CAROL:  C’E’ DIFFERENZA TRA LEGGERO E VUOTO

 

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Otto anni dopo Io non sono qui, strabiliante biopic sulla vita di Bob Dylan in cui il cantautore veniva interpretato da sei attori diversi (ognuno per una sua fase artistica), Todd Haynes torna a far coppia con Cate Blanchett, la cui interpretazione di Dylan era stata applaudita dal mondo intero, in Carol, drammatica storia d’amore saffico, senza riuscire a ripetere la magia.

Anni 50, New York. Therese (Rooney Mara), commessa  temporanea in un negozio di balocchi, durante le feste natalizie serve Carol (Cate Blanchett) intenta a comprare un regalo di natale per la figlia. Tra le due è colpo di fulmine e, nonostante le difficoltà e gli ostacoli dettati dal tempo e dalla situazione familiare della seconda (ha una figlia e un marito dal quale sta divorziando per una relazione randagia con una sua amica), partono assieme e vivono la loro storia d’amore. Ma la realtà le raggiungerà…

Ritmo lento, interpretazioni sovraesposte, poco coraggio e tanta tanta banalità dei dialoghi sono tra i difetti peggiori di questo inspiegabile passo falso di Haynes (fin qui molto convincente), tratto dal romanzo The price of salt di Patricia Highsmith, che rimanda ai melò di Douglas Sirk senza averne minimamente l’eleganza e omaggia in più salse Billy Wilder, con Viale del tramonto nel lungo flashback (una scena del capolavoro di Wilder è anche vista al cinema da Therese) e Arianna, con Rooney Mara omaggio vivente ad Audrey Hepburn (senza grazia né fascino) innamorata di un/a partner più agè (Gary Cooper in Wilder, qui la stessa Blanchett), senza averne la genialità.

Poco di tutto, dalle inquadrature al limite del servizio fotografico (Therese ha la passione per la fotografia e giustamente fa foto naturali a persone che, senza sapere di essere inquadrate, si mettono palesemente in posa), alla trama telefonata, dai dialoghi ridicoli (“Dove andrai?” “Dove mi porterà la mia auto”) ad una paura inspiegabile di trattare la tematica dell’amore omosessuale (per non parlare di Cate Blanchett, diva pudica che si fa sostituire dalla controfigura nelle scene di sesso); ogni scena ha il freno a mano tirato, parte con pretese e si blocca per paura di censure; per intenderci Frozen e Maleficent si erano spinti più in là con la stessa tematica, figuriamoci La vita di Adele (QUI la recensione del capolavoro premiato a Cannes qualche anno fa).

Musica fastidiosa, ridondante, ripetitiva; montaggio da mal di testa, interpretazioni finte, scene strane e buttate lì per caso (la pistola, il nastro, la vomitata, la redazione in notturna); il rapporto tra due donne opposte che si amano (Therese ha uno scopo nella vita ma non un posto nel mondo, Carol è forte, ha una sua dimensione ma non un fine ultimo) stanca dopo tre minuti. Vantato come un film leggero, etereo, è in realtà l’esempio lampante di come un film che viene riempito fino all’orlo possa traboccare fino a restare vuoto. E la differenza tra leggero e vuoto è immensa.

Ottimi i costumi, quelli si.

Matteo Chessa

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