TOP 5: IL CIRCO NEL CINEMA

DUMBO

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“Ne ho viste di cose da raccontar, giammai gli elefanti volar” cantano irrisori i corvi che non credono alla storia appena raccontata dal topolino Timoteo, secondo cui l’elefantino Dumbo, conosciuto nel circo dove lavorano entrambi, può volare grazie alle sue orecchie enormi. Uno dei migliori prodotti Disney, sfrutta al meglio la figura non antropomorfizzata dell’elefantino, grande novità della casa di produzione, e alcune scene commoventi per far suggerire una riflessione sul razzismo e la diversità. Il tutto nel 1941, in piena guerra mondiale. È il film che ha fatto piangere le truppe alleate di tutto il mondo, soprattutto per la scena della madre in catene che alleva il piccolo. Famosissima la scena degli elefanti rosa. Invecchiato benissimo, riceve ancora oggi molti consensi nonostante la contestualizzazione storica sia essenziale per la comprensione.

FREAKS

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Uno dei più grandi cult movies di sempre su cui aleggia un’aura maledetta che ti attira alla visione e ti cattura dopo la fruizione. Diretto da Tod Browning, dai più conosciuto solo per questo film ma che annovera in carriera più di cento titoli, che svolse in gioventù attività circensi prima di darsi al cinema, narra le vicende degli artisti di un circo, particolari perché bizzarri e deformi. Tra uno di questi e la bella (e non deforme) trapezista Cleopatra nasce l’amore, più per accaparrarsi assieme all’amante Ercole l’ingente eredità che per passione. I freaks, scoperto il piano, si vendicano brutalmente. Capolavoro dell’horror, ha una scena finale forte e famosissima.

IL CIRCO

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Charlie Chaplin, 1928. Uno dei più riusciti capolavori dell’inglese che gli valse un Oscar speciale nella prima edizione del premio per “per la versatilità ed il genio nella recitazione, sceneggiatura, regia e produzione”; traduzione: Chaplin è troppo più bravo degli altri, diamogli un premio tutto suo e non roviniamo la gara (anche se Aurora di Murnau gli è superiore in tutto). La trama ruota intorno all’amore di un vagabondo per la figlia di un direttore di circo, contesagli da un equilibrista, ma è un pretesto per gag indimenticabili con animali (il leone, le scimmie). Uno dei titoli più famosi di Chaplin.

OMBRE E NEBBIA

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A mio modesto parere il punto più alto toccato da Woody Allen nella sua carriera, il film più bello e stilisticamente perfetto realizzato dal regista newyorkese. Evidenti i rimandi alle cinematografie europee, soprattutto l’espressionismo tedesco e, in particolare, M il mostro di Dusseldorf di Lang, a livello fotografico e scenografico (splendido il b/n di Carlo Di Palma). Tra omicidi, dialoghi sull’esistenza di Dio, tradimenti, contrattazioni amorose e una spietata caccia all’uomo, il film inizia e finisce con il circo, il mondo che evidenzia la voglia dell’essere umano di inseguire illusioni. Mia Farrow mai così bella.

LA STRADA

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Gelsomina si trova improvvisamente a sostituire la sorella morta come assistente del rozzo Zampanò, saltimbanco che gira l’Italia per raccattare soldi con prove di forza. Non riuscendo, con il suo animo buono, a scalfire la corazza di Zampanò, decide inizialmente di abbandonarlo, ma viene convinta dal Matto, un altro artista, a perseverare. Alcuni giorni dopo Zampanò uccide involontariamente il Matto e si sbarazza del corpo per non essere arrestato; Gelsomina perde il sorriso e la salute. Capolavoro di Federico Fellini con una grande prova attoriale di Giulietta Masina, offre anche uno spaccato interessante dell’Italia povera di quegli anni. Scena finale da lacrimoni.

