RISCOPRIAMOLI CON ZULU- CHILDREN OF THE MEN DI ALFONSO CUARON

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Dalle favole per bambini ai romanzi cyberpunk il passo è veramente lungo, ma Cuaron, ormai miliardario per aver curato la regia del terzo film della saga di Harry Potter, dimostra di saperci fare, rendendo assolutamente credibile la trasposizione cinematografica del romanzo di P.D. James. Il regista aveva già avuto modo di dimostrare il suo spessore autoriale con la produzione sudamericana “Y tu mama tambien”, di cui curò anche sceneggiatura e montaggio (il film è del 2000, ma se ve lo siete persi non farebbe male dargli un’occhiata), però per questo film il peso della storia poteva veramente incidere sulla pellicola in maniera molto dannosa. Invece l’autore sceglie umilmente la strada dell’approccio contenutistico prima che spettacolare, pur tenendo quegli elementi che senza dubbio porteranno nelle sale milioni di adolescenti in terapia di recupero dalla trilogia matrixiana.

2027: il mondo non vede nascite di esseri umani da quasi vent’anni e la sterilità è il male (metaforico?) del nuovo millennio. Siamo in una Londra che ricorda un po’ le ambientazioni di Ken il Guerriero, con frotte di immigrati che cercano asilo in una Gran Bretagna ritrasformata in un Paese imperialista con i giorni contati. Theo, un tempo militante nelle frange estremiste, è oggi un disilluso burocrate schifato dallo stesso sistema per il quale lavora; viene contattato dalla moglie che non vede da due decadi ma che è rimasta (anzi, è divenuta leader) in un gruppo terroristico, per aiutare una donna di colore a raggiungere il “Progetto Umano”. Da qui in poi, si viene immersi in un mondo in cui quelli che si battono per una giusta causa sono veramente pochi, i terroristi buoni sono traditi dai terroristi cattivi, il grande livellatore è la povertà e si aspetta tutti l’estinzione del genere umano. Ma non con calma e rassegnazione: ci si ammazza l’un l’altro.

Moltissimi piani-sequenza, scenografie straordinarie, protagonisti ben lontani da stereotipi della fantascienza a stelle e strisce (per fortuna il regista è messicano e l’autore del libro inglese); il film, che andrebbe visto solo per il personaggio saggio e bizzarro al tempo stesso, amico di Theo, interpretato da un sommo Michael Caine, supera tutti gli step e non entra nella mia “collezione privata” solo per una mia disfunzione genetica che mi ha fatto domandare in continuazione, dal primo all’ultimo minuto del film:- Cosa avrebbe combinato Stanley Kubrick con una storia del genere..?

Zulu for President

REGISTI EMERGENTI: DEREK CIANFRANCE

Secondo appuntamento con la nostra nuova rubrica. Questa volta cambiamo genere e dalla fantascienza ci spostiamo al dramma sentimentale con l’analisi del protagonista di oggi: Derek Cianfrance.

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Classe ’74, Cianfrance dirige il suo primo film Brother Tied a 24 anni. L’opera viene presentata al Sundance ma non riesce a essere distribuito nelle sale.  La svolta nella carriera del regista avviene nel 2003 quando conosce Michelle Williams e Ryan Gosling, attori ideali per il suo Blue Valentine. Dopo anni di tribolazione, il film esce nel 2010 e incanta critica e pubblico.

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Questo splendido capolavoro nasce dall’esigenza del regista di esorcizzare la separazione dei suoi genitori, avvenuta quando aveva vent’anni. Lasciate le redini dell’opera in mano all’improvvisazione e all’estro dei due attori (la Williams riceve una nomination agli Oscar), Cianfrance gestisce sapientemente  le due fasi del rapporto, l’innamoramento e la crisi, con un’accuratezza tecnica (la fotografia calda/fredda, il mutamento dei dialoghi e del body language) che eleva il significato dell’opera su più livelli. Amore e sofferenza, gioia e dolore trovano in questo film il loro scopo ultimo: quello di sottolineare poeticamente la complessità della vita.

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Passano due anni e Cianfrance dirige Come un tuono, un’opera che si colora di thriller pur mantenendo il focus centrale sui rapporti umani, non solo di coppia ma anche padre-figlio. Questa volta, oltre al solito Gosling, ci sono Eva Mendes e soprattutto Bradley Cooper (il regista disse che senza di lui non avrebbe girato il film). Anche dopo il suo terzo film, Cianfrance conferma di essere un autore non tanto focalizzato sulla maestosità dell’inquadratura (comunque di alto livello) quanto alla cura dell’interpretazione degli attori. Più che per le storie, i film di Cianfrance si ricordano per la profondità dei loro personaggi, per la personalità e per i patemi emotivi.

