo faranno una brutta fine man mano che la storia andrà avanti. I dialoghi sono molto concitati e semplici, Kirkman li usa per far progredire la trama e la comprensione del lettore su quanto sta leggendo, la caratterizzazione dei personaggi è invece affidata alle esperienze di ciascuno, di cui scopriamo i dettagli pagina dopo pagina.
Parlare di capolavoro è ancora prematuro.

Le potenzialità ci sono tutte, Rob non ha mai scritto nulla di brutto, la storia fino ad un certo livello è appetibile dalla maggior parte del pubblico e il protagonista mi ha già conquistato… siamo ancora al primo numero però ci vorrà ancora qualche mese per comprendere a pieno i piani di Kirkman per la serie.

Che Outcast dovesse arrivare in Italia era certo, ma non si sapeva ne quando, ne in che modo.

Un volumetto dedicato per le edicole non era scontato, si era pensato ai libri da fumetteria e persino a inserire la serie anche fisicamente nel già famoso universo di Robert K., ovvero in appendice al vendutissimo “The Walking Dead bonelliano”, ma in fans degli zombie si sono opposti.

Pietro Micheli