Matteo Chessa

TOP 5 – SCENE PIÙ TRISTI DELLA STORIA DEL CINEMA

Come avrete ben capito, a noi de IL Disoccupato Illustre piace fare classifiche. Quella che vi proponiamo oggi difficilmente metterà tutti d’accordo perché ha le sue fondamenta nelle emozioni, forse l’aspetto meno oggettivo della nostra vita. Ci siamo chiesti quale fosse la sequenza più strappalacrime, più malinconica di sempre. Si è parlato molto della scena finale de “Il Campione” del nostro Franco Zeffirelli (remake dell’omonima pellicola del 1931), che gli psicologi usano per far  strappare lacrime ai propri pazienti durante gli esperimenti. Uno studio dell’Università di Berkeley dichiarò la scena in cui John Voigt nel ruolo del pugile Billy piange con il figlio prima di morire, addirittura più triste di quella della morte della mamma di Bambi nel famoso classico Disney del 1942. Molte sono state le obiezioni da parte di pubblico e critica, che comunque accolse tiepidamente il lavoro di Zeffirelli ai tempi della sua uscita nel 1979.

Tra scene celeberrime quali la morte di Jack/Leonardo DiCaprio in Titanic e la sequenza finale de La Vita è bella, ecco le scene più deprimenti secondo la modesta opinione del DI.

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UP

 Siamo di fronte ad uno dei migliori lavori della Pixar, il primo ad ottenere la candidatura agli Oscar come Miglior Film nel 2010 (eguagliato da Toy Story 3 l’anno seguente). In queste classifiche si è usuale trovare la scena finale di un film, dove di solito vi è il culmine emotivo dello sviluppo narrativo. Non è questo il caso, perché nella pellicola in questione la sequenza strappalacrime la troviamo praticamente all’inizio. In due minuti viene compendiata la vita di un bambino e una bambina (Carl ed Ellie) che da giocare insieme finiscono per passare tutta la vita l’uno accanto all’altra. Dovranno avere a che fare coi problemi della realtà quotidiana come le bollette, il fatto che la coppia non possa avere figli,gli acciacchi dovuti dalla vecchiaia e per tutti questi motivi continuano a rimandare il viaggio in Sud America. Proprio quando Carl compra i biglietti per il Venezuela, sua moglie, ormai troppo anziana e malata, muore. La magia Disney la si nota anche in queste circostanze.

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ARMAGEDDON

 Film molto rinomato, forse più per la colonna sonora, l’indimenticabile Don’t Wanna Miss a Thing degli Aerosmith (per i quali non arrivò l’Oscar per la miglior canzone che andò a When You Believe, tratta da Il Principe d’Egitto)che per il valore del film, già allora snobbato dalla critica. Terzo film della carriera del regista più odiato di Hollywood, Michael Bay, la cui carriera non era ancora degenerata con i vari Transformers e Pain& Gain, giusto per citare due dei suoi film di basso livello ma campioni d’incassi. La scena finale del film è rimasta negli annali. Harry (Bruce Willis) prende il posto di A.J. (Ben Affleck) per fare esplodere manualmente la bomba. Prima di separarsi, Harry raccomanda A.J. di prendersi cura di sua figlia, sostenendo di averlo sempre considerato come un figlio e che sarà felice del loro matrimonio. Mentre l’equipaggio si prepara per il decollo, l’eroe dà l’ultimo e struggente saluto alla figlia.

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QUALCUNO VOLÒ SUL NIDO DEL CUCULO

 Qui siamo davanti ad un capolavoro indiscutibile della storia del cinema, una delle tre pellicole (insieme a Il silenzio degli innocenti e Accadde una notte) ad aver vinto i cinque Oscar principali (QUI la recensione del film).