Oltre a essere uno dei registi più talentuosi degli ultimi anni, Cianfrance merita il successo soprattutto perché è un grande indagatore dell’animo umano.

Il prossimo The Light Between The Oceans sarà sicuramente un film straordinario.

Francesco Pierucci

UN REGISTA TRE FILM – DAVID FINCHER

Se dovessimo valutare la grandezza di un regista dal valore della sua opera prima, questo articolo non avrebbe nemmeno ragione di esistere. Questo perché la pellicola di debutto alla regia di David Fincher (dopo una gavetta negli effetti speciali nella Industrial Light & Magic di George Lucas e un esordio dietro alla macchina da presa in spot e videoclip musicali) fu Alien³, seguito delle due famose pellicole Alien e Aliens – Conflitto Finale dirette rispettivamente da due guru della fantascienza quali Ridley Scott e James Cameron. Girare come primo lungometraggio il terzo capitolo di una saga tanto celebre fu un’arma a doppio taglio per l’allora nemmeno trentenne Fincher e, come c’era da aspettarsi, il lavoro non ebbe successo venendo poco apprezzato dai fan per i suoi toni eccessivamente cupi e una sceneggiatura oltremodo spuria, soprattutto a causa del taglio di oltre mezz’ora del film da parte dei produttori della pellicola.

Però Fincher non si diede per vinto e il successo non tardò ad arrivare: nel 1995 uscì Seven, che oltre ad avere un ottimo successo di critica e pubblico, divenne negli anni un vero e proprio cult degli anni Novanta. Lo stesso di può dire per l’opera più famosa di Fincher, Fight Club, che all’inizio non ebbe risultati soddisfacenti al botteghino e fu stroncato dalla critica in più occasioni ma fu risollevato ampiamente dalla successiva distribuzione per home video.  Collocato cronologicamente tra questi due colossi, una nota la merita The Game – Nessuna regola, uscito nel 1997 e, sebbene non riscosse lo stesso successo dei due film sopracitati, mise in mostra le ottime doti registiche di Fincher anche grazie all’ottimo cast nel quale svettavano Sean Penn e Michael Douglas.

Gli anni Duemila non iniziarono nel migliore dei modi per il regista di Denver: nel 2002 fu la volta di Panic Room, un thriller che ha nell’eccessiva frettolosità delle fasi di produzione e un calo nella seconda parte del film i suoi punti deboli. Le due pellicole successive furono Zodiac (2007, presentato a Cannes) e Il Curioso Caso di Benjamin Button (2008) che fece incetta di nomination agli Oscar (13, vincendone 3) e segnò la terza collaborazione del regista con Brad Pitt. Entrambi furono considerati ottimi film e permisero a Fincher di lanciarsi nell’opera che doveva consacrarlo definitivamente, The Social Network, uscito nel 2010. E così fu: il film ebbe un successo planetario e da più parti fu considerato il film dell’anno.

Arriviamo così agli ultimi due lavori di Fincher: Millennium-Uomini che odiano le donne, seconda trasposizione cinematografica del fortunato romanzo di Stieg Larsson e nel 2014 Gone Girl, uno splendido thriller hitchcockiano nettamente l’opera migliore di Fincher dopo i due cult Seven e Fight Club (ve ne abbiamo parlato qui).

Ecco dunque le tre scelte de IL Disoccupato Illustre, consci del fatto che le prime due sono meritatamente  scontate.

SEVEN

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Come sottolineavamo qualche settimana fa, Fincher è uno dei registi che maggiormente cura i titoli di testa (ne sono esempi, oltre a Seven, anche Zodiac o Millennium): sono sporchi e disturbanti, proprio come il criminale John Doe, antagonista del film, interpretato magnificamente da Kevin Spacey (negli anni in cui infilò quasi in sequenza I Soliti Sospetti, LA Confidential e American Beauty). Lo stesso attore ebbe la geniale idea di non volere il suo nome inserito nei titoli di testa per rendere alla perfezione l’effetto sorpresa causato dalla sua entrata in scena. Non ce ne vogliano i due attori protagonisti Brad Pitt e Morgan Freeman (comunque buone le loro interpretazioni) ma è lui la forza del film grazie alle sue frasi divenute leggendarie e al suo essere un villain atipico. Infatti John Doe colpisce le sue vittime secondo delle regole ben precise: sono tutti colpevoli di vizi capitali. E il disegno si rivela ancora più spiazzante quando scopriamo a chi si riferiscono i vizi dell’invidia e dell’ira…

Da segnalare l’ottimo doppiaggio in italiano di Francesco Pannofino per il personaggio di Doe oltre al sapiente montaggio di Richard Francis-Bruce, che portò a casa l’unica candidatura agli Oscar per la pellicola.

