LA GRANDE SCOMMESSA – ADAM MCKAY E LA CRISI FINANZIARIA DEL 2008

 

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Adam McKay dopo alterne fortune con varie commedie tra cui spiccano i due Anchorman, debutta nel cinema drammatico e lo fa senza perdere di vista la vena comedy che ha fin qui caratterizzato la sua carriera.

Il tema è quello della crisi finanziaria iniziata nel 2008 che sta diventando una sorta di Guerra del Vietnam in formato economico che gli Americani hanno cominciato a trasporre sempre più frequentemente col mezzo cinematografico.

Nel 2011 Inside Job aveva vinto l’Oscar come miglior documentario spiegando tutto ciò che era necessario sapere con un’insolita semplicità. Poi era stata la volta di Margin Call, di J.C. Chandor (con Kevin Spacey) che si concentrava su un aspetto poco conosciuto quanto ripugnante della vicenda, ovvero la truffa messa in atto dalle banche appena la bolla delle obbligazioni immobiliari era scoppiata, con i broker che avevano passato la notte a vendere titoli spazzatura prima che la notizia diventasse di dominio pubblico, truffando consapevolmente gli investitori.

Quest’anno è il turno de La grande scommessa che segue le storie di tre gruppi di persone che capirono in anticipo il collasso finanziario che sarebbe avvenuto nel 2007-2008 (il film è tratto dal libro The Big Short: Inside the Doomsday Machine di Michael Lewis). La storia principale è quella di Michael Burry, gestore di un fondo privato, che nel 2005 scopre che il mercato immobiliare statunitense è estremamente instabile, essendo basato su mutui subprime ad alto rischio e giunge alla conclusione che il mercato immobiliare crollerà nel secondo trimestre del 2007. Decide così di scommettere contro il mercato immobiliare nonostante la convinzione generale in senso contrario. Lo stesso avviene per gli altri due gruppi di protagonisti capitanati da Brad Pitt e Steve Carell.

La materia non è semplice, siamo di fronte ad un film ricercato in cui i protagonisti parlano continuamente di mutui, obbligazioni, derivati, derivati sintetici e altri termini simili. L’attenzione però è mantenuta viva dai grandi attori che compongono il cast: Ryan Gosling, che è anche il narratore; Christian Bale (candidato all’Oscar come migliore attore non protagonista) che interpreta  Burry e che per l’occasione si è sottoposto ad una notevole perdita di peso, l’ennesima prova per il suo fisico; Brad Pitt, ex broker che si è ritirato a vita privata; Steve Carell che interpreta il trader Mark Baum continuando così il suo percorso nel cinema drammatico intrapreso lo scorso anno in Foxcatcher.  Ad arricchire piacevolmente il tutto vi sono gag di qualità e una serie di rotture della quarta parete, in cui alcune guest star come Margot Robbie e  Selena Gomez spiegano in modo simpatico i vari termini tecnici.

Non vi è una lente di ingrandimento sulla vita privata di questi colossi della finanza, sappiamo qualcosa di Barry e del suo occhio di vetro in un veloce flashback iniziale, mentre vediamo qualche fugace comparsata della moglie di Mark Baum (Marisa Tomei) e, dai dialoghi con lei, scopriamo che l’uomo ha problemi di gestione della rabbia e ha subito un trauma legato alla morte del fratello. Ma niente di tutto questo viene mai messo a fuoco: tutto il film resta la maggior parte del tempo dentro gli uffici dai quali i problemi personali vengono tenuti a distanza.

Nonostante gli sforzi riusciti, nei limiti del possibile, di rendere semplice e concreta la materia trattata, una visione approfondita del film si rivela difficile per uno spettatore che non possiede già nozioni basilari di finanza. Il consiglio è quello di vedere la pellicola in compagnia di una persona che ha dimestichezza con la materia in modo che possa illuminare lo spettatore su alcuni passaggi fondamentali.

Candidato a sei Oscar, è probabile che non ne porti a casa nemmeno uno.

 

Michael Cirigliano

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