Randle Patrick McMurphy (Jack Nicholson) è sotto osservazione in un ospedale psichiatrico e adotta subito un atteggiamento anticonformista verso le rigide regole che vigono nella struttura. Dopo un tentativo di fuga persosi in una festicciola di addio e dopo il suicidio di Billy, un altro internato, McMurphy tenta di strangolare la signora Ratched, la caporeparto. Da qui la commissione medica si convince del fatto che McMurphy è un malato pericoloso e che vada curato con la lobotomia. Ed arriviamo alla scena che ci interessa: quando viene riportato in reparto è praticamente inerme, il Grande Capo (un indiano di dimensioni enormi ricoverato nell’ospedale) quando lo vede in queste condizioni, lo uccide soffocandolo con un cuscino per non lasciarlo al suo destino. Anche McMurphy, l’unico che aveva portato un minimo di euforia all’interno della realtà inflessibile dell’ospedale psichiatrico e l’unico che aveva trovato il coraggio di denunciarne i metodi arretrati e disumani, è costretto a darsi per vinto.

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Das Leben der Anderen

LE VITE DEGLI ALTRI

Nella Berlino Est ancora sotto il controllo sovietico, dove ogni persona sospetta di essere pericolosa per il regime veniva sottoposta a spionaggio, la stessa sorte tocca allo scrittore Georg Dreyman. Viene considerato un autore in linea con il regime ma le autorità ritengono che si possa trovare qualcosa di compromettente sul suo conto. Ma Weisler, incaricato di ascoltare le conversazioni nella casa dello scrittore, ad un certo punto prova un certo attaccamento per Dreyman e smette di trovare materiale compromettente sul suo conto. La morte della compagnia di Dreyman e la scoperta del fatto che Weiser avesse scoperto lo scrittore, sono il momento più alto e toccante del film. Il lungometraggio di debutto di Florian Henckel von Donnersmarck con tanto di vittoria dell’Oscar per il miglior film straniero nel 2007: tutti i registi sognano un debutto così.

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IL MIGLIO VERDE

Negli anni in cui Tom Hanks spopolava sfornando un’interpretazione mozzafiato dopo l’altra, troviamo in cima a questa classifica la pellicola del 1999 diretta da Frank Darabont e tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King. John Coffey (Michael Clarke Duncan), condannato a morte per avere violentato e ucciso due gemelline, è un detenuto diverso dagli altri, fragile ma al contempo dotato di poteri soprannaturali. Dopo aver mostrato tutta la sua bontà d’animo e curato il tumore al cervello della moglie del capo del carcere, arriva il giorno dell’esecuzione. Paul (Hanks) dà a John Coffey la possibilità di scappare, ma il detenuto non accetta preferendo morire piuttosto che vivere in un mondo pieno di mali. Il buon uomo così muore, tra la commozione generale dei custodi, consapevoli dell’ingiustizia che si sta compiendo. Con questo momento strappalacrime si avvia alla conclusione un film già denso di emotività in ogni sua sequenza.

Michael Cirigliano

AVENGERS-AGE OF ULTRON: QUANDO IL VERO NEMICO E’ L’ASPETTATIVA

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Se Scarlet avesse avuto i poteri del fumetto, questo film non avrebbe avuto senso di esistere…

E’ questo il primo pensiero  che mi è balenato in mente ieri all’uscita dalla sala. Un segnale non molto rassicurante, per usare un eufemismo. Ho provato allora a interrogarmi sul perché di questo pensiero e, dopo essermi scervellato per qualche minuto, sono arrivato a una sola plausibile conclusione: Age of Ultron è uno di quei film che ti scorre sulla pelle, senza mai toccarti veramente. Delusione? Nì, perché la pellicola fa il suo porco dovere (da buon cinecomic) ma l’amara verità è che non migliora assolutamente il primo Avengers (anzi…).

La nuova creazione di Whedon infatti amplifica suo malgrado i difetti accennati della prima pellicola: nessun filo logico nei rapporti causa-effetto (molti personaggi agiscono in modi sconsiderati rispetto alla loro caratterizzazione), un villain che promette bene ma che diventa solo una futile macchietta (l’Ultron di James Spider), un eccessivo numero di personaggi gettati nella mischia solo per fare numero (almeno in questo secondo capitolo…) e, meramente per gusto personale, troppa azione e poca sostanza.