FIGHT CLUB

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Inserito in ogni possibile classifica dei migliori film di ogni tempo (gli utenti del sito imdb lo collocano addirittura al decimo posto) e citato a dismisura in film e canzoni degli ultimi quindici anni, Fight Club deve la sua immensa celebrità in larga misura alle varie frasi talmente entrate nell’immaginario collettivo da essere abusate, tra le più famose meritano di essere menzionate “le otto regole del Fight Club“: “Prima regola del Fight Club: non parlate mai del Fight Club. Seconda regola del Fight Club: non dovete parlare mai del Fight Club. Terza regola del Fight Club: se qualcuno grida “basta”, si accascia, è spompato, fine del combattimento. Quarta regola: si combatte solo due per volta. Quinta regola: un combattimento alla volta, ragazzi. Sesta regola: niente camicia, niente scarpe. Settima regola: i combattimenti durano per tutto il tempo necessario. Ottava ed ultima regola: se questa è la vostra prima sera al Fight Club… dovete combattere”. Chi le pronuncia? Tyler Durden, il miglior Brad Pitt che si sia mai visto al cinema. È un uomo eccentrico ma del personaggio vogliamo ricordare le critiche al consumismo e all’alienazione dell’uomo moderno, incredibilmente attuali ancora oggi. Ad affiancarlo il protagonista (il cui nome non viene mai pronunciato) interpretato da un Edward Norton a inizio carriera ma che poche altre volte sarà così convincente.

Ha insegnato qualcosa e forse è questo il fine ultimo della settima arte.

 THE SOCIAL NETWORK

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Fincher fu bravo a capire qual era il momento giusto per girare un film su Facebook: nel 2010 la moda era divampata una volta per tutte ma i social network non erano ancora al centro della vita delle persone come lo sono oggi. Il film, forse anche per questo motivo, non si rivelò banale. Al centro della storia vi è la genesi di Facebook e della causa milionaria tra il fondatore Mark Zuckenberg e i gemelli Cameron e Tyler Winklevoss che lo accusarono di avere rubato loro l’idea. Il cast è composto da attori giovani: i tre attori principali sono Jesse Eisenberg (Zuckenberg), Andrew Garfield (il co-fondatore Eduardo Severin) e Justin Timberlake (Sean Parker, boss di Napster che contribuì a dare a Facebook quella dimensione internazionale che ha oggi). Sul libro di Ben Mezrich Miliardari per caso – L’invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento si basa la sceneggiatura di Aaron Sorkin, come sempre notevole a creare dialoghi fulminanti e a creare personaggi “con la battuta pronta”, la stessa trovata che lo lanciò nell’olimpo degli sceneggiatori negli anni ’90 con la serie TV West Wing. Un difetto? Il personaggio di Zuckenberg, genio arrogante e tagliente nelle parole ma al contempo freddo e distaccato, al cinema sa di già visto (Good Will Hunting e A Beautiful Mind).

Candidato a otto Oscar nel 2011, ne vinse tre: miglior sceneggiatura non originale, miglior colonna sonora e miglior montaggio.

Michael Cirigliano

TOP 5: I MIGLIORI B/N NELL’ERA DEL CINEMA A COLORI  

Forse influenzati dalla differente e più familiare esperienza del colore nella televisione italiana, si è soliti pensare che vi sia stato una netta cesura tra l’era del cinema in bianco e nero e la successiva e attuale epoca della pellicola a colori. Siamo di fronte però ad un’inesattezza storica, ad un’opinione tanto diffusa quanto solo superficialmente corrispondente alla realtà storica. Infatti già nel cinema delle origini si parlò di colore, anzi di colorazione: gli stessi fratelli Lumiere, universalmente conosciuti come gli “inventori” del cinema, tinteggiarono qualche loro film grazie ad una certosina operazione a mano fotogramma per fotogramma.

