CHILD 44: LA RUSSIA DEL DOPOGUERRA TRA EROI E MOSTRI

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Se due indizi non fanno una prova poco ci manca. Il secondo film hollywoodiano del regista svedese (con origini cilene) Daniel Espinosa conferma le impressioni date da Safe House (2012): un ottimo regista di film d’azione che, appena cerca di spingersi più in là, scivola rovinosamente nel cliché, nel già visto.

Leo Demidov (Tom Hardy), orfano russo divenuto eroe nella seconda guerra mondiale, ha fatto carriera nell’MGB, il servizio di sicurezza nazionale della Russia stalinista, fino a diventare uno degli investigatori di punta delle attività dei dissidenti. La sua vita cambia quando la presunta spia Anatoly Brodsky (Jason Clarke), fa il nome della moglie di Leo, l’insegnante Raisa (Noomi Rapace), come parte del gruppo di cospiratori.

Costretto a indagare sul presunto tradimento di Raisa, Leo si occupa anche del caso di un ragazzino, figlio di un altro agente,  trovato senza vita sui binari del treno. Nonostante tutti gli indizi facciano sospettare che si tratti di un omicidio il caso viene archiviato come incidente ferroviario perché, secondo i dettami del regime stalinista, “Non ci sono crimini in Paradiso”. Leo si rifiuta di denunciare sua moglie e viene confinato assieme a lei nella tetra città industriale di Volsk. Qui la coppia scopre che decine di altri ragazzini sono stati vittime di orribili incidenti vicino ai binari della ferrovia in circostanze pressoché identiche al caso di Mosca. I due uniscono le forze con il capo della Polizia del luogo, il Generale Nesterov (Gary Oldman). Questo indispettisce molto l’MGB che cerca, per mano di Vasil (Joel Kinnaman), di zittire per sempre l’ex eroe russo.

 CHILD 44 (2015)

Tratto dall’omonimo best seller di successo di Tom Rob Smith, il film ha due anime: una, convincente, è quella del thriller d’azione, spettacolare, mozzafiato, che vanta sequenze riuscitissime come l’attentato sul treno o l’atto finale, che sfrutta al massimo le capacità del protagonista Tom Hardy (che in realtà ha dimostrato di sapersela cavare egregiamente anche con altri generi cinematografici), tarantolato come non si vedeva da tempo, e la fotografia mossa di Oliver Wood. L’altra anima, quella documentaristica, ripropone fedelmente le ideologie, i motti, i vestiti, le architetture della Russia del secondo dopoguerra, i tentativi del regime totalitario di Stalin di creare un Paradiso nascondendo dentro l’armadio (o confinando in Siberia) i tanti scheletri di una nazione che genera eroi ma anche, e soprattutto, mostri. Film riuscito quindi? No, la carne al fuoco è troppa, il caso del serial killer (un MacGuffin per parlare di dittature e ideologie direbbe qualcuno) che uccide i bambini non riceve mai la giusta attenzione, nonostante illustri precedenti cinematografici che hanno trattato l’argomento, da M il mostro di Dusseldorf di Fritz Lang al nostrano Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci che torna alla mente anche per il discorso finale di Don Alberto sulla società capace di trasformare i piccoli angeli (i bambini) in mostri (assetati di sesso in quel caso); alcune scene sono ridondanti e servono solo ad allungare un brodo già parecchio annacquato;  il vero punto debole è però la durata, 137’ ingiustificabili, le stesse cose si potevano dire con almeno 20 minuti in meno. Un applauso invece agli attori, Tom Hardy in primis, splendido con il suo inglese con cadenza russa, convincente nelle scene d’azione come seduto a tavola durante la cena. Noomi Rapace si conferma sua ottima spalla (hanno già recitato assieme in Chi è senza colpa); Gary Oldman un po’ sprecato, mentre ottimo è il cattivissimo e vigliacchissimo Joel Kinnaman (RoboCop). Distribuito in Italia da Adler Entertaiment, uscirà nelle sale il 30 Aprile. È comunque meglio di molti prodotti in sala in questo periodo.

Matteo Chessa

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