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Figli di Trojan!

Bisogna ammetterlo: migliorare il primo Avengers era sicuramente un’impresa titanica e perdere l’effetto novità della squadra di supereroi di certo non ne ha facilitato il compito: non basta purtroppo un’accurata introspezione su due “personaggi minori” (leggi Occhi di Falco e Vedova Nera) e la solita serie di battute irresistibili in stile Marvel per raggiungere l’agognata meta.

Il doppiaggio farsesco e lo sterile 3D poi appesantiscono un film che rimane un buon cinecomic che però rimane schiacciato dal peso delle sue stesse aspettative.

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Meglio se torno a ‘ffà motion capture, va!

E allora non fatico ad ammettere di aver provato per un secondo una sciocca sensazione di paura: e se il maestoso castello di carte della continuity Marvel crollasse improvvisamente? Se i nuovi film di questo magnifico progetto deludessero ancora le attese? Cosa succederebbe?

E così che, un po’ per proteggermi un po’ per allarmarmi, mi torna alla mente il primo pensiero:

Se Scarlet avesse avuto i poteri del fumetto, questo film non avrebbe avuto senso di esistere…

Francesco Pierucci

CHILD 44: LA RUSSIA DEL DOPOGUERRA TRA EROI E MOSTRI

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Se due indizi non fanno una prova poco ci manca. Il secondo film hollywoodiano del regista svedese (con origini cilene) Daniel Espinosa conferma le impressioni date da Safe House (2012): un ottimo regista di film d’azione che, appena cerca di spingersi più in là, scivola rovinosamente nel cliché, nel già visto.

Leo Demidov (Tom Hardy), orfano russo divenuto eroe nella seconda guerra mondiale, ha fatto carriera nell’MGB, il servizio di sicurezza nazionale della Russia stalinista, fino a diventare uno degli investigatori di punta delle attività dei dissidenti. La sua vita cambia quando la presunta spia Anatoly Brodsky (Jason Clarke), fa il nome della moglie di Leo, l’insegnante Raisa (Noomi Rapace), come parte del gruppo di cospiratori.

Costretto a indagare sul presunto tradimento di Raisa, Leo si occupa anche del caso di un ragazzino, figlio di un altro agente,  trovato senza vita sui binari del treno. Nonostante tutti gli indizi facciano sospettare che si tratti di un omicidio il caso viene archiviato come incidente ferroviario perché, secondo i dettami del regime stalinista, “Non ci sono crimini in Paradiso”. Leo si rifiuta di denunciare sua moglie e viene confinato assieme a lei nella tetra città industriale di Volsk. Qui la coppia scopre che decine di altri ragazzini sono stati vittime di orribili incidenti vicino ai binari della ferrovia in circostanze pressoché identiche al caso di Mosca. I due uniscono le forze con il capo della Polizia del luogo, il Generale Nesterov (Gary Oldman). Questo indispettisce molto l’MGB che cerca, per mano di Vasil (Joel Kinnaman), di zittire per sempre l’ex eroe russo.