Pellicole a colori incominciarono a essere prodotte con maggiore frequenza negli anni Quaranta per competere meglio con la televisione, allora solo in bianco e nero (e ancora non arrivata in Italia: la RAI comincerà le sue trasmissioni solamente nel 1954). A partire dall’inizio degli anni Settanta, invece il colore fu l’esclusivo protagonista cromatico del cinema mondiale ma negli ultimi quarant’anni si possono contare numerose eccezioni, molte delle quali illustri, che hanno riproposto il mai obsoleto e sempre affascinante bianco e nero. Le motivazioni sono le più varie. In alcune circostanze si tratta di scelte costanti nella filmografia di un regista: gli esempi sono quelli noti di David Lynch (Eraserhead e The Elephant Man), Woody Allen (Manhattan, Stardust Memories, Zelig, Ombre e nebbia) e Lars Von Trier  (Epidemic, Europa); in altri casi il bianco e nero fu utilizzato per ossequiare una corrente cinematografica (Intrigo a Berlino di Soderbergh, omaggio al noir anni Quaranta) o un personaggio (Ed Wood di Tim Burton); altre volte invece la scelta è stata imposta dal budget limitato. Quest’ultimo è il caso di Clerks: il regista Kevin Smith spiegò di averlo girato in bianco e nero a causa dei soli 27.575 dollari a disposizione. Nel caso in questione il bianco e nero regala comunque al film un affascinante stile documentaristico.

In un panorama inaspettatamente vasto, ecco i migliori lungometraggi in bianco e nero dal 1970 ad oggi secondo la discreta opinione de Il Disoccupato Illustre.

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NEBRASKA 

Settima pellicola diretta da Alexander Payne, la quarta ambientata in Nebraska, stato che ha regalato i natali al regista. Presentato a Cannes nel 2013 e osannato a gran voce dalla critica per l’interpretazione del protagonista Bruce Dern, vede nella mai abbastanza apprezzata prova di Jane Squibb la sua punta di diamante. Interamente girato in bianco e nero, narra la storia del vecchio Woody Grant (Dern preferito a Jack Nicholson, Bryan Cranston, Robert Duvall e Gene Hackman) che crede di avere vinto un milione di dollari e si mette in viaggio dal Montana al Nebraska per ritirare il premio, accompagnato dal figlio David (Will Forte) e dalla petulante moglie Kate. Uno dei migliori b/n degli ultimi anni, scelta azzeccata che ben si adatta all’umorismo malinconico e alla semplicità che avvolgono l’intera pellicola. Candidato a sei Oscar nel 2014, tra cui Miglior Film.

 

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IL NASTRO BIANCO

Palma d’oro a Cannes nel 2009 e candidato all’Oscar come miglior film straniero e per la migliore fotografia nel 2010, è ambientato in un villaggio della Germania settentrionale negli anni immediatamente antecedenti alla Grande Guerra dove incominciano a svolgersi eventi inspiegabilmente sinistri. Il film è girato in un bianco e nero senza ombre e senza alcun accenno di colore, in un’atmosfera dove il silenzio è un motivo dominante, interrotto solo da qualche nota di Schubert e pochi brani corali che non bastano a rompere la sottile aria che si respira per tutta la durata della pellicola.

 

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THE ARTIST 

Oscar per il Miglior Film nel 2012 (primo muto dal 1929) e film francese più premiato di tutti i tempi, è stato girato a colori per poi essere distribuito in bianco e nero per rendere a pieno l’epoca in cui è ambientato, quegli anni Venti che rappresentano la vigilia dell’avvento del cinema sonoro. Il contrasto tra muto e sonoro è il tema dominante del film nonché delle alterne vicende del protagonista, l’attore George Valentin (Jean Dujardin). Vanta riusciti omaggi a capolavori come Quarto Potere di Orson Welles e La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock. Nel cast anche il talismano John Goodman, oltre agli ottimi James Cromwell e la co-protagonista Bérénice Bejo.