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Tratto dall’omonimo best seller di successo di Tom Rob Smith, il film ha due anime: una, convincente, è quella del thriller d’azione, spettacolare, mozzafiato, che vanta sequenze riuscitissime come l’attentato sul treno o l’atto finale, che sfrutta al massimo le capacità del protagonista Tom Hardy (che in realtà ha dimostrato di sapersela cavare egregiamente anche con altri generi cinematografici), tarantolato come non si vedeva da tempo, e la fotografia mossa di Oliver Wood. L’altra anima, quella documentaristica, ripropone fedelmente le ideologie, i motti, i vestiti, le architetture della Russia del secondo dopoguerra, i tentativi del regime totalitario di Stalin di creare un Paradiso nascondendo dentro l’armadio (o confinando in Siberia) i tanti scheletri di una nazione che genera eroi ma anche, e soprattutto, mostri. Film riuscito quindi? No, la carne al fuoco è troppa, il caso del serial killer (un MacGuffin per parlare di dittature e ideologie direbbe qualcuno) che uccide i bambini non riceve mai la giusta attenzione, nonostante illustri precedenti cinematografici che hanno trattato l’argomento, da M il mostro di Dusseldorf di Fritz Lang al nostrano Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci che torna alla mente anche per il discorso finale di Don Alberto sulla società capace di trasformare i piccoli angeli (i bambini) in mostri (assetati di sesso in quel caso); alcune scene sono ridondanti e servono solo ad allungare un brodo già parecchio annacquato;  il vero punto debole è però la durata, 137’ ingiustificabili, le stesse cose si potevano dire con almeno 20 minuti in meno. Un applauso invece agli attori, Tom Hardy in primis, splendido con il suo inglese con cadenza russa, convincente nelle scene d’azione come seduto a tavola durante la cena. Noomi Rapace si conferma sua ottima spalla (hanno già recitato assieme in Chi è senza colpa); Gary Oldman un po’ sprecato, mentre ottimo è il cattivissimo e vigliacchissimo Joel Kinnaman (RoboCop). Distribuito in Italia da Adler Entertaiment, uscirà nelle sale il 30 Aprile. È comunque meglio di molti prodotti in sala in questo periodo.

Matteo Chessa

TOP 10 – FUMETTI DA REATO

Finalmente un po’ di tette e culi in questo blog di soli maschi!

Cari lettori voglio portare alla vostra attenzione il bigottismo e perbenismo gratuito di cui la nostra società fatica ancora a liberarsi; ispirato da recenti casi che hanno sconvolto il web e dalla lettura di un libro uscito qualche anno fa che parla di quanto i comic book siano odiati, Maledetti Fumetti di D. Hajdu (ed. Tuneé– 2010), ecco 10 albi che hanno scatenato le ire di pretini, genitori e femministe.

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Queste sono le più recenti “cover” che hanno fatto infuriare puritani e falsi moralisti, che giudicano un libro dalla copertina, senza leggerlo (ancora, nel Ventunesimo Secolo).

Abbiamo un numero GI Joe (prima foto), reo soltanto di mostrare un po’ di curve; i critici di Spider-Woman #1 (seconda foto9) hanno scomodato un artista italiano del calibro di Manara, che è famoso da anni per il suo stile e gli argomenti delle sue opere.Per Bat-Girl (terza foto) la polemica è ancora “fresca”: soltanto un mese fa tutto il web si è scatenato contro l’illustrazione, che sarebbe un chiaro incitamento al femminicidio, al grido di #changethecover… e io rispondo: fatevi meno canne.

I casi più divertenti però devono ancora arrivare:

Elseworlds 80 Pages Giant

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Alla DC Comics ne combinano di ogni e nel 1999 si dimenticano pure un bambino nel microonde (ragazzi non provateci a casa).

Vi lascio immaginare le reazioni per questa vignetta.

Elektra #3

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Nel 2001, in un episodio della ninja greca della Marvel, viene mostrata una scena di nudo… scandalo!

Action Comics

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I primi fumetti di Superman vennero accusati di ritrarre una versione per i bambini del “super uomo nazista”, nessuno prese sul serio la cosa e questo ariano di Kripton con ciuffo e mantello scorrazza libero da 75 anni.

Ms. Tree #34

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Fumetto nato a cavallo tra anni 70 e 80, mentre nascevano i moderni comic book shop (le fumetterie). Sulle pagine di un episodio stampato nel 1984 c’erano scene di nudo, e per la vendita di questo ed altri fumetti dello stesso mese dai contenuti simili, alcuni venditori furono arrestati.

Tales From The Crypt

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I ‘Racconti dalla Cripta’ erano fumetti splatter e dal umorismo nero che riprendevano racconti radiofonici horror molto in voga negli anni 80 in America. Associazioni dei genitori e parrocchie si sono spesi a lungo contro questi albi.