 

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TORO SCATENATO 

Secondo episodio della simbolica Trinità che vide collaborare Martin Scorsese e Robert De Niro tra  la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta, narra la vicenda dello scapestrato pugile Jake LaMotta (ancora in vita, oggi compie 94 anni) che raggiunse in breve tempo l’apice della boxe salvo poi cadere nel baratro sia dal punto di vista sportivo che personale. L’interpretazione di De Niro, divenuta leggendaria soprattutto per i monologhi in camerino, è unanimemente ricordata come una delle più profonde della storia del cinema e fu premiata con l’Oscar al miglior attore. Registicamente impeccabile e meticoloso, per questo si pensò che dovesse essere l’ultimo film di Scorsese e rappresentasse quindi il suo testamento artistico. Fortunatamente non è stato così. Nonostante tali sforzi, non vinse né per il Miglior Film né la Miglior Regia: Scorsese non la prese bene, come testimoniano le immagini della premiazione. Il bianco e nero mette in risalto crudezza e realismo delle vicende e, insieme all’intermezzo della Cavalleria Rusticana di Mascagni che accompagna i titoli e al sapiente montaggio di Thelma Schoonmaker, contribuisce all’epicità del film.

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Schindler's List, Oliwia Dabrowska

SCHINDLER’S LIST

Vi abbiamo parlato di questo film in tutte le salse possibili e non poteva che essere al vertice di questa classifica. Se poc’anzi si parlava di testamento artistico, non si esagera se un giorno si dovesse ricordare in tal modo questo film con riferimento alla poliedrica filmografia di Steven Spielberg, che con la sua opera ha ancora molto da dare alla settima arte. Questo titolo segnò il culmine del suo percorso nel cinema impegnato, iniziato con Il Colore Viola nel 1985, non prima di avere riscritto le sorti del genere fantascienza. È stato girato completamente in bianco e nero ad eccezione di quattro scene, compresa l’intera sequenza finale, ambientata nei giorni nostri. Detta scelta cromatica si pone in continuità con tutti i documentari sul triste tema dell’Olocausto e non toglie alla pellicola quel tremendo impatto emotivo che la contraddistingue. Primo film in b/n a rivincere l’Oscar per il miglior film nell’era del colore e anche il film in b/n più costoso mai realizzato.

Michael Cirigliano

QUEBRADA- LA CITTA’ DELLE MASCHERE

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Era un po che volevo parlare di wrestling in questa sede, ma mancavano sempre le occasioni giuste.

Mi è passata per le mani l’ultima copia in negozio di un fumetto incentrato sulla lotta libera messicana, e me ne sono subito innamorato.

Quebrada è fumetto italiano con una lunga storia, e il libro di cui sono in possesso è solo la raccolta di racconti partiti nel 1999 ad opera di Matteo Casali e quel genio di Giuseppe Camuncioli inspirati dalla magia, dal folclore e dal adrenalina di un incontro a cui assistettero negli Stati Uniti (e dai cartoni dell’Uomo Tigre, per ammissione degli stessi autori).

Nella “lucha libre” tutti i lottatori hanno delle maschere dalle caratteristiche simili in quanto a fattezza; l’identità dell’atleta dietro la maschera è tenuta il più possibile segreta, in modo da creare un alone di mistero e mitizzare non tanto l’uomo ma quello che lui rappresenta in quel momento sul ring.
Lo smascheramento è considerato un grandissimo disonore come si evince da alcuni scambi in Quebrada, tanto che gli incontri che mettono in palio le maschere dei lottatori, nascondono accordi economici stratosferici; chi perde la maschera perde di fatto la sua identità, come anche il rispetto del pubblico.

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La Città delle Maschere è diviso in 2 capitoli, diversi per argomenti, disegni e colori. Il capitolo introduttivo, Ogni Uomo per sè Stesso, è composto da storie brevi che ci presentano il cast della saga e ci introducono a questo mondo violento; è interamente a colori e ogni personaggio è interpretato da disegnatori diversi. Il Colore della Passione è il pezzo forte del volume, anche questa seconda sezione è di stampo antologico e si scruta nella vita di Pasiòn, una lottatrice tanto bella quanto tormentata, con un padre assente e una scia di uomini ai suoi piedi; tutto in bianco e nero con una “nota” rossa, l’unico colore di queste pagine è infatti il rosso che copre Pasiòn, maschera, smalto o sangue che sia.

La narrazione del intero libro ne guadagna della divisione in capitoletti, e paradossalmente rende più agevole la lettura. Non parliamo dei disegni che sono strabilianti, un tratto carico ma pieno di violenza adatta allo scopo narrativo.

Pietro Micheli

P:S Parlando con un mio amico ferrato sul argomento wrestling posso dirvi che la lucha libre è nata circa negli anni ‘30 in Messico, l’eredità di questo sport/spettacolo è stata poi portata al mondo (e in Italia) da atleti come Eddie Guerrero e Rey Mysterio Jr., nati come “luchadores” messicani e solo dopo entrati nella più famosa WWE.