Phantom Lady

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Conosciuto oltre oceano per le immagini stile pin-up della protagonista, The Phantom Lady era pensato non tanto per i ragazzini quanto per un pubblico più maturo, ciò nonostante per tutti gli anni 50 è stato elevato come primo esempio della corruzione di costumi che fluivano dai fumetti.

Oggi il valore sul mercato del collezionismo di questa collana è stratosferico.

Crime Suspens Stories

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Fumetto che raccontava di infedeltà coniugale e crimini passionali!

La cover #22 fu portata come prova ad un audizione al Senato degli Stati Uniti per bandire i fumetti dal mercato. I redattori si salvarono, ed insieme a loro tutta la categoria, perché fu fatto capire che “di cattivo gusto” sarebbe stato spostare l’inquadratura verso il basso, aggiungendo sangue sotto la testa mozzata e il resto del corpo senza capo in un lago rosso.

Pietro Micheli

FILM IN SALA – FAST AND FURIOUS 7

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Era tanta l’attesa per il settimo capitolo di questa saga campione d’incassi, soprattutto a causa dell’improvvisa dipartita dell’attore co-protagonista Paul Walker, scomparso in un incidente stradale   il 30 novembre 2013. Il tragico evento ha ritardato l’uscita del film, inizialmente prevista per luglio 2014. Per permettere al personaggio di Bryan O’Conner di poter essere nel film, i due fratelli di Walker, Cody e Caleb, hanno accettato di prendere il suo posto sul set fino alla fine delle riprese. Il volto e la voce di Walker sono stati poi aggiunti nel corso della postproduzione del film.

L’inizio del nuovo capitolo si ricollega al finale del precedente con Deckhard Shaw in cerca di vendetta nei confronti di Dom Toretto (Vin Diesel) e dei suoi amici che hanno ridotto suo fratello Owen in fin di vita. Ad aiutare Dom in questa nuova impresa vi è Frank Petty (Kurt Russel), leader dei servizi segreti di Los Angeles che vuole recuperare l’occhio di Dio, un dispositivo in grado di scovare qualsiasi persona.

Continua così il trend inaugurato già ai tempi di Fast and Furious – Solo parti originali: non sono più le corse clandestine a dominare la scena come avveniva nei primi tre capitoli ma siamo di fronte ad un vero e proprio film d’azione. Ma in Furious 7 (questo il titolo originale del film) la situazione sfugge di mano: ci sono macchine che cadono dal cielo, altre che si lanciano da un palazzo all’altro senza subire alcun danno. Per non parlare di Toretto, ormai divenuto a tutti gli effetti un supereroe. L’idolo di molti ragazzini di oggi, vestito, come sempre, rigorosamente in canottiera (persino al suo matrimonio e invece nell’unico posto, la spiaggia, dove la canottiera sarebbe anche normale indossarla, indossa la camicia), diviene praticamente immortale: precipita in un dirupo, fa un incidente frontale ad alta velocità, salta da un palazzo (tutto ovviamente alla guida dell’automobile da sogno di turno) rimanendo praticamente illeso. Nel frattempo guida i suoi scagnozzi dispensando la solita buona dose di frasi fatte, la maggior parte di esse sul valore della famiglia.

A complicare le cose vi è una sceneggiatura confusionaria fino al finale, tant’è che il sacrosanto omaggio a Paul Walker, attore mediocre ma grande uomo, sempre amorevole e disponibile con i fan, è completamente slegato dal resto della storia, finalizzato solo a far scendere la lacrimuccia ai fan della serie e magari anche agli spettatori occasionali. Si salvano solo la buona fotografia e la coinvolgente colonna sonora, che culmina con la riuscitissima See You Again che accompagna i titoli di coda, ormai divenuta una hit internazionale, oltre ai solidi bolidi mozzafiato, alcuni dei quali prodotti in esemplari unici per il film. Si rivelano invece discrete le prove attoriali delle due newentry, Kurt Russel e Jason Statham.