TOP 5: I POLIZIOTTI CORROTTI DEL CINEMA AMERICANO

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TRAINING DAY

Alonzo Harris (Denzel Washingtown) supervisiona, nel suo giorno di addestramento, la recluta Hoyt (Ethan Hawke), incastrandolo ben presto in un piano riguardante un ingente traffico di droga. Spietato, sboccato, violento, senza scrupoli, il personaggio di Alonzo valse a Washingtown il premio Oscar come Miglior Attore Protagonista.

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THE DEPARTED

Colin Sullivan (Matt Damon), poliziotto corrotto al servizio di un boss di Boston, Frank Costello (Jack Nicholson), cerca dall’interno di scoprire chi è la talpa che la polizia ha infiltrato nella banda criminale del suo capo. L’odioso Matt Damon, schicciato da DiCaprio e gli altri attori, interpreta comunque un ruolo memorabile, la parte della sua carriera.

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IL PADRINO

Sterling Hayden impersona il corrotto sergente McCluskey, al servizio del malavitoso Sollozzo (Al Lettieri) nella guerra contro i Corleone. Famosa la scena del pugno in faccia (vero) a Michael (Al Pacino). La foto che ho scelto fa capire la sua fine. Beh, quando scappa scappa, le sue ultime parole riferendosi al bisogno impellente del figlio del padrino di andare in bagno (per prendere la pistola).

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IL CATTIVO TENENTE

Emblema del poliziotto corrotto. Un film potentissimo di Abel Ferrara interpretato magnificamente dal sempre convincente Harvey Keitel, qui più in forma che mai. Dedito alla droga, alla violenza, al furto, all’alcool, viene sconvolto dal perdono della suora stuprata.

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LEON

Stansfield è un corrotto poliziotto della DEA che, a New York, trucida la famiglia di uno spacciatore. Sopravvive solo la piccola Mathilda (Natalie Portman) che si rifugia dal dirimpettaio Leon (Jean Renò), killer di professione, che la addestra per vendicarsi. Ottimo Gary Oldman nella parte di questo “agente cattivo” che fiuta i crimini e i criminali. Film bellissimo.

Matteo Chessa

REGISTI EMERGENTI: DUNCAN JONES

Oggi è lunedì e per iniziare al meglio la settimana, noi Disoccupati abbiamo deciso di lanciare una rubrica nuova di zecca che presenterà dei brevi focus sui registi che negli ultimi anni si stanno facendo apprezzare non poco dagli amanti del grande schermo. Inauguriamo la rubrica con uno dei talenti più cristallini di questa new wave: Duncan Jones. 

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Per chi non lo sapesse il “giovane” (45 anni) regista britannico è figlio di Davidone Bowie (che gli dedicò il brano Kooks) e della sua ex moglie Mary Angela Barnett.

Sin dagli esordi, Jones si è dedicato principalmente al genere fantascientifico con sfumature politiche. Dopo la laurea in Filosofia, nel 2002 realizza il cortometraggio Whistle: il protagonista del corto è un killer che uccide importanti esponenti politici dalla sua residenza grazie a un laser a lungo raggio.

Il suo lavoro viene apprezzato e, dopo aver ringiovanito il brand French Connection, Duncan esordisce al cinema nel 2009 con la sua pellicola migliore: Moon.

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Presentato al Sundance, Moon è uno dei film indipendenti migliori degli ultimi anni. Costato solo 5 milioni di dollari, il film di Jones è un omaggio ai film di fantascienza amati dal regista come 2002: la seconda odissea, Alien e Atmosfera zero. L’interpretazione di Sam Rockwell impreziosisce uno script semplice ma al contempo proiettato su più livelli di fruizione: l’identità, la politica, la solitudine, l’intelligenza artificiale, sono solo alcune delle tematiche affrontate da Jones in questo film meraviglioso.

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Due anni dopo è il turno di Source Code, il cui concept sfrutta la struttura di Ricomincio da capo in salsa thriller per poi virare verso sfumature del tutto differenti e inaspettate. Source Code fa parte di quella tipologia di pellicole che si giocano tutta la loro credibilità con il finale: in questo caso il tentativo riesce e la storia si tinge di una cromatura politica dolorosa e beffarda tanto cara al regista britannico.

Due film, due pellicole decisamente valide. Un po’ poco per valutare un talento, certo. Ma siamo sicuri che anche con World of Warcraft (2016) il figlio di Ziggy non ci deluderà.

Francesco Pierucci