Se avessimo saputo che in questi due anni Dom, Bryan e i vari comprimari si fossero tramutati improvvisamente in supereroi (o robot indistruttibili) che corrono in macchina, forse ci saremmo preparati alla visione del film in maniera differente. Forse il regista James Wan voleva prepararci all’imminente uscita di Avengers:Age of Ultron. Chi lo sa.

Nonostante tutto, chiuderà l’anno tra i cinque film con più incassi al botteghino.

Michael Cirigliano

INTRODUZIONE…AL DIAVOLO

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“Devil non è una vittima. In lui c’è qualcosa di forte, che una madre sconosciuta e un padre condannato hanno trasmesso al figlio. Qualcosa di temprato dalla tragedia. E dalla coscienza. Affinato dalla disciplina”. Con queste parole Frank Miller introduceva il personaggio nella saga “L’uomo senza paura” scritta da lui e disegnata da John Romita Jr.

Il giovane Matt Murdock, per salvare un cieco dalla traiettoria di un camion, viene colpito da un contenitore contenente materiale radioattivo. Il ragazzo perde la vista, ma in compenso i sensi rimanenti vengono amplificati a livelli sovrumani. A chiusura di tutto Matt scopre di avere un senso “radar” che gli permette di elaborare qualunque cosa attorno a se. Queste sono le origini del personaggio (per tutti gli ignoranti là fuori, nel senso che ignorano).

Creato da Stan Lee e Bill Everett nei favolosi, almeno per loro, anni ’60 il personaggio all’inizio era in pratica una copia del più famoso Spider-Man, roba per arrotondare a fine mese insomma. C’è chi fa il cameriere e chi inventa personaggi, ma il cielo e sempre più blu.

Tornando seri per un attimo, possiamo da subito notare una cosa parecchio affascinante in Devil: è cieco. Sembrerà una stupidaggine ma mai si era pensato prima di allora di creare un supereroe con un deficit, una limitazione, un motivo per essere al di sotto degli altri. Il personaggio nel corso del tempo e passato sotto le mani dei più importanti autori del campo del fumetto. Non ve li sto qui a citare perché c’è veramente da fare le orine piccole della notte. Il sopracitato Frank “Sonodidestraemenefotto” Miller ha dato al mondo, cioè a noi nerd, una delle storie più belle di tutti i tempi : La saga di Elektra. E, visto che aveva il sabato libero, con David Mazzucchelli ha fatto doppietta, con l’indiscutibile capolavoro “Devil: Rinascita”.

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Proprio in Rinascita il personaggio raggiunge l’apice della maturità, che continuerà sino ai cicli di storie di Bendis e Brubaker. Che, visto che non erano riusciti a rubare il natale, si sono sfogati allegramente sul povero Diavolo. Però c’è da dire che tra: arresti, morti, corruzione, donne, madri contro i figli contro i padri, ninja e quant’altro, i due sono riusciti a dare una poliedricità al personaggio davvero inaspettata e al passo con i tempi.

Dopo tutto questo nel 2011 le redini della testata vengono prese da un signore chiamato Mark Waid (bah sapete Kingdom Come l’ha scritto lui, perché mai dovreste conoscerlo?). Supportato da talentuosi artisti, primo fra tutti Chris Samnee (sempre sia lodato), Waid ridona alle storie una leggerezza che si era perduta da parecchio e allo stesso tempo una sofisticatezza che ha concesso al fumetto la nomea di “Miglior serie dell’Universo”.

Ultima informazione (di poco conto eh) segnatevi il 4 Aprile sul calendario perché il servizio di streaming Netlix rilascerà in un sol colpo tutti gli episodi della prima stagione del telefilm dedicato al personaggio. Cosa che ha creato abbastanza hype da mettere in ginocchio intere nazioni.

Karim Allam